Soddisfazione per l’operazione condotta dai carabinieri del Ros di Catania e dalla Compagnia di Santo Stefano di Camastra è stata espressa dal colonnello Jacopo Mannucci Benicasa, comandante provinciale di Messina: “L’operazione dei carabinieri  – afferma – ha svelato come la mafia dei Nebrodi stia tentando di aggirare i vincoli posti dal protocollo Antoci nell’erogazione dei contributi comunitari in agricoltura”.

“Le indagini condotte dall’Arma – prosegue – hanno infatti permesso di fare luce su una serie di estorsioni, di cui erano vittime alcuni imprenditori agricoli, costretti a cedere ad esponenti del clan Santapaola ogni diritto su centinaia di ettari di terreno, per acquistare i quali avevano già versato oltre 250 mila euro. I 9 arresti hanno posto fine al clima di terrore – fatto di macabre intimidazioni e violente aggressioni – che ormai da mesi si respirava tra gli allevatori della zona.”

Un’escalation di atti intimidatori per convincere tre imprenditori di Cesarò a recedere dall’intenzione di acquistare dei terreni e nello stesso tempo aggirare il protocollo di legalità voluto dal presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci.  E poi la figura del boss Salvatore Catania considerato elemento di vertice del clan della zonza tra Bronte e Cesarò.

E’ questo lo scenario dell’operazione “Nebrodi” che nei giorni scorsi ha portato a nove fermi  con le accuse, a vario titolo, di appartenere ad un’ articolazione di cosa nostra etnea operante nei comuni di Bronte, Cesarò e Maniace, e di essere autori di atti estorsivi dal metodo mafioso. Il provvedimento è stato eseguito nelle prime ore di martedì scorso dai Carabinieri del Ros di Catania e della Compagnia di Santo Stefano di Camastra. Il fermo  disposto dalla Dda di Catania (competente per territorio su Cesarò) si è trasformato nei provvedimenti di custodia cautelare emessi ieri dai gip del Tribunale di Catania, e dei tribunali di Ragusa e Caltagirone, nei confronti di tutti e 9 i  fermati.

Figura chiave Salvatore Catania, considerato elemento di vertice del clan mafioso operante nell’area compresa tra i comuni di Bronte, Maletto, Maniace e Cesarò, saldamente legato a cosa nostra catanese facente capo ai Santapaola – Ercolano. Da giugno gli investigatori avevano avviato un primo filone d’indagine incentrato su di lui.  Si traeva anche spunto da quanto emerso in altre indagini come  “Kronos”, che consentiva di documentare  operatività di Catania quale elemento la cui presenza veniva ritenuta indispensabile nei maggiori momenti relazionali dell’associazione cosa nostra etnea. 

 




 

 C’è poi un secondo filone d’indagine che riguarda il tentativo di estorsione ai danni di tre allevatori di Cesarò che avevano deciso di acquistare dei terreni. Uno dei tre un giorno aveva trovato quattro maiali sgozzati e tre croci. Poco tempo prima aveva fatto una società con altre due persone con l’intenzione di acquistare dei terreni con una estensione di circa 120 ettari, ricadenti nel parco dei Nebrodi, per i quali il prezzo finale di acquisto veniva concordato in 440.000 euro e con riguardo ai quali si potevano calcolare profitti stimati sull’ordine dei 50 mila euro annui. Il sospetto che tutto dipendesse dall’acquisto di questi terreni ha portato i carabinieri della Compagnia di Santo Stefano di Camastra diretta dal maggiore Giuseppe D’Aveni ad approfondire le indagini. Nei mesi successivi si verificano altri episodi, furti di bestiame, intimidazioni. Si profilano le figure di Giovanni Pruiti che, secondo quanto emerso dalle indagini insieme a Carmelo Lupica Cristo, Carmelo Triscari Giacucco, Giuseppe Corsaro, Antonino Galati Giordano, Luigi Galati Giordano e Salvo Germanà, avrebbero cercato di farli recedere dalle trattative per l’acquisto dei terreni nonostante gli imprenditori avessero già versato le caparre per circa 200.000 euro. Dall’indagine emerge il legame tra Pruiti e Catania risultando questi, grazie anche al ruolo rivestito dal suo fidato Roberto Calanni, assolutamente egemone su tutta quell’area nebroidea.  

Secondo quanto emerge dalle indagini il sodalizio voleva ostacolare ogni iniziativa agricola imprenditoriale e condizionare fortemente il libero mercato.

Il protocollo di legalità. Il protocollo di legalità voluto dal presidente del parco dei Nebrodi Antoci, e siglato il 18 marzo 2015, prevede che tra i requisiti per partecipare ai bandi  per l’affidamento dei terreni pubblici occorre il possesso della certificazione antimafia. Questo significa che le aziende che non sono in grado di ottenere la certificazione non possono aspirare e terreni pubblici e devono rivolgere l’attenzione a quelli privati. Per indurre i proprietari terrieri a riconoscere come unici interlocutori gli aggregati mafiosi sarebbero ricorsi a danneggiamenti, furti, uccisione di animali ed estorsioni in modo da poter intavolare autonome trattative con i proprietari terrieri oppure inserirsi in quelle eventualmente già in  corso, inducendo le parti a recedere dagli accordi.

I fermi sono scattati nei confronti diRoberto Calanni, 37 anni di Paternò, Salvatore Catania, detto Turi, 55 anni di Bronte, Giuseppe Corsaro 33 anni di Bronte, Antonino Galati Giordano, 34 anni di Bronte, Luigi Galati Giordano, 32 anni di Catania, Salvo Germanà, 41 anni di Bronte, Carmelo Lupica Cristo, 62 anni di Tortorici, Giovanni Pruiti, 41 anni di Bronte, Carmelo Triscari Giacucco, 44 anni  di Cesarò.

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