MESSINA. Prosegue il dibattito decennale sulla riqualificazione del waterfront: un argomento tornato alla ribalta soprattutto grazie al “concorso di idee” avviato dall’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto, che proprio questo pomeriggio porterà avanti il ciclo di incontri, aperto a tutta la cittadinanza, per “ridisegnare” il tratto di lungomare compreso fra Boccetta e l’Annunziata. Tanti gli spunti e le proposte di cui si è discusso in questi mesi, a partire dall’ipotesi di un grande Acquario dello Stretto e di un Polo internazionale delle Biodiversità all’interno di un “Parco Blu delle Sirene” da realizzare nella Zona Falcata, con un investimento pubblico-privato di 120 milioni di euro, una ricaduta, in termini occupazionali, di 350 posti lavorativi (più 2mila di indotto) e un milione di visitatori annuali previsti, almeno secondo le stime contenute nel business plan redatto da Josè Gambino, docente di Geografia all’università di Messina. Una proposta che ha avuto anche “l’avallo” del consiglio comunale, il quale, lo scorso 19 gennaio, ha esitato la mozione dando indirizzo all’ormai ex Amministrazione di realizzare “un polo in grado di inserire Messina fra le città turistiche più importanti d’Europa”.
Ma quanto è verosimile e sostenibile la possibilità che a Messina venga realizzato un acquario? E le previsioni sono in linea con le altre realtà presenti (spesso già da decenni) sul mercato?

 

Un rendering del grande acquario di Messina nel progetto di Josè Gambino

 

A fare il punto sulla possibile realizzazione di un grande acquario a Messina è Antonio Di Natale, originario di Taormina ma residente a Messina, con esperienze lavorative in oltre 60 paesi in tutto il mondo, già responsabile scientifico dell’acquario di Genova e dal 2016 segretario generale della Fondazione Acquario di Genova Onlus. «Negli ultimi 30 anni – racconta – ho partecipato a riunioni di vario tipo, spiegando qual è il percorso più corretto per decidere se realizzare o meno un acquario e come dimensionarlo. L’ipotesi può piacere oppure no, ma poi dall’idea bisogna passare alle fasi progettuali: strutture molto complesse e costose come gli acquari moderni – e non parliamo di certo dell’acquario di Villa Mazzini – richiedono infatti investimenti importanti che vanno tarati sul territorio e sulle opportunità che il territorio può offrire. Una volta stabilito che ci si vuol provare bisogna fare uno studio serio di fattibilità, affidato a degli specialisti».

 

Antonio Di Natale

 

«L’idea di Messina come sede di acquario esiste già dalla fine dell’800, per via della posizione fantastica e delle caratteristiche peculiari dello Stretto, un vero e proprio patrimonio di biodiversità, forse il più rappresentativo di tutto il Mediterraneo. Fino ad ora, tuttavia, è stata più una visione onirica che un progetto concreto», prosegue Di Natale, che mette sotto la lente vantaggi e criticità di un investimento che deve necessariamente trovare conforto nei numeri, studiando attentamente il contesto e il rapporto fra costi e benefici.  Senza dimenticare la possibile “concorrenza” di Reggio Calabria, che di acquario ne ha uno “in itinere” nel “Regium Waterfront” progettato dall’architetta iraniana Zaha Hadid: «È ovvio che due acquari non potrebbero coesistere. L’autorità portuale è la stessa: si deve prima chiarire dove farlo».

 

Un rendering del “Regium Waterfront” di Reggio Calabria

 

Quanto costa realizzarlo?

«Un acquario moderno di dimensioni discrete richiede un investimento che varia dai 30 ai 45 milioni. Quello di Genova, il più grande d’Italia, è costato nel complesso 150 milioni. È chiaro che una delle componenti più importanti è la grandezza, ma a Messina oceanari di grandi dimensioni sono da escludere per una questione di spazi. Bisogna poi ponderare bene i costi. Con 120 milioni di investimento, ad esempio, io credo che non potrebbe mai andare in attivo. 300 dipendenti? È una cifra estremamente alta rispetto alle reali necessità. Se qualcuno me lo chiedesse direi: ”… guarda, non aprire nemmeno perché fallisci”. L’acquario di Genova, giusto per fare un raffronto, di impiegati ne ha più o meno un centinaio, a cui si aggiungono quelli delle cooperative, grossomodo un altro centinaio. La prospettiva di far coesistere l’acquario con un parco e/o un museo? Sono realtà diverse che si possono anche mettere nella stessa struttura, ma hanno costi diversi, esigenze diverse e strutture gestionali diverse. Per quanto riguarda la tempistica non è facile fare delle previsioni… in Italia, fra tempi decisionali indefiniti e burocrazia, è come guardare dentro una sfera di cristallo. Quello di Genova, enorme, è stato costruito in due anni (approvato e progettato nel 1990, è stato aperto parzialmente ad Aprile del 1992 e poi inaugurato ad Ottobre del 1993) mentre per quello di Trieste sono stati necessari 15 anni di gestazione, ma adesso si sta partendo e ci sono tutti gli accordi e gli investimenti definiti». Previsto all’ex Porto Lido, il progetto del Parco del Mare di Trieste avrà una superficie complessiva di 10mila metri quadrati e ospiterà 28 vasche. Sviluppato su tre piani, mira ad attrarre 600mila visitatori l’anno, impiegando a regime circa 120 lavoratori diretti e indiretti. L’investimento complessivo? Grossomodo 44 milioni di euro.

 

Il Parco del Mare di Trieste

 

C’è poi la questione dei “contenuti”…

«Tenete presente che nessun acquario del mondo ha un pescespada al suo interno. Nessuno lo ha mai messo in una vasca: è bellissimo da vedere, ma ha un carattere molto particolare e soprattutto una spada molto tagliente che può graffiare gli acrilici di un acquario. Inoltre potrebbe attaccare coloro che vanno a pulire le vasche dall’interno. Allo stesso modo nessuno ha mai messo in un acquario uno squalo bianco, che è pure protetto ed “esporlo” è vietato per legge. Non è facile nemmeno con i delfini. Anche definire i contenuti è una cosa molto complessa. Un possibile vantaggio a Messina, invece, potrebbe essere dettato dall’acqua di mare di ottima qualità, che consentirebbe un abbattimento dei costi. Per molti anni a Genova l’acqua veniva portata da Portofino, con ovvie ricadute economiche».

 

Ma quanto è redditizio un acquario?

«Quello di Genova, ancora al passo con i tempi e continuamente ammodernato, è stato sempre in attivo (tranne nel 2020, un anno disastroso per via della pandemia) e negli anni ha portato benefici rilevanti al capoluogo ligure. Tuttavia ogni località è diversa… per questo è fondamentale fare uno studio di fattibilità (con un costo di 40-50mila euro), che potrebbe far risparmiare milioni di euro: bisogna considerare la popolazione in età scolare, il flusso di croceristi, il bacino di utenza, i collegamenti e il raggio entro il quale i visitatori locali possono essere attratti: elementi fondamentali per tarare l’investimento. Fino ad ora l’approccio che ho visto io a Messina è stato: “Facciamo un acquario che costi tot milioni”, ma non è una lotteria, non si fa così. Per quanto riguarda gli avventori, invece, l’acquario di Genova ha superato in un anno il milione e mezzo di visitatori, il 5 per cento dei quali sono croceristi (ma è un conteggio al ribasso). Quando è stato progettato se ne prevedevano circa 800mila: all’epoca Genova era una città industriale, con tante industrie parastatali. Per rilanciare il turismo occorreva un forte attrattore che non c’era, nonostante la presenza di uno dei centri storici più grandi d’Europa. All’inizio i dubbi erano tanti, malgrado ci fossero degli studi di fattibilità molto seri. Adesso possiamo dire che ha cambiato la città, ma è stato studiato bene. Pur essendo a due passi da Milano e dalla Francia, in un’ottima posizione geografica, in questo momento, senza l’acquario, Genova rischierebbe probabilmente una crisi economica».

 

 

Fra Faro e la Zona Falcata, il nodo della location.

«A differenza di quanto si possa pensare, la scelta del “dove” ricade in una fase successiva, ma può essere compresa in uno studio di fattibilità, con un’analisi strategica dal punto di vista dei flussi. Della possibile location se ne discute da trent’anni, con particolare riferimento a tre aree. La prima è quella di Capo Faro, con grande potenziale turistico ma con problemi di accesso irrisolvibili. Come ci si arriva? È un’ipotesi da escludere quasi a priori. La seconda è la Zona Falcata, anch’essa un’area bellissima, ma piuttosto complessa, per via dei vincoli archeologici e ambientali, considerato il rilevante inquinamento del suolo. Prima bisogna bonificare e sapere che tipo di inquinanti ci sono, e poi trarre le dovute conclusioni, valutando magari un collegamento con una sopraelevata direttamente da uno sbocco autostradale. La terza è sul waterfront, nel tratto che al momento ospita gli imbarcaderi e la postazione per i vaccini, all’ex Gasometro. Là sicuramente di spazi ce ne sono in abbondanza. Anche la stessa Fiera potrebbe essere in parte destinata ad ospitare un acquario. Il vantaggio di una struttura di questo tipo sul lungomare? Fra il museo, molto poco valorizzato, anche per la posizione defilata, e le altre attrattive del centro storico, che non sono comunque tantissime, si verrebbe a creare un importante polo di attrazione».

Il rischio di una “cattedrale del deserto”.

«Possiamo anche avere una location bellissima, ma bisogna prevedere un adeguato accesso alla struttura e dei parcheggi consoni, sia per le visite individuali che per quelle collettive con i pullman. Le “opere compensative” sono fondamentali, ed è necessario uno studio accurato che prenda in esame una rosa molto ampia di fattori: quante persone è possibile accogliere nel corso di un’ora, la vicinanza di un aeroporto, i target di riferimento, i collegamenti stradali, ristoranti ecc… Altrettanto importante è capire quanti fra i utenti potrebbero prolungare la loro permanenza, decidendo di soggiornare in città, e dal punto di vista della ricezione alberghiera a Messina l’offerta non è certo delle migliori».

 

 

 

 

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