Sedici firme, una sfiducia che in aula dovrà essere votata da una maggioranza qualificata e quattordici anni di anomalie amministrative: tanto basta per dire che Messina e la normalità sono distanti come i piedi di una ballerina in spaccata. Perché è dall’anno di dis…grazia 2003 che il Comune non riesce ad avere un’amministrazione che concluda il proprio mandato nel tempo previsto dalla legge. Dal 2003 che, nella stanza prima bianca, poi tinteggiata, poi con la doccia, quella ad angolo dove oggi convivono la Madonna della Lettera e il Dalai Lama, si sono susseguiti più ospiti di un albergo ad ore.

Il peccato originale? Per chi ha memoria, la più sfrontata manovra politica mai registrata in città: lo scambio di poltrone. Quattordici anni fa, mentre Turi Leonardi (mai formalmente iscritto a Forza Italia e geneticamente democristiano) si apprestava a chiudere il suo primo mandato come sindaco, Giuseppe Buzzanca, presidente della Provincia con “la magia del fare”, concludeva i suoi nove anni a Palazzo dei Leoni senza poter essere rieletto per legge. All’epoca, il suo partito, Alleanza nazionale, era potente e ramificato, aveva voti e, soprattutto, la statura (elettorale) del senatore Mimmo Nania, potente barcellonese in quel periodo dedito a vestire i panni di riformatore della Costituzione. An decide di puntare i piedi: Buzzanca deve continuare ad avere una poltrona, ma le poltrone mancano, visto che le Politiche e le Regionali si sono già svolte. Così, pur di non rischiare di perdere i due palazzi a causa di un disimpegno di Nania & C., l’allora Casa delle Libertà decide di ordinare a Leonardi di candidarsi alla Provincia, rinunciando al secondo mandato e lasciando libero il Comune per la corsa di Buzzanca. Il sindaco uscente, che non digerirà mai la cosa, accetta a malincuore, onorando così il suo Karma di tappabuchi (già nel 1993 era stato primo cittadino dopo le dimissioni di Mario Bonsignore senza, però, essere schierato alle elezioni del 1994).

Il voto, siamo nel mese di giugno, va secondo copione: Buzzanca batte il candidato del centrosinistra, Antonio Saitta (sostenuto da Francantonio Genovese, il più potente della ex Margherita), e si insedia al Comune. Da quel momento, il disastro.

All’indomani del voto, mentre il sindaco snocciola centinaia di milioni pronti a giungere da Roma, e che la città attende ancora per un evidente disguido postale, prende corpo l’ipotesi che non fosse candidabile a causa di una condanna definitiva per Peculato d’uso (dal quale è stato successivamente riabilitato, dopo essergli costata anche la poltrona di deputato regionale, conquistata nel 2008 e persa nel 2012). Il primo cittadino nega, minimizza. La sua maggioranza fa quadrato, ma, alla fine, in appello, viene dichiarato decaduto. La vicenda continuò, in vista del ricorso in Cassazione (condita anche da una norma in una legge omnibus che, di fatto, lo avrebbe rimesso in sella), ma questa è un altra storia. Il sindaco è costretto a lasciare e, al suo posto, giunge come commissario Bruno Sbordone. A Palazzo Zanca, il Prefetto resta fino alle elezioni, indette per la fine del 2005, dividendo, nei fatti, il suo potere con Gianfranco Scoglio, il direttore generale esterno nominato da Buzzanca ma riconfermato.

La città che torna al voto a dicembre, forse stanca dei pasticci combinati, forse per il sistema di captazione del consenso, elegge un sindaco di centrosinistra, Francantonio Genovese. Tutto bene? No! Un candidato sindaco campano, Antonio Di Trapani, creato a tavolino da Nanni Ricevuto (che verrà ricompensato con un vice ministero per l’impresa), presenta un ricorso per l’inopinata esclusione della sua lista, composta da mangiatori di friarielli e mozzarelle di bufala, e vince. È l’autunno del 2007, quando anche Genovese deve lasciare Palazzo Zanca. A fare le sue veci, ma anche quelle del consiglio, mandato a casa, giunge Gaspare Sinatra, un colorito funzionario regionale che inizia a gestire il Comune con l’aiuto della fida collaboratrice, Maristella Passaro.

A giugno del 2008, in coincidenza con le elezioni regionali, si torna a votare anche a Messina. Mentre alla Provincia, in ossequio al suo destino, Salvatore Leonardi non viene ricandidato (gli viene preferito il già citato Ricevuto, che vince), al Comune si scontrano Buzzanca e Genovese. Il match, dagli esiti imprevedibili, vede trionfatore l’esponente di An. Tutto finito, la città ha finalmente un sindaco a tempo pieno? No, perché nell’agosto del 2012, il vincitore, che vuol pensare al futuro e avere una rivincita, si dimette per candidarsi alla Regione (non guadagnerà il seggio, però), aprendo una nuova stagione di commissariamento. Questa volta tocca a Luigi Croce, ex Procuratore Capo della città, reggere le sorti del Comune, portando a galla tutta una serie di problemi contabili che ancora pesano come un macigno

Il capitolo finale? È ancora da scrivere. Nel giugno del 2013, a sorpresa ma non troppo, vince il sindaco outsider Renato Accorinti, a capo di una coalizione che mette insieme la città militante e quella perbene dei salotti. Inutile raccontare le mille polemiche, ma un perché all’attuale mozione di sfiducia va trovato, al di là delle pecche denunciate dai firmatari, fra le quali la manutenzione delle “alberate” (sic) lungo le strade. E il perché, probabilmente, è la necessità di allineare le elezioni a un’altra tornata elettorale, visto che non si vota più per la Provincia. La necessità di far coincidere le consultazioni con le regionali, creando così un sistema di doppio traino elettorale. Il resto, se dovesse passare la sfiducia, è tutto da scoprire. Dalla composizione delle liste per l’Ars e per gli assessorati al Comune, verranno fuori gli interessi di parte dei firmatari. Ciò che resterà fino al voto, però, sarà un altro commissariamento esterno. Un commissariamento determinato in maniera irresponsabile, non motivato dai disastri ma solo dalla necessità, per molti, di sopravvivere…

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