Dedichiamo a un’intera categoria di protagoniste dello sviluppo culturale e sociale di Messina, e non solo, la ventinovesima puntata (le altre sono qui) di questa rubrica nata per stuzzicare la memoria cittadina su personaggi che la politica e il governo della città hanno trascurato di commemorare con la toponomastica.

Messina storicamente ha avuto un ruolo glorioso nell’editoria. Basterebbe in tal senso ricordare il tedesco Enrico Alding (o Rigo d’Alemagna) il quale, giunto a Messina nel 1474, darà alle stampe un Aesopus, prima stampa di tutta la storia della Sicilia, appena diciannove anni dopo la prima stampa a caratteri mobili di Gutenberg.

Abbiamo peraltro già in passato ricordato il ruolo di un altro illustre protagonista dell’editoria e della tipografia, anch’egli troppo spesso dimenticato alle nostre latitudini, Pietro Bembo, che a Messina inventò la punteggiatura moderna e il cui carattere di stampa è persino disponibile nel software di videoscrittura più usato al mondo, Microsoft Word (ovverosia il font “Bembo”, con cui è stata battuta questa frase).

Ma la puntata odierna vuole ricordare un ruolo particolare, quello delle donne editrici messinesi. Sono accomunate, non perché non meriterebbero di essere nominate individualmente, bensì per il fatto che, figlie di una cultura evidentemente patriarcale e maschilista, esse stesse usavano nominarsi come vedove del proprio marito, quando proseguivano l’attività di famiglia a seguito della morte del compagno. Per questo motivo, nonostante la grande produzione di stampa a loro riconducibile, nemmeno un nome è giunto ai giorni nostri. Tra le editrici messinesi, dobbiamo menzionare “La vedova di Giovanni Francesco Bianco” (attiva nel 1637-1642), “La vedova di Francesco Gaipa” (1767-1780), “La vedova di Giuseppe Rosone” (1779-1781) “La vedova di Antonino d’Amico Arena” (1812) e “La vedova di Giovanni Del Nobolo” (1817-1823).

Tanto era il senso di subalternità che di alcune di esse si è persa ogni traccia, avendo preferito stampare i propri libri con la dicitura generica di “Eredi”, mescolando la propria individualità a quella di figli e nipoti. Tale destino era verosimilmente toccato a Margherita (di cui non si conosce il cognome da nubile), vedova di Fausto Bufalini, poi sposa dell’editore, genovese per nascita e messinese “per elettione”, Pietro Brea, che proseguì l’attività editoriale del primo marito sotto il nome “Heredi di Fausto Bufalini”. Di particolare rilievo fu l’attività editoriale dei Bufalini in quanto furono i primi, nel 1591, a possedere in Sicilia i caratteri di stampa greci, fatti arrivare direttamente da Venezia. Questo consentì loro di avere di fatto il monopolio al sud Italia nella ricchissima produzione di volumi destinati ai greco-cattolici.

Cinquant’anni più tardi, “La vedova di Giovanni Francesco Bianco” fu un esempio di prodigiosa produttività, stampando nel suo periodo di attività una decina di pubblicazioni annue, quando la media cittadina del ‘600 era di solo nove edizioni per anno. Le proprie edizioni erano riconoscibili dalla marca editoriale che raffigurava un lupo bianco su un paesaggio, a volte marino a volte montano, con la scritta “D’ESSER BIANCO MI PREGIO”: un evidente riferimento al cognome di famiglia. Tra le sue opere pubblicate, diverse edizioni religiose e scientifiche, di carattere zoologico e botanico, tra cui alcune pregiate di Pietro Castelli, il fondatore dell’Orto Botanico messinese.

Anche la “vedova di Francesco Gaipa”, attiva oltre un secolo dopo, fu particolarmente prolifica, con una ventina di pubblicazioni in generale riconducibili ad opere musicali e di letteratura devozionale. La sua attività sembra interrompersi nel 1780, forse a seguito del devastante terremoto del 1783 che diede una brusca frenata a tutte le attività editoriali cittadine. Della produzione della contemporanea “vedova di Giuseppe Rosone”, anch’ella attiva nelle pubblicazioni religiose e devozionali, si è recuperata la storia grazie all’archivio della Biblioteca Provinciale dei Cappuccini di Messina. Il terremoto del 1783 aveva fermato anche quest’altra produzione.

Alla “vedova di Antonino d’Amico Arena” è attribuita un’unica pubblicazione, la Raccolta di vari dispacci ed altre disposizioni del governo, commissionatale dal Senato di Messina, in quanto, se fino all’anno prima le edizioni erano marcate col nome del marito, quelle seguenti lo sono con quella del figlio. Questo particolare tradisce il fatto che l’attività delle donne tipografe, come del resto per molti altri mestieri tradizionali, continuava comunque, a fari spenti, quando i titolari uomini erano in attività.

In generale il quadro biografico di queste imprenditrici è scarno, fino all’osso, a causa della totale assenza dei più basilari riferimenti, persino nel nome. Il tentativo dei ricercatori moderni di ridare connotati propri a queste donne è avvenuto pertanto attraverso un’ardua analisi della produzione editoriale, dei contenuti pubblicati, degli abbellimenti stilistici contenuti nei fregi e nei frontespizi.

Ad Enrico Alding e ai caposaldi dell’arte tipografa messinese del ‘500 Fausto Bufalini e Pietro Brea, sono già intitolate alcune vie che, insieme a via Arte della Stampa, formano una sorta di piccolo quartiere della storia editoriale cittadina situato alle spalle di via del Santo, all’altezza del Collereale. Per restituire la memoria di queste donne, che il passato ha ripetutamente cercato di cancellare dalla Storia, l’intitolazione alle tipografe di una via cittadina completerebbe il quadro odonomastico, con un meritato tributo.

FiGi

 

Per approfondire:
Valentina Sestini, Donne tipografe a Messina tra XVII e XIX secolo, 2015, Fabrizio Serra editore, Pisa · Roma.
Giuseppe Lipari, Gli annali dei tipografi messinesi del ‘600, Messina, Sicania, 1990
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