Càlia

 

È bizzarro come uno stesso termine possa evocare a qualcuno allegria e clima di festa, e ad altri una tristezza da de profundis. Calia è uno di quelli. Odore di tostato, chiasso, bambini frignanti e sensazione di spensieratezza per chi la gusta, ma anche disagi, notti trascorse in furgoni male in arnese, igiene approssimativa in chi la vende, ovvero i caliari, una sorta di organizzazione paramilitare che prende possesso di piazze, strade, parcheggi e che, di pari passo con le archeggiate, caratterizza sagre e feste di paese.

Si muovono in gruppo: i venditori di calia (nella provincia di Messina vi è un’antica tradizione nel comune di Naso), quelli di caramelle gommose (che guardano i primi in cagnesco) e le bancarelle di musica, che si ostinano a vendere, nel 2017, cd e persino musicassette con un sottofondo musicale fatto di pezzi dance, tracce midi del Padrino e di Ciuri Ciuri e immancabili, le canzoni napoletane. Gianni Celeste, Nino Fiorello, Carmelo Zappulla. Nomi che probabilmente a molti non diranno nulla ma che per tanti rappresentano delle divinità in terra. Uno strazio neo melodico fatto di esperienze in cella, onore siculo vecchio stampo e sentimentalismo un tanto al chilo che si alterna alle urla dei venditori di calia. Anche se urlare è persino riduttivo. Perché i venditori di calia non urlano. I venditori di calia banniano.

Di fronte a tanta ostentazione di maschitudine alpha, persino il prodotto (noccioline americane, arachidi, ceci, semi di zucca, tutto più o meno tostato) cade in secondo piano. E siccome il mondo è un posto in cui le ingiustizie trionfano, anche tra i caliari esistono rigorose divisioni e classi sociali: alla base della piramide ci sono quelli che vendono cocco, poi quelli che tessono zucchero filato. In cima, quelli che usano la paletta per le “cartate”. Ma in fin dei conti si è sempre i terroni di qualcun altro, insegna la vita, e quindi anche il caliaro alpha deve arrendersi all’evidenza e alla sorte cattiva: una delle frasi più temibili che si possano rivolgere ad essere umano è proprio vatinni a vinniri calia: stigma sociale che certifica l’assoluta inadeguatezza a portare a termine con successo qualsiasi compito. Ma anche a vivere, in generale.

 

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CARMELA SIRACUSANO RAFFA
CARMELA SIRACUSANO RAFFA
19 Maggio 2017 5:41

molto interessante .vorrei SUGGERIRE A PROPOSITO DI CALIA L’ESPRESSIONE ALLASCA I MANI DU CALIATURI.aNCHE SE RITENGO CHE ALLASCARE SIA PIU’ CATANESE L’ESPRESSIONE VIENE USATA MOLTO DAI MESSINESI.

Claudio Marino
Claudio Marino
20 Maggio 2017 20:31

Cutuliari

sperticato
sperticato
31 Maggio 2017 9:38

A casa mia, “che ciolla vuoi?” si usa eccome.
Mi sorprende anche che a un linguista sia sfuggito che la ripetizione del termine produce una frase di chiara rivendicazione di mascolinita:”c’ho la ciolla!”