MESSINA. Il sindaco di Messina Cateno De Luca non emanerà ulteriori ordinanze di chiusura delle scuole e quindi la disposizione della didattica a distanza. Lo ha spiegato ieri, in una delle consuete dirette, citando una circolare di Edda Paino, direttrice del dipartimento Prevenzione dell’Asp di Messina secondo cui non ci sarebbero focolai che impedirebbero il ritorno in aula degli studenti e degli scolari. Un De Luca stranamente arrendevole che non intende fare forzature (ma che ha lasciato intendere di starci ragionando: “Se c’è un margine la responsabilità me la prendo”, ha detto,) visto anche l’esito dell’ultima ordinanza di chiusura delle scuole, sospesa dal Tar di Catania.

Anche perché De Luca, nel corso del suo mandato, ha dovuto fare i conti più volte con il tribunale amministrativo. E non solo. Sono infatti numerosi i provvedimenti adottati dal primo cittadino nel corso di questi tre anni e mezzo che sono stati considerati nulli o sottoposti a cancellazione o sospensione, soprattutto nel corso del primo lockdown, spesso e volentieri “forzando la mano” come atto dimostrativo (ammettendolo candidamente, tra l’altro) per sollevare attenzione intorno a un problema.

Particolarmente “problematico”, per De Luca, è stato il luglio del 2020, iniziato con l’annullamento dell’ordinanza con cui “chiudeva” l’hotspot di Bisconte, cosa che in realtà non poteva fare perché non di sua competenza. «La materia dell’immigrazione è di competenza dello Stato, non dei Comuni», spiegò all’epoca il Prefetto in carica. Appena un giorno dopo, è dal tribunale amministrativo di Catania che arriva una cattiva notizia. Un’altra. La compagnia telefonica Vodafone ottiene la sospensione dell’ordinanza emanata in pieno lockdown (e annunciata dal Coc della Protezione civile in una delle dirette incentrate sulla Covid) che impediva l’installazione delle antenne per il 5g sul suolo comunale. Anche qui, il Tar, fissando la data dell’udienza di merito al 3 dicembre, motivava spiegando che la materia non è di competenza comunale. Non è finita qui. Il 24 dello stesso mese, infatti, un decreto presidenziale urgente annullò i cinque giorni di chiusura inflitti dalla Polizia municipale come sanzione accessoria al lido Tarea di Pace: la multa di 400 euro e la chiusura erano state elevate ai sensi dell’ordinanza “coprifuoco”. Il provvedimento da parte del Tar sostenne che la tipologia della contestazione contenuta nel provvedimento impugnato è “non direttamente ricollegabile al mancato rispetto delle disposizioni relative all’emergenza sanitaria”. Proprio l’ordinanza “coprifuoco” in vigore all’epoca era stata adottata in sostituzione di un provvedimento più “draconiano” che era stato ritirato dopo le feroci contestazioni da parte di cittadini e commercianti, che avevano obbligato l’Amministrazione a un parziale dietrofront, con la modifica degli orari di chiusura imposti agli esercenti.

La madre di tutte le ordinanze annullate tuttavia è quella per cui si è adoperato il Presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, che ha demolito la banca dati “si passa a condizione” con un decreto presidenziale in esecuzione di una decisione del Consiglio di Ministri, che ha proceduto sulla scorta di un parere del Consiglio di Stato sollecitato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese: in piena emergenza covid-19, nel corso di una pandemia mondiale, in pratica, il provvedimento di De Luca riuscì a scomodare due dei tre poteri che garantiscono l’equilibrio democratico (esecutivo e giudiziario, manca il legislativo), e pure la figura di garanzia del Capo dello Stato.

Sempre in tempo di lockdown, un De Luca in piena sindrome competitiva con il governo della Regione e dello Stato era stato costretto a ritirare in tempi record una delle innumerevoli ordinanze emesse, la 60 dell’11 marzo in cui “chiudeva” praticamente tutto tranne tranne supermercati, panifici e farmacie, dichiarandone la validità a partire dal 13 marzo. Nel frattempo arriva il decreto della presidenza del consiglio dei ministri, firmato da Giuseppe Conte, che norma le chiusure. Prima dell’entrata in vigore della sua ordinanza, De Luca la ritira e si adegua al dettato nazionale. Il 18 marzo è volta dell’ordinanza anti attività fisica: in contrasto con la norma nazionale (che la prevedeva), ma congrua con l’ordinanza regionale emanata da Nello Musumeci (che non la prevedeva, e che aveva potere di normare la materia).

Poi c’è l’ordinanza del 20 marzo in cui obbligava l’Asp a garantire h24 l’attività nei laboratori per le analisi dei tamponi, sebbene l’Azienda sanitaria provinciale non sia soggetta al potere istituzionale del sindaco. Emessa il 20 marzo è stata revocata il giorno successivo. “L’assessore regionale alla Salute Ruggero Razza – si legge nella motivazione – ha comunicato per le vie brevi al sindaco che la città di Messina è stata autorizzata alla validazione dei risultati del tampone”.

A mettere la parola fine (momentaneamente) alla caotica, confusionaria e spesso immotivata battaglia normativa che ha avuto inizio l’11 marzo (giorno del primo Dpcm nazionale) fu l’ordinanza sindacale numero 123, con la quale vennero revocate le limitazioni introdotte nelle settimane precedenti da De Luca, che dopo le polemiche feroci che hanno segnato la quarantena messinese si adeguò al Decreto nazionale e alle norme regionali (in precedenza parecchio contestate dallo stesso primo cittadino). Un periodo di appena 40 giorni in cui accadde praticamente di tutto: orari di apertura modificati dall’oggi al domani, improvvisi dietrofront, ordinanze revocate in tempi record, scontri istituzionali al fulmicotone, denunce per vilipendio e soprattutto tantissima confusione. Quasi impossibile mettere ordine ai cambiamenti introdotti, modificati e revocati “per contenere il virus”. A tenere banco, fra le varie questioni, sono state soprattutto la querelle sui giorni festivi, gli orari di apertura dei supermercati (aperti prima fino alle 18 e poi fino alle 20, “per evitare assembramenti dovuti all’orario ridotto”), le consegne a domicilio, l’attività motoria, l’attraversamento dello Stretto e i negozi a cui era consentito alzare le saracinesche (con il caso emblematico delle profumerie). Un pasticcio burocratico, dovuto alle incongruenze fra i provvedimenti comunali, regionali e statali, che ha mandato letteralmente in tilt cittadini ed esercenti.

Il 2021 inizia sulla stessa falsariga, con l’emanazione dell’ordinanza n. 5 del 10 gennaio, emanata e poi revocata perché imponeva restrizioni più strette rispetto al dpcm del 3 dicembre 2020 e all’ordinanza regionale che istituiì la zona rossa nel Comune di Messina, chiudendo attività ritenute essenziali come il commercio di carburante domestico. Un’ordinanza piena di errori e incongruenze, frutto di un copia incolla frettoloso, che fu sostituita qualche giorno dopo da un nuovo provvedimento, revocato qualche ora dopo, e da un’ulteriore ordinanza (la terza in appena 5 giorni).

L’ultimo dietrofront riguarda ancora le scuole, con riferimento non alla pandemia ma all’allerta meteo di fine ottobre. Dopo l’annuncio della chiusura di tutti gli istituti, il ripensamento: alcune chiuse e altre aperte. Il tutto annunciato in tarda serata. Ovviamente, in diretta su Facebook.

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