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“L’avventura”, di Michelangelo Antonioni (1960)

 

Antonioni o lo si ama o lo si odia. Non esistono mezze misure. Del resto la sua è un’idea di cinema estrema, una poetica fatta di silenzi e immobilità, alienazione ed esistenzialismo. A partire dalla cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” (anche se per molti si tratta di una tetralogia) inaugurata nel 1960 con “L’Avventura”, che segna l’inizio del lungo sodalizio sentimentale e artistico fra il cineasta estense e Monica Vitti. 

Durante una sosta sull’isolotto deserto di Lisca Bianca, in occasione di una gita in barca alle isole Eolie, Anna, una giovane donna che aveva dato ripetuti segni di insofferenza, scompare nel nulla. Il suo compagno, l’architetto Sandro, e una delle sue amiche, Claudia, si mettono alla sua ricerca. Con il passare dei giorni e la mancanza di risultati, la preoccupazione per la sorte della ragazza tende a svanire e prende il sopravvento la reciproca attrazione…  mentre la sparizione di Anna rimane un mistero.

Dalle Eolie al sud della Sicilia (Noto), passando per Milazzo, Taormina e Francavilla, nel film c’è spazio anche per Messina, e in particolare per il viale San Martino, all’angolo con il viale Europa. La scena a dire il vero non è molto lusinghiera per la città dello Stretto. Si intravedono le insegne dei vecchi negozi, l’architettura dei palazzi e i mezzi di trasporto dell’epoca, ma soprattutto il locale “Grotta Orione”, dove si è rifugiata un’avvenente scrittrice straniera (in realtà una prostituta) presa di mira da una folla di uomini eccitati e in visibilio che ricalcano in pieno i frusti stereotipi sul maschio siculo, vitellone e provincialotto. Indimenticabile il commento del barista: tutta questa caciara “pi ‘na fimmina! Ma chi schifìu è?”.

 

 

 

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