Dalla Sicilia al Veneto, con una macchina da presa sempre pronta a raccontare ciò che si nasconde dietro le apparenze: è questo il percorso di Emanuela Licciardelli, regista, sceneggiatrice e docente di discipline audiovisive e laboratorio. Messinese, classe 1992, diplomatasi al Bisazza, dopo la laurea al DAMS dell’Università di Messina intraprende un percorso nel cinema indipendente, portando nei suoi lavori tematiche sociali, tradizioni e atmosfere sospese tra il gotico e l’horror. Tra i suoi lavori, “Ardor”, cortometraggio dedicato alla violenza di genere, ottiene il premio come Miglior Cortometraggio Drammatico presso lo Spazio Regione Veneto e Veneto Film Commission durante la Mostra del Cinema di Venezia di quest’ anno. Con “Sciumicami”, invece, Emanuela guarda alla tradizione popolare calabrese attraverso una storia ironica e surreale, conquistando diversi riconoscimenti, tra cui il premio per la Miglior Regia al CVV Film Festival. Oggi, per l’appunto, oltre a continuare a stare dietro alla macchina da presa, insegna discipline audiovisive e laboratorio al Liceo Artistico Catullo di Belluno, senza mai perdere il legame con la Sicilia, che continua a essere una presenza importante nel suo immaginario, portando quella forza in più in un percorso che unisce cinema, insegnamento e impegno per le donne nell’arte. La distanza dalla città dello Stretto, non ha mai significato un distacco dalla sua terra: nei suoi lavori, nelle sue protagoniste e nelle atmosfere che costruisce, Messina e la Sicilia saranno sempre una presenza costante.
Quando nasce il tuo rapporto con il cinema?
“Credo che tutto nasca dal rapporto con mio padre. Ho sempre questa immagine di lui dietro una camera: filmava ogni momento della nostra vita, quelli quotidiani e quelli più importanti. Ho sempre visto la macchina da presa come qualcosa capace di immortalare non soltanto un momento reale, ma un’emozione. Per me è diventata lo strumento attraverso il quale rendere eterne le cose. Il cinema, però, non è arrivato subito. Durante l’adolescenza trascrivevo le battute e le scene dei film, quasi inconsapevolmente. Poi, in un periodo molto delicato della mia vita, ho iniziato a scrivere storie e a costruire personaggi che rappresentavano quello che stavo vivendo. Era il mio modo di affrontare quei momenti.”
C’ è chi vive il cinema come una sorta di salvezza: cosa rappresenta per te?
“Il cinema, la scrittura e il modo di immaginare le cose per poi vederle attraverso una macchina da presa mi hanno salvato la vita. Io non saprei vivere senza. Non riesco a comunicare in nessun altro modo. Per questo non credo ci sia stato un singolo momento in cui ho deciso di fare la regista. È diventata una necessità. Quando senti quella scintilla dentro, capisci che vale ancora la pena lottare.”
Per Ardor è arrivato un riconoscimento importante a Venezia. Com’ è nato?
“Ardor è stato girato ad Ardore, in Calabria, ed è il mio primo esempio di cinema indipendente e sperimentale. È nato senza un vero budget, senza una troupe professionale e con quella voglia che hanno tanti giovani registi di provare comunque a fare cinema. Ho scelto di affrontare la violenza di genere perché è un tema a cui sono sempre stata molto vicina, anche attraverso il contatto con alcune associazioni. Volevo però raccontarlo in maniera diversa, perché l’immaginario che abbiamo della violenza di genere è spesso fatto sempre delle stesse immagini. Così ho preso la storia più conosciuta di tutte, quella della Passione di Cristo, e ho trasformato Gesù in una donna. Il corto racconta i tre giorni della Passione fino alla crocifissione. Ci sono Giuda, Pietro, Maddalena, Maria: tutti i personaggi della tradizione, ma inseriti in una storia di violenza di genere.”
Quali sono i tratti distintivi di Ardor?
“C’è soltanto una voce narrante all’inizio, che introduce un passo dell’Apocalisse, e poi il film diventa completamente muto. Tutto è affidato alle immagini e agli attori. È un corto molto diretto, quasi provocatorio. E, non avendo budget, mi sono ritrovata a interpretare io stessa Gesù Cristo. È stata una sfida anche personale: mi ha permesso di capire meglio come si gestisce un attore sul set e questa esperienza mi è servita moltissimo quando ho iniziato successivamente a dirigere attori professionisti.

Che cosa significa oggi, secondo te, fare cinema indipendente in Italia?
“È molto difficile. Sentiamo parlare tantissimo di cinema d’autore e di cinema indipendente, ma bisognerebbe ascoltare maggiormente i registi e gli scrittori che questo cinema lo fanno davvero e capire quante difficoltà affrontano ogni giorno. C’è una frustrazione enorme perché il cinema, a differenza di altre forme d’arte, nasce anche per essere condiviso con un pubblico. Nasce per la sala. Quando hai qualcosa da dire e non riesci a portarlo davanti agli spettatori, la sofferenza è ancora maggiore. Io sono stata fortunata perché dal cinema indipendente sono passata anche a un cinema finanziato, grazie a un bando della Calabria Film Commission. Ma non voglio perdere quella dimensione indipendente, perché significa conservare una natura selvaggia del cinema: senza troppi schemi, senza troppe pretese. Il cinema vero.”
E proprio sul concetto di sala cinematografica hai lavorato durante il tuo percorso universitario. Quanto è importante per te?
“È fondamentale. La mia tesi era dedicata proprio alla sala cinematografica e all’esperienza filmica. Il cinema nasce per la sala e ogni regista vorrebbe che le persone decidessero di alzarsi dal divano e andare a vedere il proprio film. Non possiamo andare contro lo streaming, perché il modo di distribuire e fruire il cinema cambia insieme alla società. Ma questo non significa che la sala debba diventare un cimitero. Nello streaming trovi tutto, forse troppo. La quantità di scelta può portare anche a confusione. La sala, invece, sceglie quale film proiettare e crea un’esperienza collettiva.”
Guardando a Messina, cosa pensi della situazione attuale delle sale?
“Penso che sia molto grave. Mi riferisco soprattutto alla sala Umberto, che per me è stata fondamentale. Umberto Parlagreco è figlio d’arte, figlio di un esercente importantissimo, e quella famiglia rappresenta una parte della storia cinematografica della città. Per me è stato un trauma sapere nelle condizioni in cui si trova oggi quella sala, perché una sala cinematografica non è soltanto un luogo dove viene proiettato un film. Può diventare uno spazio di scambio culturale, di incontri, di proiezioni, di dibattiti. Quando ero al DAMS avevamo creato proprio lì, insieme al professor Federico Vitella e Umberto, un’iniziativa con la Cineteca di Bologna: ogni martedì arrivavano film restaurati e gli studenti dell’Ateneo potevano andare a vederli e discuterne. C’erano tantissimi giovani.”
La tua tesi ti ha permesso di ricostruire anche una Messina che aveva un rapporto molto diverso con il cinema…
“Sì. Attraverso biglietti, archivi e documenti ho ricostruito la storia delle sale e della fruizione cinematografica a Messina. Si vede una città in cui il cinema era ovunque. Negli anni Quaranta le sale erano piene al mattino, al pomeriggio e alla sera. E Messina era un vero fulcro culturale: arrivavano attori, divi, produttori ed esercenti, anche al di là dei grandi festival. C’erano sale nate negli oratori e poi tante altre realtà. Mi dispiace che Messina abbia dimenticato questa storia. Se una sala storica come quella della famiglia Parlagreco viene meno, secondo me non è soltanto una crisi cinematografica: è una crisi culturale della città.”
Passiamo al tuo cinema. Se dovessi definirlo, quali sono gli elementi che ritornano nei tuoi lavori?
“Io nasco per il cinema gotico e per l’horror. Mi ispiro molto all’espressionismo tedesco e amo registi come James Wan e Guillermo del Toro. Nelle mie storie il protagonista si trova spesso davanti a qualcosa di mostruoso, ma non combatte il mostro in sé. Combatte ciò che quel mostro rappresenta. C’è sempre un confronto con la paura più grande del personaggio. In fondo, l’uomo è il primo mostro. Nei miei lavori c’è sempre questo specchio tra il protagonista e il mostro, che rappresenta la paura che deve affrontare.”
Quanto c’è di Messina e della Sicilia dentro questo immaginario?
“Tantissimo. Mi considero fortunata perché ho nel sangue una terra con culture molto oniriche, mistiche e rituali. Quasi tutta la mia carriera porta con sé qualcosa della mia terra. Le mie protagoniste sono quasi sempre donne, spesso vestite con colori e caratteristiche che richiamano la Sicilia. Sono donne sensuali e forti, che rappresentano il fulcro di un’eredità. La mia terra è sempre con me. Se riuscissi a girare Segni, il cortometraggio che ho scritto e che sto organizzando per portare a Messina, mi piacerebbe che fosse proprio quel lavoro a rappresentare la mia entrata ufficiale in un percorso capace di unire modernità e tradizione.”
Nel tuo percorso ed in quello che fai la città di Messina ti ha più aiutata o ostacolata?
“Sono andata via da Messina ormai da circa dieci anni. Devo essere onesta: questa parentesi è stata estremamente importante per il mio lavoro. Ho cercato in tantissimi modi di dare qualcosa alla mia città, ma sapevo che prima di tornare e potermi imporre dovevo costruire qualcosa. La Calabria, per esempio, mi è stata molto vicina. Ho avuto la possibilità di lavorare grazie ad Antonio Caracciolo e a un bando della Calabria Film Commission alla realizzazione di Arecon: tra il cardo e la rosa, con una produzione calabrese, la fotografia di Daniele Ciprì e l’aiuto regia di Miriam Rizzo. Sono stati per me dei maestri, non soltanto sul set, ma anche nella mia crescita professionale e personale.”
E adesso senti che sia arrivato il momento di tornare?
“Sì. Il mio rammarico è che avrei voluto realizzare per la prima volta un corto con queste professionalità proprio a Messina, con una tradizione messinese e con maestranze della mia città. Sono contenta di quello che ho fatto in Calabria, perché è stata una grande possibilità di crescita, ma adesso mi sento pronta. Mi sto muovendo per tornare a Messina con un progetto molto importante.”
Programmi per il futuro?
“Vorrei costruire un grande progetto di cortometraggi sulle tradizioni orali in tutta Italia. Mi piacerebbe anche sviluppare una serie dal gusto gotico e horror che parlasse ai giovani. Per ora bisogna andare piano e unire le forze. Vorrei portare almeno il primo progetto nella mia terra, poi in Veneto, in Sardegna e in Campania. E mi piacerebbe continuare a lavorare con Daniele Ciprì e Miriam Rizzo, che per me sono due figure fondamentali.”
Nel frattempo hai fondato anche Ecate, un’associazione dedicata alle donne nell’arte…
“Sì. Ho fondato Ecate Pari Opportunità Donne d’Arte proprio perché credo che le donne artiste vengano considerate ancora troppo poco quando si parla di pari opportunità. Siamo artiste che vogliono proporsi alla società come professioniste e non come vittime. Vogliamo anche mostrare come l’arte possa dialogare con mondi apparentemente lontani e diventare uno strumento utile anche per le aziende e per altri settori. Mi considero un’attivista su questo tema e credo sia fondamentale sostenere le donne nell’arte.”
Che consiglio daresti a un ragazzo o a una ragazza di Messina che vuole fare il tuo stesso lavoro?
“Di studiare, continuamente. E di non mollare quando arrivano i no. Te ne diranno mille. Devi andare oltre quei mille no e avere fiducia nelle persone che credono in te. E non bisogna pensare che per iniziare serva per forza una grande macchina da presa. Ardor l’ho girato con una camera, insieme a un operatore che era un grande amico e ad attori che hanno creduto in me. Da quella camera sono arrivati i festival e poi tutti i progetti successivi. Credete nella comunione del cinema, perché il cinema unisce tantissimo. Significa stare insieme, ideare, lavorare in squadra. Quando guardate un film dovete pensare che prima o poi accenderete la televisione, andrete in sala e il vostro film sarà lì. Se sentite quella scintilla dentro, significa che vale ancora la pena lottare.”
Tre film da vedere almeno una volta nella vita?
“Questa è una domanda terribile! Direi sicuramente Metropolis, perché l’espressionismo tedesco bisogna conoscerlo. Poi Ladri di biciclette. E Pulp Fiction, perché sono un’appassionata di Tarantino. Sono film completamente diversi, ma tutti, in qualche modo, sono lo specchio di società differenti.”
Qual è il tuo P.S (Post Scriptum)?
“Messina deve essere pronta al mio ritorno: aspettatemi!”





