MESSINA. “Abbiamo la voglia e la gioia di poterlo fare”. Renato Accorinti raduna al Palacultura i suoi assessori (quelli che sono rimasti), di sabato mattina, per una “parata” dopo la vittoria in aula di due notti fa, quando è stata bocciata la mozione di sfiducia che avrebbe azzerato giunta e consiglio. Facce distese e larghi sorrisi da parte di tutti i rappresentanti dell’amministrazione, il pericolo è alle spalle e c’è da costruire un futuro, un anno di governo della città. 

Saremo brevi“, spiega Accorinti, e quando si introduce qualsiasi discorso con queste due parole c’è da preoccuparsi, perché usualmente è sempre il contrario. E infatti. Gli assessori si autoimpongono un limite di sette minuti, che ovviamente nessuno rispetterà, ma manco lontanamente.

Una cosa emerge molto chiaramente: tra Messina e Palermo c’è un grosso problema di comunicazione. Non prenderanno i telefonini, la fibra non sarà arrivata a Palazzo Zanca e Palazzo dei Normanni, ci sarà un’interruzione nelle linee telefoniche, ma sembra che la maggior parte dei problemi della città siano da imputare ai ritardi che Palermo manifesta nelle risposte, nell’erogazione dei fondi, nell’esitare le richieste. Tutti gli assessori, chi più chi meno, lamenteranno questo problema di incomunicabilità.

Non sentivano nelle corde il nostro modo di fare“. Preliminarmente Accorinti liquida così, pur ringraziandoli, Luca Eller e Daniela Ursino, assessori al Bilancio e Cultura che nel giro di due settimane hanno lasciato la poltrona, “gentilmente accompagnati” da Cambiamo Messina dal Basso, che la loro presenza in Giunta l’hanno sempre malissimo digerita. È l’introduzione ad una lunga, lunga mattinata.

Inizia Gaetano Cacciola, vicesindaco, assessore ai Trasporti ed esponente della giunta del quale anche il più agguerrito dei consiglieri col dente avvelenato con l’amministrazione ha dovuto, obtorto collo, riconoscerne il lavoro: “Non capisco come mai non ci sia una conoscenza approfondita su quello che abbiamo fatto”, lamenta Cacciola, al quale l’aplomb quasi britannico impedisce geneticamente di fare polemica.  Però il lavoro fatto sui trasporti (e sulla mobilità sostenibile, tema del quale va particolarmente orgoglioso) lo rivendica con malcelata fierezza: “Adesso ci sono dipendenti che sono orgogliosi di lavorare all’Atm: quest’anno faremo risparmiare al Comune sei milioni di euro di contributi, che prima arrivavano e oggi l’Atm riesce a recuperare da sola, facciamo il doppio del km e abbiamo tre volte gli autobus che c’erano prima, abbiamo ridotto l’assenteismo dal 28 al 18%”. Questo il passato. Poi il futuro: “creeremo un nodo intermodale tra bus, ferrovia, e metromare. Vigili stagionali per cinque mesi, implementare le aree pedonali”.  Poi, alla fine, abbandona il basso profilo istituzionale, ma solo per un attimo, e sempre con lo stile che lo contraddistingue: “Questa giunta può essere criticata, può essere persino sfiduciata, ma non può essere usata. Da nessuno“. Applausi.

A seguire Nina Santisi, assessore ai Servizi sociali, che dopo essere stata bersaglio di trenta interventi da parte dei consiglieri comunali durante la notte della sfiducia, si toglie due sassolini dalla scarpa e segue il copione “snocciolo i risultati che mi hanno negato”: “Piano di azione e coesione, 8 milioni per l’infanzia recuperati, concluso l’iter della legge 328 (altri tre milioni), bandi varati. La mia parola d’ordine, se mi avessero fatto intervenire, sarebbe stata corresponsabilità”. Poi continua: “Servizi verso inclusione sociale, emergenza abitativa, i magazzini Generali saranno la cittadella del sociale”. Poi smonta le accuse lanciate in aula: “Per il progetto Cantieri di servizio, la Regione ha stanziato solo 20 dei 50 milioni di euro, poi non è stato più rifinanziato; le proroghe sui bandi sono state necessarie, in mancanza del bilancio, sono state una scelta du buon senso che rivendico;  i migranti: solo nel 2016 abbiamo gestito 35 sbarchi e 2138 minori non accompagnati e 71 posti per migranti vulnerabili nell’ambito del progetto Sprar”. Sembra timida, Nina Santisi, ma quando sguaina gli artigli lascia il segno. Pugno di ferro in guanto di velluto.

Daniele Ialacqua, assessore all’Ambiente, non facesse l’assessore avrebbe una carriera assicurata come cabarettista. La battuta gli viene naturale, ma il suo è l’intervento più “politico”. “È evidente che le motivazioni della mozione di sfiducia erano politiche, non riguardavano quello che non abbiamo fatto”. Ce l’ha particolarmente con Gianpiero D’Alia, per la conferenza stampa di ieri, e rivendica il “Bella Ciao” intonato alla fine della lunghissima nottata della sfiducia. Poi passa alla trattazione: “Mi contestano diciassette punti, ne ho realizzati quattordici e avviati tre”, spiega Ialacqua, che ogni tre parole piazza una battuta. Folgorante in particolare quella, manco a dirlo, di risposta ad un fallimento imputatogli dai consiglieri: “Mi hanno imputato di non aver piantato un albero per ogni nato, vero, perché siamo stati impegnati a impedire la caduta di un albero su ogni nato, dato il disastroso patrimonio arboreo che ci è stato consegnato”. Non cita “quelli che c’erano prima”, ma insomma, il concetto è quello. Anche lui non sfugge al gioco di ruolo “Mi accusano di non aver fatto questo, invece ho fatto quello”.

Sergio De Cola, assessore al Territorio e all’Innovazione inizia in maniera promettente: parte dal 1976 per raccontare la storia del piano regolatore. Fortunatamente, per formazione professionale e accademica, la materia la conosce bene e riesce a renderla anche interessante. Di due cose è particolarmente orgoglioso, della Vas (valutazione ambientale strategica) e della variante di salvaguardia, il “salvacolline”, mandato in consiglio qualche ora prima della discussione di sfiducia. “Abbiamo ventisei progetti, e la metà sono nuovi, non ereditati da qualcuno”, spiega De Cola. “L’Amam ha iniziato a mettere a posto i bilanci e recuperare qualcuno dei 71 milioni di euro di crediti, molti dei quali non sono più esigibili”, racconta, evitando la telefonatissima battuta dell’azienda che “fa acqua” (che sicuro Ialacqua non si sarebbe trattenuto dal fare). Però nel finale non si contiene: “La città non cambia se non cambiamo noi”. Fortuna che la moglie non si chiama Adriana.

Guido Signorino, assessore allo Sviluppo economico, ha in mano il “progetto Manhattan” dell’amministrazione Accorinti, l’arma assoluta: il Masterplan. Siccome è la personificazione della moderazione, non la usa come una clava, ma piuttosto come un fioretto. Il suo intervento praticamente è di surroga all’assessore al Bilancio, che ancora non è stato individuato (ruolo che ricopriva fino a un anno fa, che resta il suo primo amore e chissà che…): “Il Comune è uscito dalla deficitarietà strutturale e rientrato nel patto di stabilità, ha recuperato la possibilità di bandire concorsi. Abbiamo recuperato 220 milioni tra Masterplan, pon metro, bando periferie, a valere tra i fondi strutturali”, e se fosse stato un rapper (o Obama) avrebbe lasciato cadere il microfono per terra abbandonando la sala tra gli applausi. Siccome non lo è, rende gli onori a quelli che c’erano prima. “Novanta milioni fanno riferimento a progettazioni precedenti”. I famosi “quelli che c’erano prima”, fin qui pochissimo chiamati in causa. Ma non è finita. “Non c’era nessun contratto di servizio tra comune e partecipate, ora ci sono invece tutti”, annuncia, pare a conclusione del discorso. Invece no, la pausa serviva per prendere il respiro e sparare, a mitraglia, sette minuti di quei punti che i consiglieri (l’innominato Pippo Trischitta in primis), in aula hanno argomentato come non fatti.

In supplenza di Sebastiano Pino, assessore allo Sport assente, parla di nuovo Accorinti. Dopo l’intervento ultraistituzionale di Signorino, Accorinti sembra Nikita Khrushchev alle Nazioni Unite. Questa cosa che gli additano poca attenzione verso lo sport, lui che è professore di educazione fisica (curiosità: Accorinti è stato il preparatore atletico di Tullio Lanese quando l’arbitro messinese andò alle olimpiadi di Seoul nel 1988) lo fa andare in bestia . Per fortuna Pino arriva, trafelatissimo e alla fine dell’incontro, che doveva essere una conferenza stampa ma si è trasformato da subito in un meeting di sostenitori del sindaco. “Avremo il primo campo di rugby in erba sintetica del Mezzogiorno d’Italia”, spiega l’assessore, che annuncia riapertura di piscine e campi da tennis. Poi una notizia sull’Acr Messina, che in queste ore sta passando di mano: “Se non l’avesse fatto – rivela – saremmo stati costretti a ritirare la concessione dello stadio Franco Scoglio che avevamo dato due settimane fa, perchè non ci sarebbero state le condizioni economiche e sportive”.

“Fa più rumore l’albero che cade piuttosto che la foresta che cresce. Noi dobbiamo essere la foresta che cresce”, dice Accorinti a fine incontro. I sostenitori applaudono. Gli assessori sorridono. Metà dei consiglieri comunali, da casa, rosicano. La carne al fuoco c’è, ed è tanta. La sensazione è che adesso si farà più difficile per tutti. Per chi deve mantenere le promesse, ma anche per chi deve fare opposizione.

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