Parole con la b che esistono solo a Messina (o quasi)

 

Buddaci

 

E veniamo a uno dei termini più celebri e abusati in termini assoluti, che connota la messinesità come poche altre parole al mondo. Utilizzato dal resto dei siciliani, ma anche dagli abitanti della provincia, per identificare gli abitanti della città dello Stretto, fa riferimento a un pesce, lo “sciarrano”, caratterizzato da un corpo minuto e snello, da una testa grossa e soprattutto da una bocca molto ampia. In parole povere, l’immagine stereotipica del messinese medio, per i fratelli isolani, è quella di una persona che “abbocca” a qualsiasi diceria e che parla in maniera arrogante e tronfia senza accompagnare i fatti alle parole. Luoghi comuni? Forse.  Quel che è certo è che noi messinesi siamo di gran lunga più furbi e intelligenti degli altri, in media anche più avvenenti, il nostro cibo andrebbe inserito fra i patrimoni immateriali dell’Unesco e gli scorci dello Stretto non hanno nulla da invidiare al Giardino dell’Eden in un giorno assolato di primavera. Senza dimenticare di quando abbiamo dato i natali a William Shakespeare. Ci chiamano bummacari? L’uccello ‘nta iaggia, si sa, o canta p’invidia o canta pi raggia.

Falsa modestia a parte, l’allegoria non è solo frutto di leggende popolari, ma trova riscontro materico anche nella facciata di Palazzo Zanca, sulla quale, tra le varie icone raffiguranti la simbologia messinese, c’è spazio anche per il piccolo e famelico “buddace”.

 

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Giuseppe Carcione
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Bastasu e babbannacchiu!