È trascorso ormai più di un anno da quel maledetto 9 marzo del 2020, quando in diretta nazionale l’allora premier Conte annunciò il lockdown in tutta Italia. A causa di una pandemia su scala mondiale, da quel momento non sarebbe stato più possibile uscire di casa, far visita a genitori e figli, incontrare gli amici, abbracciarsi per strada. Uno scenario da film di fantascienza, con risvolti horror, che avrebbe segnato per sempre la vita di milioni di persone: quella di chi ha dovuto piangere i propri cari, innanzitutto, ma anche l’esistenza di tutti gli anziani soli, dei bambini privati del sole, dei tantissimi teenager a cui un virus maledetto ha rubato per sempre un pezzo dei loro anni migliori.

Da quel momento il pianeta Terra ha avuto il tempo di compiere una rivoluzione completa intorno al Sole: è giunta l’Estate, beffarda, che ci ha illuso con la prospettiva di un nuovo inizio, che davvero potesse andare finalmente “tutto bene”, come pensavamo ingenuamente cantando a squarciagola dai balconi.  Quindi l’autunno, le nuove restrizioni, la beffa del Natale, il nuovo coprifuoco “momentaneo” (che doveva durare solo un mese o giù di lì) e la speranza dei vaccini, mentre continuavamo a fare il conto delle salme con il pallottoliere in mano.

Poi – di nuovo – la Primavera. Che è sempre bella da far male.

Da qualche giorno sono tornate le giornate assolate, tramonta più tardi e il vento porta con sé l’odore inconfondibile della Natura che si risveglia: il profumo della pelle nuda, i corpi che si svestono e fioriscono, la brezza leggera che ci scompiglia i capelli la sera.

È tornata la stagione più bella, e con essa l’amarezza di una vita castrata, in libertà vigilata.

Rispetto allo scorso anno siamo più liberi di uscire, possiamo andare in giro e incontrare gli amici: eppure resta sempre quella sensazione di prigionia a metà, di privazione, di “ora d’aria”. Un po’ come quella dei detenuti costretti ad osservare il mondo che cambia da dietro le sbarre.

Finora siamo stati responsabili e diligenti (quasi tutti), abbiamo rispettato le norme, sapendo di non poter fare altrimenti. Finora siamo stati fortunati, sopravvivendo a una strage di proporzioni bibliche che i nostri figli studieranno nei libri di scuola, non riuscendo a trattenere l’incredulità.

In fondo dovremmo sentirci dei “privilegiati”, ma ora più che mai, mentre la gente continua a morire da sola in un reparto d’ospedale, non possiamo fare a meno di sognare ad occhi aperti le Pasquette spensierate sui Colli, le prime tintarelle in spiaggia nei weekend, le cene che non finiscono mai con gli amici, gli aperitivi all’imbrunire, gli innamoramenti improvvisi, la voglia irrefrenabile di far mattino, ciondolandoci senza motivo e senza meta nella notte.

È forse l’insostenibile leggerezza dell’essere di cui parlava Kundera: una distrazione necessaria per sfuggire alla pesantezza esistenziale, oggi più pesante che mai.

E così, imprigionati dai coprifuoco, in quelle case che per molti sono diventate prigioni, ci struggiamo pensando a cose futili, dilettevoli, effimere: quelle piccole gioie fuggevoli che ci danno l’illusione di essere liberi,  e non solo degli ingranaggi di una macchina.  Altri mattoni nel muro.

E così, mentre affrontiamo questa nuova Primavera in libertà vigilata, ci ricordiamo tutto ciò di cui siamo stati gioco forza privati: la sacrosanta esigenza di sentirci felici.

 

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