La Sicilia è la regione, a livello nazionale, in cui il tasso di dispersione idrica è più alto, attestandosi al 52,36%, secondo un report di Istat. Un numero che non è solo frutto delle condizioni climatiche tipiche dell’isola, della scarsità di precipitazioni determinata dalla posizione geografica, o delle frequenti crisi meteorologiche, ma soprattutto da una rete infrastrutturale che soprattutto a livello locale (provinciale e comunale) mostra non solo i limiti dovuti alla vetustà, ma anche uno sviluppo caotico, non organico e disomogeneo negli anni e, fattore probabilmente più determinante, una disastrosa gestione dovuta a diversi fattori concomitanti: mancanza di dati reali e aggiornati, conflitti di competenze, governance passive, scarsità di investimenti.

Testimonianza di una situazione al limite del collasso, sono i piani d’ambito delle nove province, che dovrebbero dettare le pianificazioni strategiche e tecniche per la gestione delle infrastrutture, ma che invece sono una fotografia (a volte vecchia di vent’anni) del disastro nel settore idrico siciliano. I dati sono molto vecchi e spesso meri aggiornamenti di ricognizioni di inizio millennio, sono presentati in maniera disomogenea e diversa per ogni gestore, spesso le relazioni si limitano ad annotare come i dati non siano utilizzabili o non esistano proprio.

(tutti i dati si riferiscono ai piani d’ambito ufficiali e pubblicati dalle aziende idriche).

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