“Abbiamo scherzato”. Tutti i “dietrofront” di Cateno De Luca

Dal tram alle baracche, dal taglio delle partecipate ai cinghiali, le retromarce strategiche o obbligate del primo cittadino, che ha smentito categoricamente con i fatti quanto aveva preannunciato a parole. A volte in meglio

 

MESSINA. Che al sindaco Cateno De Luca piacciano gli annunci in pompa magna e le scadenze impellenti e improcrastinabili è ormai un fatto accertato, alla luce degli innumerevoli proclami “senza se e senza ma” che hanno caratterizzato prima la sua lunga e agguerrita campagna elettorale e poi i suoi 4 mesi di mandato. Eppure, malgrado le perentorietà delle promesse e le dichiarazioni d’intenti, più volte il primo cittadino è stato costretto (o ha approfittato delle circostanze) a fare uno strategico e obbligato “dietrofront”, tornando indietro parzialmente sui suoi passi o smentendo categoricamente con i fatti quanto aveva preannunciato a parole, legando spesso e volentieri il raggiungimento di specifici obiettivi al suo futuro sulla poltrona più ambita di Palazzo Zanca.

La prima clamorosa retromarcia, obbligata, risale al 7 luglio, quando il Ragioniere generale dello stato ha cassato due degli emendamenti proposti nella finanziaria 2018 da Cateno De Luca in qualità di deputato regionale. Nello specifico si tratta dei venti milioni per “superare le criticità conseguenti all’emergenza idrica” e dei 25 per “bonificare e valorizzare l’area ex Sanderson”, ovvero un sostanzioso gruzzoletto di quei celebri 150 milioni di euro di finanziamenti per Messina divenuti uno dei suoi punti di forza durante i tanti comizi nelle piazze cittadini o nei video postati su Facebook, con tanto di polemiche al vetriolo con Valentina Zafarana del M5S e con chiunque mettesse in dubbio l’effettiva erogazione di quei fondi.

Per parlare di vero e proprio “dietrofront” bisogna aspettare il 27 di luglio, con la nomina dei consigli d’amministrazione della partecipate di Atm, Amam, MessinaServizi ed Ente teatro, in cui fanno capolino volti noti della città legati a doppio mandato ai suoi trascorsi politici (dall’Mpa a Sicilia Vera) e membri della sua Fenapi. A far discutere, oltre ai “nomi”, sono anche le modalità: a dispetto della tanto sbandierata riduzione dei costi e della preannunciata liquidazione di tutte le aziende miste (uno dei punti più controversi del suo programma elettorale) il numero delle poltrone assegnate paradossalmente aumenta ,con conseguente crescita degli incarichi politici e delle spese. Ad aumentare non sono tuttavia solo le nomine, ma anche le stesse partecipate, con l’istituzione di Arisme, presieduta da Marcello Scurria, e della ventura Messina Social City (che avrà come personale i lavoratori di quelle stesse cooperative messe alla berlina e accusate di far parte di un “sistema criminale”).

Discorso analogo per i dirigenti comunali, che non solo non accennano a diminuire, ma quelli che avrebbero cessato il servizio entro l’anno vengono pure riconfermati. “Riduzione dei dirigenti START! Dagli attuali 23 dirigenti si scende a 13 dirigenti con un risparmio di oltre un milione di euro annui”, aveva annunciato De Luca alla fine di luglio, all’atto di approvazione dello schema di una nuova struttura organizzativa dell’ente che entrerebbe in vigore a dicembre. In tal senso, la prima mossa dell’amministrazione De Luca risale solo al 6 novembre, con la decisione di non rinnovare il  contratto a tempo determinato al dirigente ai servizi sociali Domenico Zaccone.

Meglio non va con il caso cinghiali. Prima l’annuncio di una massiccia campagna di abbattimento con la supervisione dell’Ispettorato forestale ed il servizio veterinario (ordinanza sindacale del 5 luglio), poi, dopo le proteste di animalisti e consiglieri comunali, e un’interrogazione di Alessandro Russo di Libera Me, l’inversione di rotta, datata 22 ottobre. A causa della mancanza di un reale censimento, gli animali non verranno più ammazzati ma catturati e poi allontanati.

A tenere banco nel mese di agosto è invece la querelle sulle scuole, chiuse ad inizio mese (prima per tutti, poi non per dipendenti e impiegati) perché non in possesso dei certificati antincendio e antisismici e riaperte quindi il 25 settembre, dopo l’approvazione del provvedimento legislativo noto come “decreto milleproroghe”, con conseguente slittamento dei termini per l’adeguamento antincendio delle scuole. Malgrado il Sindaco avesse più volte ribadito la sua volontà di non riaprirle se non a norma, pur non provocando alcun effetto pratico, la mossa di De Luca ha funzionato, portando alla creazione, su base regionale, della “unità di crisi” per la sicurezza dei plessi scolastici, con tanto di priorità per Messina in merito all’immediata redazione delle schede Aedes.

Ben più altalenante e ricca di colpi di scena è l’infinita questione “trasporto pubblico”, con annunci di varia natura e relative retromarce che si susseguono a ritmo continuo come in un Luna Park. A tenere banco, oltre allo stato di salute dell’Atm, con tre o quattro versioni diverse in merito ai debiti dell’azienda mista, è soprattutto la questione tram, osteggiato in ogni modo nel corso della campagna elettorale e considerato il peggiore fra tutti i mali. Punto cardine del suo programma è la creazione della controversa “monorotaia volante”, un progetto avveniristico che avrebbe dovuto realizzare l’azienda bielorussa “SkyWay”, i cui rappresentanti hanno anche fatto un sopralluogo in città in presenza dello stesso De Luca. Il progetto, messo alla berlina sui social, finisce però poco tempo dopo nel fondo di un cassetto, a differenza dell’intento di abolire il servizio, che continua a imperversare nelle dichiarazioni del sindaco e del vicesindaco Salvatore Mondello. Il tutto almeno fino a mercoledì 7 novembre, quando in un lungo e arzigogolato comunicato lo stesso De Luca torna indietro sui suoi passi, annunciando che il tram non verrà smantellato ma migliorato in alcuni tratti. In cantiere c’è comunque un nuovo tram, di cui non sono ancora del tutto chiare le specifiche.

Capitolo “Salva Messina”: il dietrofront in questo caso è una vera e propria inversione a U con tanto di colpo di freno a mano. Nata come una manovra “lacrime e sangue” di stampo ferocemente thatcheriano, con tagli, privatizzazioni e scure calata a due mani sulla spesa sociale, nemmeno un mese dopo è diventata una manovra “latte e miele” di quelle che in Prima Repubblica avrebbe potuto partorire un Vittorio Sbardella. Il sospetto, in questo caso, è che Cateno De Luca, conoscendo bene (ma bene molto) i suoi polli, abbia fiutato il clima di odio sociale che pervade la città e abbia cavalcato la tigre finché è stato necessario per poi spiegare che no, non si trattava di una tigre, ma di un pacioso gattino da accarezzare. “Si, era una strategia”, ha confessato lo stesso De Luca al termine della conferenza stampa coi sindacati. Un piano ben preciso che ha consentito a lui di ottenere il risultato pieno, con politica e sindacati dalla sua parte, e ad una parte di città di tirare un sospiro di sollievo. Il documento venuto fuori dai tavoli di concertazione, è infatti fortemente migliorativo, dal punto di vista sociale, rispetto al primo.

I dietrofront non sono ancora finiti. Nella pubblica amministrazione si entra solo per concorso? Ecco serviti cinquecentocinque riassorbimenti nel settore dei servizi sociali, che dalle coop transiteranno nella nuova istituzione e che si aggiungono all’altro migliaio di lavoratori delle altre partecipate che un concorso nemmeno sanno cosa sia. Internalizzazione dei servizi di pulizia affidati a dipendenti del Comune? Impossibile, ne vanno in pensione troppi, il servizio resta alla coop che fino a ieri era stata in procinto di fare le valigie. Gli interinali dell’Atm? Il male assoluto a luglio, mentre oggi “se un giudice stabilirà che la loro posizione è legittima (hanno fatto causa contro la mancata chiamata in servizio) io non mi opporrò di certo”, ha spiegato De Luca. E la differenziata? Non solo non è arrivata al 30% entro ottobre, come preannunciato, ma nella confessione del presidente di MessinaServizi Pippo Lombardo potrebbe subire anche una contrazione: ad agosto, lo stesso Lombardo aveva annunciato le dimissioni dell’intero consiglio d’amministrazione se l’obiettivo non fosse stato raggiunto

Infine la vicenda “risanamento”, con trame e sottotrame degne di una puntata di Beautiful. “Se non riesco a sloggiare tutti gli abitanti delle baracche entro il 31 ottobre mi dimetto“, aveva annunciato De Luca intorno al 6 agosto. Siamo al 9 di novembre e non solo le baracche sono ancora tutte lì ma nel frattempo è venuto a mancare il principale sussidio economico su cui faceva affidamento il primo cittadino, ovvero la dichiarazione da parte del Governo dello stato di emergenza. Per scoprirlo è dovuto volare fino a Roma, una settimana prima della deadline che si era autoimposto e che a lungo ha tenuto con il fiato sospeso migliaia di cittadini convinti di dover lasciare le loro case da un giorno all’altro. A far chiarezza sulla questione ci ha pensato lo stesso De Luca, spiegando che i tempi ristrettissimi (e assolutamente irreali) dell’ordinanza servivano per far “pressione” sul Governo in maniera da agevolare la concessione dei poteri speciali, e poi il 26 ottobre il presidente di Arisme Marcello Scurria, nel corso di un incontro con gli abitanti di Bisconte: «Era impensabile che qualcuno potesse prendere sul serio questa data».  Stavamo scherzando. De Luca ha comunque annunciato che opporrà ricorso contro la bocciatura (e il presidente della regione Nello Musumeci ha dato pieno sostegno all’amministrazione messinese, per cui lo sbaraccamento avverrà, se avverrà, con fondi regionali).

In quattro mesi di sindacatura, Cateno De Luca ha quindi cambiato idea pressochè su tutto, dimostrando non solo che le sparate da campagna elettorale erano mere provocazioni, ma anche di essere aperto al confronto, e di possedere un notevole pragmatismo: anche a rischio che i suoi continui “Al lupo! Al lupo!” prima o poi non vengano presi sul serio nemmeno dai sostenitori più accaniti dello “Scateno” più rivoluzionario e iconoclasta.

ps. Mancano i “dietrofront” sulle varie “dimissioni” del sindaco, ma il rischio è che un articolo già di per sé lungo potesse trasformarsi in un cantico dell’Orlando furioso

 

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