MESSINA. Giorgia è una ragazza messinese di 22 anni, studia “Scienze e lingue per la comunicazione” a Catania e da grande vorrebbe fare l’assistente esecutiva. La sua è la seconda di una serie di testimonianze che Lettera Emme racconterà grazie alla collaborazione di Liberazione Queer Messina, un collettivo che da circa un anno lotta per la liberazione sessuale e la rivendicazione di diritti sacrosanti, contro ogni forma di omotransbifobia. L’obiettivo di questa rubrica è quello di fornire un contributo utile alla collettività sulla realtà, le esigenze, le problematiche e le istanze del mondo Lgbtq+ attraverso delle testimonianze dirette, senza alcun filtro.

Dopo il racconto di Oliver e del suo percorso di transizione, l’argomento di cui si discute oggi è quello della “bisessualità”, un orientamento sessuale di cui Giorgia ha preso coscienza intorno ai 15 anni, quando ha capito di essere attratta sia dai ragazzi che dalle ragazze: una condizione che accomuna milioni e milioni di persone in tutto il mondo, dall’alba dei tempi, ma sulla quale regnano ancora disinformazione, indifferenza e preconcetti (spesso anche da parte degli stessi componenti della comunità Lgbtq+).

«Non ho sempre saputo di essere bisessuale. Credevo di essere attratta solo dai ragazzi, poi ho provato delle sensazioni che all’epoca consideravo “strane” verso le ragazze e ho iniziato a interrogarmi. Finché, più o meno a 17 anni, ho deciso di fare “coming out”», spiega Giorgia, che nel video in basso racconta la sua esperienza, cercando di fare chiarezza su cosa sia la bisessualità e sui tanti pregiudizi ancora in auge, dalla presunta “promiscuità” alla differenza con la pansessualità, dal concetto di “bicancellazione” alle dimenticanze del Ddl Zan.

 

(Chiediamo scusa per la qualità audio del video, soprattutto nella prima parte, ndr)

Cosa significa

Secondo uno studio condotto nel 2013, circa il 40% degli appartenenti alla comunità Lgbtq+ sono persone bisessuali. Significa cioè che sono attratte sessualmente e/o romanticamente da due o più generi (uomini, donne, persone non binary e genderqueer), “seppur non necessariamente nello stesso modo, nello stesso momento e nello stesso grado”, secondo una definizione dell’attivista Robyn Ochs.

Malgrado i “numeri” (un sondaggio del 2002 condotto dal Centro nazionale di statistica degli Stati Uniti ha rilevato che l’1,8% dei maschi e l’1,3 delle femmine tra i 18-44 anni si consideravano bisessuali) quello della bisessualità è in parte ancora un tabù: se ne parla poco, spesso in maniera errata, o non se ne parla affatto, dimenticando l’importantissimo contributo svolto nelle lotte di rivendicazione sessuale nel corso dei decenni, a fronte di una narrazione mediatica che continua ad essere caratterizzata dalla polarizzazione degli opposti (eterosessuali da un lato, omosessuali dall’altro), con la conseguente cancellazione dell’esistenza e della legittimità della bisessualità e delle altre identità di genere.

A contribuire all’ostracizzazione della bisessualità concorrono vari fattori: le scelte individuali di chi occulta o non esprime la propria natura, per insicurezza o paura di essere discriminato/a; la tradizionale dicotomia etero-omo, ancora imperante sui media e nell’accezione comune; la “proscrizione” di parte dello stesso ambiente gay, che considera le persone bisessuali come “omosessuali mascherati”.

Le origini del termine

La parola “bisessuale” (Qui c’è una “guida” esaustiva) fu introdotta nel campo della botanica nei primi decenni dell’Ottocento per qualificare le piante ermafrodite, ossia con fiori che presentano contemporaneamente organi sessuali sia maschili che femminili (stami e pistilli), in contrapposizione a quelle “unisessuali”, che cioè presentano fiori con un carattere sessuale alla volta. In questa accezione, la parola “bisessuale” aveva un significato ben diverso e fuorviante  (“bisessuato”, “ermafrodito”) rispetto a quella che gli diamo oggi. Il significato del termine cambia in maniera graduale nel tempo, soprattutto dopo l’introduzione delle parole “omosessualità” (1869) ed “eterosessualità”, andando così a identificare tutte quelle persone attratte dall’uno e dall’altro sesso. Il termine, in particolare, divenne molto in uso fra le due guerre, grazie alla psicoanalisi e agli studi di Sigmund Freud (seppure in un’accezione ancora piuttosto distorta), per poi essere adottato ufficialmente nel “Manifesto bisessuale” pubblicato nel 1990 sulla rivista Anything that Moves. Un percorso piuttosto farraginoso, intrapreso fra mille battaglie e rivendicazioni (in particolare negli anni ’60 e ’70): basti pensare che a lungo, per decenni, si pensava che le persone bisessuali soffrissero di “ermafroditismo psichico”, una teoria con cui si definivano “contro natura” tutti gli orientamenti sessuali e le identità di genere che non rientravano nella norma. Ma c’è di più: fino a quando l’omosessualità non fu derubricata dal “Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali” nel 1973 (e poi cancellata nel 1990 dall’elenco delle malattie mentali), anche la bisessualità veniva trattata con “rimedi” riparativi e di conversione. Fra castrazioni, percorsi medici, ipnosi e terapie con shock elettrico (Qui per un approfondimento).

“Siamo stanchi di essere analizzati, definiti o, peggio ancora, non essere considerati affatto. Siamo frustrati dall’isolamento e dall’invisibilità che ci sono imposti perché ci si aspetta che scegliamo di essere omosessuali o eterosessuali. La monosessualità è un dettato eterosessista usato per opprimere gli omosessuali e negare la validità della bisessualità, che è un’identità completa e fluida. Non dare per scontato che la bisessualità sia binaria o duogama: non dobbiamo essere coinvolti simultaneamente con entrambi i sessi per sentirci realizzati come esseri umani” (Tratto dal “Manifesto bisessuale”)

 

Oltre la Scala Kinsey

La scala Kinsey è un sistema di classificazione degli orientamenti sessuali ideata dal biologo e sessuologo statunitense Alfred Kinsey (1894-1956) e rappresenta uno dei primi tentativi di introdurre il concetto di una sessualità umana le cui sfaccettature non siano rappresentate a compartimenti stagni, ma secondo un criterio di gradualità anche nel medesimo individuo, a seconda delle circostanze ambientali e legate all’età.

La scala è formata da sette livelli che vanno da 0 (che indica una tendenza esclusivamente eterosessuale) a 6 (che indica invece una propensione esclusivamente omosessuale) mentre al centro, 3, si collocano coloro in cui le tendenze etero e omosessuali si equivalgono (bisessuali); infine, in mezzo ai tre poli ci sono le relative “sfumature”. Fu inoltre creata una particolare categoria, X, per indicare coloro che sono privi di desiderio sessuale.

«Il mondo non è diviso in pecore e capre. Non tutte le cose sono bianche o nere. Nella tassonomia la natura raramente ha a che fare con categorie discrete. Soltanto la mente umana inventa categorie e cerca di forzare i fatti in gabbie distinte. Il mondo vivente è un continuum in ogni suo aspetto. Prima apprenderemo questo a proposito del comportamento sessuale umano, prima arriveremo ad una profonda comprensione delle realtà del sesso» (Alfred Kinsey)

Secondo lo studioso, inoltre, il “punteggio” delle persone, e quindi il loro orientamento sessuale, non è fisso per l’intero arco della vita ma è molto spesso soggetto a variazioni che possono essere piuttosto significative. In base agli studi del biologo (controversi e non esenti da critiche, anzi), quasi il 46% dei maschi presi in esame ha “interagito” sessualmente con persone di entrambi i sessi nel corso della vita adulta e il 37% ha avuto almeno un’esperienza omosessuale, mentre al 7% delle persone di sesso femminile non sposate (età 20-35) e al 4% delle sposate (età 20-35) fu assegnato un valore 3 sulla scala.

 

Un approccio, quello del sessuologo, che è considerato adesso ampiamente superato per varie ragioni, soprattutto con l’introduzione della teoria Queer, il rifiuto del “binarismo” e delle tradizionali categorie dell’orientamento sessuale. «La Scala Kinsey – spiega Giorgia – era un tentativo di porre la sessualità su uno spettro, ma ormai non viene più considerata come un numero fisso su una scala fissa. Le stessa bisessualità non corrisponde a un 50% e un 50% perfetto, ma racchiude anche le persone che sono orientante più su un genere che sull’altro».

 

La bandiera dell’orgoglio bisessuale, creata nel 1998 da Michael Page

 

Bicancellazione e Gatekeeping

 

Uno dei paradossi legati al tema è il “doppio ostracismo” che rischiano di subire le persone bisessuali: da una parte quello “classico” (dall’omofobia alla credenza che la bisessualità non esista – “bicancellazione”, fino alla generalizzazione secondo cui tutti i bisessuali siano promiscui), frutto di una visione binaria, eterosessista o monosessista; dall’altro quello delle stesse persone omosessuali, alcune fra le quali mettono in dubbio o negano la bisessualità come un orientamento sessuale, riducendola a una omosessualità latente o a una fase transitoria della vita. Un fenomeno, noto come “Gatekeeping”, che rende ancora più difficile l’accettazione di sé e l’integrazione all’interno della comunità Lgbtq+.

«Cioè che contraddistingue la bisessualità – spiega Fabio, uno studente messinese di 17 anni – è il feeling differente che si ha in base al genere a cui ci si riferisce (a differenza della pansessualità). Omosessualità o eterosessualità ovviamente non sono poli opposti di un diagramma che non ammette nulla in mezzo; sono puramente la punta dell’iceberg nella discussione dell’attrazione romantica e/o sessuale. Se già l’omosessualità è vista come “non naturale” a chi è bi si dice “farai prima o poi una scelta” o “non sai decidere”, come se fosse una fase inutile o prodotto di una confusione, protendendo naturalmente verso un assetto “eterosessuale”. C’è poi il mito più deleterio, quello della “promiscuità”, secondo il quale ci viene attribuito un comportamento infedele vista la nostra “ampia possibilità di scelta”. Pure il gatekeeping diventa una croce: la bisessualità può essere vista come una cosa non reale o come un affronto alle istanze gay e/o queer e pertanto si ostracizza inutilmente creando compartimenti stagni persino nella comunità LGBTQ+ stessa».

Quello di Fabio, malgrado la giovane età, è stato un processo continuo di lotta per rivendicare la sua identità e cercare un suo posto nel mondo: «Per trovarlo ho avuto bisogno della mia comunità. Sono cresciuto con punti di riferimento di un mondo dove l’eteronormatività e il binarismo di genere sono sovrani, per questo ho dovuto trovare la mia strada con un processo tortuoso di accettazione (durato più o meno un anno). L’alienazione che ho provato è sempre stata forte e ho dovuto falsificare chi ero e allacciare apporti interpersonali vani e superficiali per evitare di essere aggredito verbalmente o fisicamente. Per fortuna ritrovarmi in un collettivo queer mi ha fatto sentire meno solo, mi ha fatto capire che ho una comunità a cui appartengo e che la mia strada si intreccia con quella di molte altre persone simili a me». 

 

Fonti consultate:

https://www.wikipink.org/index.php/Orientamento_sessuale#Teoria_queer

https://www.wikipink.org/index.php/Bisessualit%C3%A0

https://thevision.com/attualita/orientamento-bisessuale-lgbtq/

https://www.gay.it/bifobia-bi-cancellazione-dubitare-identita

https://ichi.pro/it/dobbiamo-fermare-il-gatekeeping-della-rappresentazione-queer-97847297327109

 

 

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Elena Scrima
Elena Scrima
31 Marzo 2021 22:49

Grazie per l’articolo con annessa intervista. Molto chiaro e utile a chi si accosta per la prima volta a temi di questo genere

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