Firriare
Nella lingua italiana, e nel dialetto, ci sono delle parole che hanno uno spettro semantico molto ampio. È il caso ad esempio del verbo “firriare”, che possiede la straordinaria caratteristica di indicare al contempo tutto e il contrario di tutto. Letteralmente significa “armeggiare con i ferri”, ma anche “girare” (in senso sia transitivo che intransitivo), e in generale il darsi da fare, l’agitarsi, il non restare con le mani in mano. È un termine che impone il movimento, il dinamismo, un cambiamento dello stato di cose che il più delle volte rimane però solo potenziale. La traduzione più appropriata del termine, probabilmente, è infatti quella morettiana del “faccio cose e vedo gente”, un velleitario e infruttuoso dimenarsi senza ratio e senza scopo.
Firriare, in fin dei conti, è la versione edulcorata e politicamente corretta del “non ho niente da fare, ma faccio finta che non sia così”. E quindi giro, voto e firrio. E poi ancora giro, voto e firriu. In preda all’horror vacui della vita. Esattamente come il paloggio (trad. paloggiu), che gli attorcigli intorno la corda, lo lanci e incessantemente ruota, e ruota, e ruota, e ruota ancora, e così via, finché inerzia non ci separi.
Suggerisco anche “figghioli”, termine che ci distingue in maniera netta e inequivocabile dai carusi catanesi e picciotti palermitani
geniale !
fissiàrsela ci stava anche
Il raro privilegio messinese è pari merito con quello dei campani emigrati nel pavese, i quali invitando gli amici a bere, possono dire:” Pavia i Pavia Pavia”. Per le strade di Pavia pago io