È forse arrivato il momento di capire in che posto viviamo. E che cosa vogliamo diventare da grandi. Perché ancora non è chiaro se il futuro di Messina (tredicesima città d’Italia, con 240mila abitanti) sia quello di una “piccola” realtà metropolitana o quello di un grande paesotto di provincia.

È una scelta importante, dalla quale dipende lo sviluppo a breve e medio termine della città, ma soprattutto la sorte di tutti quei ragazzi e di quelle ragazze che ogni anno, a ritmo sempre più crescente, preparano la valigia e lasciano la propria terra per andare a scoprire cos’è il mondo da un’altra parte. Forse perché, al di là delle prospettive di lavoro nulle e dell’eterna crisi economica che ci toglie il respiro, a far scappare migliaia di giovani dalla propria terra è soprattutto l’eterno provincialismo da borgata che non riusciamo a scrollarci di dosso. E che ci costringe a vivere all’interno di una barriera mentale che ci isola dalla realtà esterna, confinandoci nella nostra piccola e confortevole bolla. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, anche di chi preferisce non guardare: giorno dopo giorno diventiamo più pochi, vecchi e ignoranti. Lo dicono i numeri. E lo dimostra quella “strage generazionale” senza fine che non siamo in grado di arginare.

Fuori, al di là dello Stretto, c’è un mondo intero che cambia giorno dopo giorno, smosso da una costante brama evolutiva: è una realtà che mira al “movimento” e che continuamente si contamina di elementi nuovi. È un organismo vivo, che si ammala e guarisce, in una costante lotta fra l’entropia e l’omeostasi. Qui, nella nostra piccola realtà di provincia, regna invece l’istinto alla conservazione, il mantenimento di uno status quo che non ci piace ma che continuiamo a difendere con le unghie e con i denti, in una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di un corpo che sta morendo perché privato di qualsiasi stimolo esterno, proprio come un parassita che si nutre del suo stesso sangue.

La scelta che prima o poi saremo costretti a fare, per non restare un eterno equivoco ibrido che non è né carne né pesce (e per provare a tracciare una prospettiva di futuro), è innanzitutto quella fra la difficile modernità e il facile folclore, fra lo sviluppo sostenibile e la logica delle putie, fra gli eventi culturali e le sagre, fra i tram e le corriere, fra le nuove frontiere dell’avanguardia e il karaoke, fra la street art e i venditori di calia. Sono decisioni che possono essere dolorose, ma che sanciscono in modo inequivocabile la distanza concreta e ideologica fra un paese e una (piccola) metropoli. Per sopravvivere in un contesto sempre più competitivo, è necessario dare una precisa “impronta” al nostro modo di esistere, scegliendo se metterci finalmente al passo con il presente, accantonando quella spocchia isolana che indossiamo come una corazza e che rappresenta un modo primitivo e infantile di reagire al mondo, o se continuare a crogiolarci nel ricordo di un passato fin troppo idealizzato. Aprirsi al futuro, del resto, non significa privarsi delle proprie tradizioni e della propria identità, ma significa sopravvivere ad esse.

Purtroppo la cronaca degli ultimi tempi dimostra che una scelta forse è già stata fatta (e non solo da questa o quella amministrazione).

Ne è una prova tangibile, ad esempio, l’assurdo dibattito sui parcheggi sul viale Garibaldi, con una frangia di negozianti che si lamenta della lotta alla sosta selvaggia, considerata alla stregua di una carneficina: per le loro finanze – sostengono – sarebbe meglio dare la possibilità agli automobilisti di parcheggiare davanti ai bar e ai negozi. Proprio come avviene di prassi nei paesi. E poco importa se il resto del mondo va avanti da anni in direzione (ostinata e) contraria, puntando sulla crescita dei mezzi pubblici a discapito di quelli privati, in una città in cui ci sono due auto ogni tre cittadini.

Ne è una prova tangibile l’eterna querelle sulle isole pedonali, che solo ed esclusivamente a queste latitudini, chissà perché, rappresenterebbero un ostacolo per i negozianti. Eppure, senza spostarsi per forza in altre città (Palermo, per non andare troppo lontano) basterebbe limitarsi ad osservare il continuo via vai nei pressi del Duomo e nella zona dei Catalani per accorgersi di aver detto una minchiata. Quest’anno, beffa delle beffe, non avremo (forse) un’isola pedonale nemmeno durante le vacanze di Natale, perché è stato ritenuto più importante non sacrificare qualche stallo a pagamento. Prima le macchine e poi le persone, che dovranno accontentarsi a quanto pare della ruota panoramica, del villaggio natalizio e di qualche bancarella, ma con un comodo parcheggio sul marciapiede proprio davanti alla porta del bar.

E che dire del Giardino di Montalto, i cui cancelli sono stati chiusi dopo la presa di posizione di un parroco a cui non piaceva una festa (con tutto il rispetto: e chi se ne frega?) organizzata in un luogo pubblico? Una storia, questa, che sembra uscita para para da “Don Camillo” di Giovannino Guareschi: un romanzo ambientato in un piccolo paesino della bassa emiliana, nel giugno del 1946. Per di più, l’assurdo paradosso: in una città sommersa di rifiuti, ci si accanisce contro una delle poche realtà che da anni si impegna (a gratis) per ridarle un po’ di decoro.

Oppure, per tornare un po’ indietro negli anni, basterebbe riflettere sul fatto che il tanto contestato tram (anch’esso ritenuto responsabile della morìa del commercio, è una congiura!) sia stato costretto a compiere un determinato tragitto, e a traslocare sulla Cortina, per via delle proteste del Comitato Vara, che ritenne prioritario salvaguardare una tradizione religiosa condizionando così la vita dell’intera comunità.

Di esempi da fare ce ne sarebbero a bizzeffe, e tanti ancora ce ne saranno, almeno fino a quando Messina deciderà di abbandonare la sua mentalità paesana (con tutto il rispetto per i paesi, il discorso è un altro) per diventare finalmente la città che merita di essere. Nel frattempo restiamo qui, ammorbati da questo mesto scenario fatto di cuttigghi da cortile, faide social, spettacolini da cabaret e montagne di immondizia, accontentandoci forse della magra consolazione di poter raccontare in eterno quando sono buoni i nostri arancini e la nostra focaccia.

 

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Giorgia
Giorgia
16 Novembre 2018 15:34

Niente da eccepire. Certo mettere “para para” tra virgolette o, meglio, eliminarlo del tutto, avrebbe reso l’articolo comprensibile anche fuori dalla città metropolitana. Evidentemente è un vizio inestirpabile questo provincialismo. Comunque concordo. Invece per quanto attiene la Vara si è fatto bene: rispettare una festa locale significa anche sapersi riconoscere, e dare possibilità al turismo.

Joe
Joe
16 Novembre 2018 18:22

Messina is the new Fiumedinisi.

pippolipari
pippolipari
17 Novembre 2018 17:50

Amen. Da scolpire nel marmo ed appendendere all’entrata di palazzo Zanca.