MESSINA. Per dieci anni il comune di Messina è stato sull’orlo del fallimento, e per dieci anni ha cercato di scongiurarlo. Maldestramente, e con risultati rivedibili, ma alla fine lo ha fatto: lo ha certificato la Corte dei conti, nella delibera annuale di ricognizione degli enti locali in dissesto o che hanno attivato procedure di rientro dai debiti.

I magistrati contabili si sono presi la briga di raccontare i dieci anni esatti a partire dal quale Palazzo Zanca ha esitato sei differenti piani di riequilibrio, ha tentato di stabilire quanto grande fosse la massa debitoria (che cambiava ad ogni piano), chi fossero i creditori, (si scoprirà che erano ben 17.285), e come avrebbe fatto a ripagarla. Quello che ne viene fuori è una procedura, scrive senza mezzi termini la Corte dei conti che è “emblematica per la scarsa considerazione del fattore tempo, elemento strategico per il risanamento”.

Tra la prima attivazione della procedura, che risale al 2012 (anno in cui è stato introdotto lo strumento, sindaco Giuseppe Buzzanca) e il piano effettivamente approvato e in fase di gestione passano, infatti, ben dieci anni. Originariamente, il piano di riequilibrio individuava una massa passiva di 238.322.376 euro, da ripianare in un arco temporale compreso tra il 2013 e il 2022. Al conteggio dei debiti fuori bilancio, però, andavano sommati il Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità per 53.453.000 euro, minori trasferimenti da amministrazioni pubbliche, pari a 68.981.552 euro, verso la Regione, pari a 29.677.553 euro e 2.000.000 euro connessi al disavanzo del rendiconto 2011, portando il totale della massa passiva a 392.434.481 euro.

Nel 2014 Messina, sotto l’amministrazione di Renato Accorinti, approvava un nuovo piano, sempre di durata decennale, volto a ripianare debiti per 335.751.676 euro, minore di quella individuati in precedenza. 

Nel 2015 interveniva una nuova modifica del piano (la terza), e cresceva anche la massa passiva: con le partecipate si arrivava a 450.543.828 euro. Nel 2016 si riformulava, ancora una volta (la quarta), il piano, individuando una massa passiva di nuovo più bassa, 425.896.573 euro: un’ulteriore riformulazione, a febbraio 2018, veniva respinta dal Consiglio comunale, che ad Accorinti ha fatto “i chiodi”, bocciando l’estensione del piano a venti anni, dai dieci originari.

Nel 2018 il rinnovo dell’amministrazione, con la vittoria di Cateno De Luca induceva una ulteriore rimodulazione del Piano (la quinta), e la massa passiva cresceva ancora, attestandosi in 552.209.432 euro. La procedura, questa volta, veniva articolata su un arco ventennale (2014-2033).

Nel 2022, finalmente, il piano di riequilibrio veniva approvato sotto il successore di De Luca, Federico Basile: miracolosamente, i debiti da ripianare scendono da 552.209.432 euro a 155.103.025 euro, in quanto vengono estromessi dalla procedura di riequilibrio i debiti per derivati (9.658.005 euro), per gli accordi transattivi intervenuti, il disavanzo da riaccertamento straordinario (61.092.987 euro), che ha un suo piano di smaltimento, e soprattutto e le posizioni debitorie verso le partecipate (132.351.978 euro), “da ritenere estranee ai bilanci dell’Ente e, pertanto, irregolarmente incluse ab origine nella massa passiva della procedura di riequilibrio”. La Corte dei conti dà il via libera nel 2023.

Impietoso il giudizio dei magistati contabili: “La vicenda del Comune di Messina parte dopo un decennio di rimodulazioni sviluppate in una istruttoria senza fine, complicata da innumerevoli interventi normativi. Tra le varie anomalie spicca la indeterminatezza della massa passiva, che oscilla significativamente tra le molte versioni del Piano; la difficoltà del decisore di prospettare il percorso di risanamento (per due volte il Consiglio respinge la proposta dell’esecutivo); la disarticolazione del sistema multilivello, che non riesce a prospettare un modello di risanamento condiviso con un Comune importante (capoluogo della Città metropolitana)”.

Come sta andando il riassetto dei conti? Non brillantissimamente, secondo la Corte dei conti, che ad aprile scriveva che “La documentazione pervenuta non ha consentito di comprendere compiutamente la coerenza d’insieme dei collegamenti delle informazioni finanziarie”. Bene, invece, secondo la relazione di inizio mandato (il secondo) di Federico Basile, a tre anni dall’approvazione del piano, e quando ne restano 17 per completare il ripianamento del debiti, che loda “l’efficacia delle misure straordinarie previste dal legislatore a sostegno del percorso di risanamento finanziario del Comune, comunemente individuate nell’ambito del cosiddetto “Salva Messina”. Tale percorso ha consentito di scongiurare l’ipotesi di dissesto finanziario e di porre le basi per una fase caratterizzata da maggiore stabilità degli equilibri di bilancio. Il risanamento finanziario costituisce oggi il presupposto per una nuova fase amministrativa nella quale, fermo restando il costante presidio degli equilibri economico-finanziari“.

Di seguito, il piano di rientro dai debiti, e come il comune di Messina immagina di poter ripagare 155 milioni di euro.

 

 

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