James Brown, Messina, 28 luglio 2003

 

Nel 2003, quando arriva a Messina, il Padrino del Soul ha appena compiuto settent’anni. Settanta. Cinquantacinque dei quali passati a calcare palchi. I soldi ce li ha, seppure qualche scivolone qui e lì gliene ha fatti buttare via parecchi, la fama pure (non pubblica un disco significativo da metà anni ’70, ma è tra gli artisti più influenti del secolo, a dir poco), quindi viene da chiedersi chi glielo faccia fare a sbattersi così, a quell’età, con quei prevedibili acciacchi. Lui, che tristemente i più ricordano per la patetica apparizione in Rocky IV con l’esecuzione di “Living in America”, e che invece ha letteralmente inventato il funk, rivoluzionato il soul, rinvigorito il blues aggiungendoci massicce dosi di “rhythm”.

La risposta è nelle mascelle pesantemente calamitate al suolo dei tremila che hanno resistito fino all’ultima delle quasi tre ore di concerto che “The hardest working man in the show business” offre davanti allo Stretto. Quello di James Brown, quella torrida sera di luglio non è stato un concerto, era un sabba. E quell’invasato vestito di lamè sul palco non era una vecchia gloria, un settantenne che non scimmiottava un ventenne. Era un ventenne, nel corpo di un trentenne con la testa di un dodicenne in pieno delirio ormonale.

Inseriti tra i successi “It’s a Man’s Man’s Man’s World”, “Lost Someone”, “Say it loud”,“I feel good” e “Papa’s got a brand new bag”, di quelli che la band diluiva nel groove e dilatava fino a dieci minuti ciascuno, c’era qualcuno dei suoi ultimi brani, ma nessuno avrebbe saputo dire esattamente quali. Perché, quella sera, la musica era un fiume in piena, senza soste, senza scampo. E James Brown lassù, che ti guardava negli occhi e sembrava dicesse “Coraggio, vienimi dietro, vediamo se ce la fai, vediamo chi schiatta prima”. Letteralmente. E giù di spaccate, salti, urla belluine. Per tre ore.

Alla fine, come da cinquant’anni, l’uscita teatrale sulle note di “Please Please Please”, facendosi scortare fuori da uno dei cento musicisti sul palco, avvolto in un mantello di ermellino, mentre tentava di sfuggire dalle grinfie e riconquistare il palco in una scenetta sempre uguale da cinquant’anni e sempre ad effetto. Si spegnevano le luci. E ti veniva a salutare, sorridente e sudatissimo. Un signore. Di settant’anni, che aveva appena suonato tre ore di fronte allo Stretto. Aveva i capelli asfaltati, senza un filo fuori posto. E sarebbe morto tre anni dopo.

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nando
nando
11 Luglio 2019 1:16

Io ero a messina la sera del concerto di james brown, cerco disperatamente le foto di quella sera, di qualsiasi foggia non importa, per custodirle gelosamente come ricordo. Chi mi puo’ aiutare?

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[…] I destini di Thom Yorke (e dei Radiohead) si sono già incrociati con la Sicilia 25 anni fa, in occasione di un memorabile concerto al Cibali di Catania, ad agosto del 1995, quando il gruppo, già conosciuto in patria e con un paio di singoli di successo, ma non ancora famoso tra il grande pubblico, aprì per gli americani (e parecchio celebri) R.E.M. (rubando loro la scena…qui il racconto della serata) […]

Simone Mercurio
Simone Mercurio
3 Aprile 2021 0:55

Io ho un ricordo preciso di un concerto di James Brown visto per caso in una piazza di Mondello. Per caso perché no sapevo ci fosse. Lessi poco prima una locandina e mi fiondai in una piazza semivuota,quando in una atmosfera distratta e surreale sali “the Godfather of funky”. E rimasi incantato.

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[…] Era l’agosto del ‘95, quando a Catania  andò in scena un concerto che passò alla storia, quello che vide sullo stesso palco R.E.M. e Radiohead. Ad aprire il concerto di Michael Stipe e compagni, oltre i Flor de Mal  (band catanese) fu […]