Ciolla (e cioccio)

 

Quando la collega Manuela Modica leggerà questa rubrica probabilmente rassegnerà seduta stante le sue dimissioni. O più probabilmente pretenderà le mie e quelle del direttore (“Siete degli zalli”, cit.). La tentazione tuttavia è troppo forte e non ce la sentiamo di censurare una parola che trasuda messinesità da tutti i pori. Anche al rischio di attirarci addosso gli strali indignati del popolo social.

Era il 25 ottobre del 1976 quando Cesare Zavattini scandalizzò l’Italia intera scandendo ai microfoni di “Voi e io punto a capo” una parola che fino a quel momento nessuno aveva avuto ancora il coraggio di pronunciare alla radio: “Cazzo”. Uno dei termini più usati da persone di ogni estrazione sociale che ancora oggi viene guardata con sospetto, talmente inflazionata nell’intimità quanto epurata in società: vizi privati e pubbliche virtù nazionalpopolari in salsa lessicale. 

Nella convinzione che non esistano “brutte parole”, oggettivamente almeno, e che ad essere “brutto” tutt’al più è l’uso che se ne fa, non possiamo esimerci dall’inserire in questa rubrica sul vernacolo messinese l’equivalente nostrano, l’ancor più bistrattato e modesto ciolla.

A differenza dell’illustre sinonimo sdoganato dal padre del neorealismo, la ciolla non si declina, se non di rado (che ciolla vuoi non si è mai sentito), né è mai usata come esclamazione (Ciolla!), sebbene sia spesso utilizzata come vezzeggiativo o soprannome (citiamo ad esempio il celebre Santino Ciolla, personaggio immaginario creato da Cafon Streeet, o i leggendari fratelli Mario e Mimmo Ciolla).

Il gap più grande con il sinonimo italiano è però innanzitutto sonoro. Mentre il primo è morfologicamente fallico, virulento, foneticamente spigoloso, con quella doppia z fricativa, il nostrano ciolla ha un suono quasi innocuo, e rimanda acusticamente al ciondolamento, alla rotondità, alla morbidezza. Impressione confermata dal suo equivalente femminile, cioccio, ormai quasi in disuso. Messi uno accanto all’altro sembrano quasi i personaggi di un cartone animato (es. “Le fantastiche avventure di Ciolla e Cioccio”). Esattamente come per il sinonimo fica, o figa, per i settentrionali, anche per  cioccio entra in gioco una figura retorica molto utilizzata – questa sì parecchio svilente – che sta a metà fra le sineddoche e la metonimia: “pezzo di c.”, laddove ad essere messa in risalto è la parte anatomica – l’unica che evidentemente interessa – rispetto al tutto.

Infine una curiosità: in Basilicata la ciola, con una sola l, indica invece la vagina, che in alcune parti della Sardegna viene chiamata paccioccio.

 

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CARMELA SIRACUSANO RAFFA
CARMELA SIRACUSANO RAFFA
19 Maggio 2017 5:41

molto interessante .vorrei SUGGERIRE A PROPOSITO DI CALIA L’ESPRESSIONE ALLASCA I MANI DU CALIATURI.aNCHE SE RITENGO CHE ALLASCARE SIA PIU’ CATANESE L’ESPRESSIONE VIENE USATA MOLTO DAI MESSINESI.

Claudio Marino
Claudio Marino
20 Maggio 2017 20:31

Cutuliari

sperticato
sperticato
31 Maggio 2017 9:38

A casa mia, “che ciolla vuoi?” si usa eccome.
Mi sorprende anche che a un linguista sia sfuggito che la ripetizione del termine produce una frase di chiara rivendicazione di mascolinita:”c’ho la ciolla!”