di Paolo Pino e Giacomo Risitano*
Amministrare una città è cosa complessa. I programmi analizzati affrontano al loro interno molti argomenti, tutti di grande rilievo ed importanza, dalle politiche sociali alla sostenibilità ambientale, passando per sanità e sicurezza idrogeologica. Su questo noi non interveniamo. Il parere che offriamo ai lettori si limiterà a quanto concerne strettamente l’innovazione tecnologica e lo sviluppo industriale ad alta densità di conoscenza e tecnologia in quanto fattori chiaramente e storicamente correlati ad un incremento generalizzato del tenore di vita delle persone, nonché all’attrattività per giovani, talento, ed investimenti. Questi fattori ed i relativi settori industriali – specialmente in presenza di aziende di grandi dimensioni – sono infatti contraddistinti da produttività (output per ora lavorata) e valore aggiunto molto più elevati e suscettibili di ulteriore crescita rispetto a quanto tipicamente pensato per Messina negli ultimi anni: turismo, commercio di prossimità, e tradizioni artigianali ed agroalimentari fatti da microimprese. Settori trainati e non trainanti, che in assenza di un’economia florida richiedono continuo sussidio e sostentamento. Non possiamo aspettarci un serio sviluppo economico per la città che arresti ed inverta la fuga dei nostri giovani più preparati se non iniziamo seriamente a considerare l’industrializzazione innovativa come l’imperativo strategico principale. Il ché non significa che non ci sia spazio per turismo e tradizioni, ma che se ne riconoscano le evidenti limitazioni e che si riorganizzino le priorità in merito all’allocazione delle risorse pubbliche.
Il programma di Gaetano Sciacca:
La visione per lo sviluppo economico ruota in modo predominante intorno a microimprese, commercio di prossimità, e turismo. Settori che, purtroppo, sono intrinsecamente connotati da basso valore aggiunto, bassi salari, bassa produttività. Un riferimento degno di nota è quello alle tecnologie per il riciclo e la sostenibilità ambientale, che vengono anche riconosciute come opportunità di sviluppo. Non è una visione organica, ma si intuisce che applicare l’innovazione a tecnologia e produttività è alla base dello sviluppo.
Di innovazione se ne parla però principalmente in riferimento all’intenzione di adibire a coworking l’ex Ospedale Oncologico di Sperone, aggiungendo che fare questo porterà sviluppo economico, imprese e start-up. Gli spazi di coworking sono una cosa bella, ma non sono un generatore automatico e garantito di sviluppo economico. Infatti, sono tipicamente più la conseguenza di uno sviluppo preesistente che la causa dello sviluppo futuro (fonte). Questo è il motivo per cui a Milano ne sono nati 43 negli ultimi anni e zero a Enna. In ogni caso, i coworking possono certamente facilitare i rapporti e la collaborazione tra professionisti e aziende, e può essere utile inserirli ugualmente nei nostri programmi per lo sviluppo economico (fonte). Ma non dobbiamo considerarla la soluzione definitiva, o peggio ancora dimenticare che startup, aziende e professionisti hanno bisogno di competitività e mercati prima ancora che di sale riunioni. Invertire l’ordine di queste cose è un fraintendimento pericoloso.
L’altro problema è che la “funzione principale” per questo coworking è offrire residenze ad anziani, studenti, e persone senza fissa dimora. Benché questo sia nobilissimo e sacrosanto, ha senso per un proposito diverso da quello dell’innovazione e delle startup, e non è chiaro quali altre funzioni si rivolgano direttamente a questa dimensione del problema. Per esempio, la “funzione principale” di un coworking dedicato a startup potrebbe essere aggregare imprenditori e investitori che formino i professionisti su tematiche di rilievo, o creare workshop con le aziende più grandi del territorio affinché trovino soluzioni innovative dalle realtà emergenti locali.
Si legge poi: “La realizzazione della nuova strada costiera Don Blasco, unita a energie rinnovabili nei Villaggi, economia circolare avanzata, baratto amministrativo e sgravi fiscali, parcheggi strategici, valorizzazione del commercio e delle spiagge, crea un modello di città sostenibile, più vivibile, più giovane, più produttiva. È una visione di sviluppo che migliora la qualità di vita; aumenta l’occupazione; rende Messina una città attrattiva e moderna; restituisce il mare ai cittadini”. Nessun giovane sceglie di andare via da Messina perché mancano i parcheggi, perché la raccolta differenziata funziona male, o perché in un’isolato a cinque chilometri dall’ufficio ci sono i pannelli solari. Gli sgravi fiscali sotto il controllo del comune hanno un’incidenza limitata sulla marginalità operativa delle aziende (sono prevalenti i contributi statali) e sono un palliativo per sollevarle artificialmente da una stagnazione che è innanzitutto causata da scarsa produttività e innovazione. Dobbiamo intervenire su quelle prima. Se lo sgravio fiscale è l’unico modo per tenere in vita un’attività, allora è molto probabile che quell’attività non abbia innovato a sufficienza.
Programma di Marcello Scurria:
Le sezioni che entrano nel merito degli argomenti trattati in questo articolo sono “Economia, lavoro e turismo”, e “Formazione, ricerca e innovazione”. Le prime hanno a che fare con il mare e i porti. Ha perfettamente senso che il mare sia una risorsa messa sotto attenzione e il fulcro di alcune azioni di sviluppo. In questo il programma coglie senz’altro un punto centrale. Ma l’enfasi è largamente posta sui soliti settori: turismo, crocerismo, accoglienza, ristorazione. C’è però una menzione d’onore su cui valga la pena soffermarsi: la cantieristica navale. Il programma la include esplicitamente e ne riconosce il ruolo per la città. Tuttavia, mentre il mondo sviluppa cantieri navali che producono processi di saldatura e assemblaggio robotizzati, stampaggio in 3D di scafi con materiali innovativi, droni subacquei autonomi con intelligenza artificiale a bordo, turbine ad emissioni controllate alimentate da carburanti innovativi, e veicoli avanzati per la difesa, vendendo prodotti ad alto valore aggiunto in mercati in crescita e per merito di giovani laureati, noi ne parliamo pressoché esclusivamente in riferimento ai flussi di visitatori.
La sezione 10.4 parte benissimo. Parla di crescita economica e di investimenti. Poi, in un climax ascendente di buone intenzioni, arriva il “assume un ruolo strategico il recupero e la valorizzazione delle tradizioni agricole e produttive del territorio, non solo come elemento identitario, ma come leva concreta di sviluppo economico e occupazionale”. La logica del “puntiamo su quello che già c’è dato che già c’è” è problematica. Se tutto il mondo l’avesse sempre pensata così, non saremmo mai passati dalla scrittura a mano alla stampa. Una frase del genere potrebbe tranquillamente trovarsi nel De Agricoltura di Catone e passare inosservata. Ma il De Agricoltura fu scritto nel II secolo a.C. Ci sarebbero mille modi per innovare nell’agricoltura, ma continuiamo a guardare alle stesse tradizioni che ci hanno portato in questa condizione.
Si parla di snellire e semplificare le procedure amministrative. Questo è senz’altro un bene, anche se non è il genere di soluzione strutturale che il problema richiede: le aziende di successo non nascono perché la burocrazia è semplice. Nascono perché il territorio concentra talento, capitale e mercati. Tutto il resto è un corollario utile, ma che da solo è insufficiente a cambiare le cose. Si parla poi di fornire “assistenza tecnica, orientamento e accompagnamento nell’accesso a finanziamenti, incentivi e opportunità di sviluppo, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese che costituiscono la base del tessuto economico locale”. Si continua: “Saranno incentivati progetti imprenditoriali legati alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti locali, con particolare attenzione all’apicoltura, alle colture tradizionali e alle produzioni tipiche.” Robotica? Biotecnologie? Nanomateriali? No: il futuro è l’apicoltura.
Poi si torna infaticabilmente su turismo e commercio di prossimità. Si veda la nostra premessa. La sezione 10.7 parla esplicitamente del problema della fuga dei giovani. Andiamo riga per riga. Si parte con: “L’Amministrazione avvierà una strategia attiva di attrazione d’impresa, finalizzata a favorire l’insediamento sul territorio di aziende nazionali e internazionali, con particolare attenzione ai settori ad alto valore aggiunto e ai servizi innovativi.“ Sì, sì! Esatto! Perché ci siamo arrivati solo a pagina 104? Continuiamo. “Saranno previste forme di incentivazione fiscale locale, attraverso la riduzione delle imposte comunali per le imprese che scelgono di insediarsi a Messina, creare occupazione stabile e investire nel territorio. L’obiettivo è rendere la città competitiva rispetto ad altre aree del Paese, favorendo processi di delocalizzazione verso Messina. […] Parallelamente, sarà costruito un sistema di accompagnamento alle imprese, semplificando le procedure amministrative, riducendo i tempi autorizzativi e garantendo un interlocutore pubblico unico e competente.”
Ne abbiamo già parlato sopra per il programma Sciacca. L’intenzione è buona e magari passibile di dare qualche risultato, ma non è questo che genera sviluppo economico. Questo è un servizio ausiliario che rende il processo possibilmente più snello, ma non lo innesca necessariamente. Qui stiamo parlando di togliere le erbacce dal giardino, ma a noi quello che serve innanzitutto è un giardino. Soprattutto, questo è un processo replicabile da chiunque e non fa leva su nessun vantaggio specifico del territorio: cosa vogliamo offire alle grandi aziende che queste non possano trovare anche a Reggio Calabria o a Catania? La domanda da porsi è questa. Continuiamo.
“L’azione amministrativa sarà orientata anche a rafforzare il collegamento tra università, ricerca e sistema produttivo, favorendo la nascita di nuove imprese, start-up e spin-off, e creando opportunità concrete per i giovani laureati.” Qui si centra finalmente il punto: questo genere di connessioni sono quelle che incrementano la densità di conoscenza e tecnologia delle aziende, che sono fondamentali per la competitività. Il programma non chiarisce come l’amministrazione intenda rafforzare questi collegamenti, o come intenda misurare l’impatto delle proprie azioni, ma è già un punto di partenza. Quello che manca è l’attenzione per le medie o grandi imprese ad alto potenziale già presenti sul territorio ma affette da una condizione di stagnazione. Degli incumbent prosperi giocano un ruolo centrale nei cluster industriali delle regioni perché rappresentano un mercato di riferimento per le startup, nonché un’opportunità per le startup di essere acquisite, il ché è infine necessario affinché qualcuno sia motivato a investire.
“Particolare attenzione sarà dedicata alla creazione di spazi e infrastrutture per il lavoro innovativo, come hub per il digitale, il coworking e l’imprenditoria, capaci di attrarre professionisti e imprese.” Si veda la sezione su Sciacca. Qui mettiamo il carro davanti ai buoi: nessuno fonda Google perché c’è un coworking affacciato sulla litoranea. Google esiste perché (i) Stanford aveva concentrato ricercatori di calibro mondiale, (ii) Internet stava creando un mercato gigantesco, e (iii) nella zona erano presenti molti investitori che sostennero i fondatori. Naturalmente quello di Google è solo un esempio, ma serve a dire che quello che serve alle aziende innovative non è solo uno spazio riqualificato.
Arriviamo alla sezione dedicata ad innovazione e startup. Una pagina soltanto, purtroppo, ed una quantità di contenuti significativamente ridotta rispetto a quella profusa per il resto. “Vogliamo favorire la nascita e lo sviluppo di startup e imprese innovative attraverso la creazione di spazi dedicati, servizi di supporto e strumenti di accompagnamento, in grado di sostenere le nuove iniziative nelle fasi iniziali di crescita.” Utile, ma si veda quanto già scritto sopra. “L’azione amministrativa sarà orientata a promuovere la collaborazione tra università, imprese e innovatori, facilitando l’accesso a competenze, risorse e opportunità di sviluppo.” Non è chiaro come, ma è un’intuizione giusta. “Parallelamente, sarà avviato un processo di digitalizzazione dei servizi pubblici, finalizzato a semplificare i rapporti tra cittadini e amministrazione, migliorare l’efficienza e aumentare la trasparenza. Particolare attenzione sarà dedicata allo sviluppo di soluzioni innovative per la gestione urbana, in ambiti quali mobilità, servizi e sostenibilità, al fine di rendere la città più efficiente e moderna.” Sì. Siamo nel terzo millennio. Possiamo usare i computer. Ottimo. Un po’ fuori luogo in una sezione che dovrebbe parlare di innovazione e startup. Forse Cassa Depositi e Prestiti ha promesso di investire se si può pagare il parcheggio con lo smartphone. Infine, sarà promosso un modello di innovazione aperta, capace di coinvolgere attivamente cittadini, imprese e istituzioni nella costruzione del futuro della città.” Il termine tecnico usato in Silicon Valley per questo è “supercazzola”.
Il programma di Federico Basile.
Si riscontra un’attenzione a tecnologie innovative e sviluppo industriale complessivamente maggiore rispetto a quanto letto finora, e senza dubbio maggiore rispetto a quella dell’amministrazione appena terminata. Certo, c’è una sezione intitolata “La città riparte dal turismo”, ma è anche il primo programma in cui appaiono le espressioni “intelligenza artificiale” e “venture capital”.
Nella sezione “Messina città dell’innovazione” descrive cinque progetti. Il primo è l’I-Hub, di cui si dice che: “offrirà laboratori condivisi per la prototipazione rapida, spazi di coworking per start-up in fase iniziale e un servizio di supporto legale specializzato nella tutela della proprietà intellettuale e nella registrazione di brevetti. Saranno inoltre attivati programmi di mentoring imprenditoriale e servizi avanzati per le piccole e medie imprese. L’obiettivo principale è trasformare l’I-Hub in una fabbrica di spin-off universitari e industriali, convertendo tesi di laurea e progetti di ricerca dei dipartimenti di UniMe in imprese innovative capaci di stare sul mercato.” Rispetto ad altre proposte sull’allestimento di coworking e di riqualificazione di spazi per le imprese, questa è una caratterizzazione se non altro più precisa e articolata, con servizi che hanno senso per le startup. Questo si presta per delle considerazioni più evolute. Ricordiamoci che alle startup servono mercati, e a chi investe in startup (come il venture capital) servono opportunità di liquidazione. Se produciamo buone startup ma queste finiscono per andarsene poco dopo per stare più vicine ai loro clienti e investitori, abbiamo risolto solo una parte del problema. Una cosa importante sarà coinvolgere i player più grandi che sono rimasti sul territorio e che possono rappresentare un mercato per le startup messinesi, cosa di cui non si discute nella sezione. E anche per gli investimenti bisogna fare distinzioni: le startup richiedono importi diversi in momenti diversi da parte di investitori diversi. Queste iniziative sembrano poter mettere a disposizione del capitale di cosiddetto pre-seed, ma i round di investimento successivi avranno bisogno di altro tipo di capitale, e non lo si troverà a Messina.
Segue la Cittadella della Tecnologia per la Salute. Il ragionamento procede come segue: “dato che abbiamo medici bravissimi e macchinari avanzatissimi, le grandi aziende mondiali verranno a Messina per testare le loro invenzioni e a svilupparle qui”. Va lodato l’essere riusciti ad individuare un’eccellenza tecnica e scientifica del territorio e l’aver capito che debba essere posta al centro della strategia di sviluppo della città, ma molte cose non sono chiare. Perché dovremmo attenderci questi risultati a partire da queste premesse? È stato dimostrato? Come ci posizioniamo rispetto agli altri luoghi in cui esistono vantaggi e competenze simili? Perché quelle aziende non sono già qui? Non sto dicendo che quanto affermato sia impossibile (benché sia perlomeno opinabile). Sto dicendo solo che il programma non spiega se effettivamente lo sia e perché ci dovremmo credere. Ma soprattutto, quale sarebbe il ruolo dell’amministrazione in tal senso? Neanche questo è chiaro.
La sottosezione sull’Hydrogen Valley coglie un aspetto interessante: la possibilità di soddisfare con tecnologie innovative una domanda locale. Questa è un’ottima premessa per trattenere la ricchezza sul territorio e la sfida per l’amministrazione sarà quella di essere un attore di mercato efficace in tal senso. La sottosezione su Messina Solar Hub è un giusto encomio al lavoro dei nostri ricercatori e dice cose ragionevoli sull’utilità di queste tecnologie, ma non è chiaro quale sia il progetto dei candidati a riguardo, in che modo intendiamo sostenere questi sviluppi, e perché riteniamo che le azioni proposte siano quelle più adeguate. C’è poi Invest Messina, vale a dire uno sportello unico per l’investore. Sebbene accorciare il processo sia senza dubbio positivo, vale la pena chiedersi quali siano i motivi per cui gli investitori, a Messina, non ci siano. Abbiamo dati o sondaggi che mostrino come il motivo principale dell’assenza di investimenti sia la lungaggine burocratica? O ha più a che fare con l’assenza di un mercato di aziende e startup in cui investire? In realtà, è probabile che in questa descrizione l’investitore venga equiparato all’imprenditore, tant’è che si finisce proponendo incentivi per chi assume a Messina. Ma imprenditori e investitori, spesso, non sono la stessa persona. Spesso, si tratta di due mestieri differenti con esigenze differenti, ma entrambi fondamentali per ogni ecosistema dell’innovazione. Se non capiamo questa distinzione cruciale, rischiamo di creare soluzioni giuste per problemi che non esistono.
La sezione “Messina città del lavoro” descrive linee di intervento intorno al recupero degli spazi, formazione, agevolazioni, semplificazione delle procedure e infrastruttura digitale e non. Elementi presenti anche negli altri programmi in varie misure e con un certo grado di utilità. Risalta l’attenzione maggiore per la formazione allineata alle esigenze delle imprese locali. Un lavoro più accurato e smart nell’istruzione e nel matchmaking tra lavoratori e datori di lavoro può sicuramente aiutare più persone a trovare un’opportunità professionale adeguata e a rendere le aziende più competitive. Ma c’è un rischio nel campione: se le aziende di cui si vogliono colmare i gap sono in prevalenza piccole, in settori a basso valore aggiunto, e con una ridotta propensità all’innovazione, la domanda che rintracceremo e sulla quale modelleremo le competenze della forza lavoro locale rischia di riflettere questa inclinazione. È importante che qualunque meccanismo permetta (1) a competenze nuove di penetrare il tessuto economico esistente, e (2) di espandere il tessuto stesso con realtà industriali innovative.
Nella sezione “Messina città dei giovani”, si riconoscono due problemi: uno è che molti giovani (specie laureati) lasciano la città, l’altro è che molti giovani che rimangono sono NEET (not in employment, education or training) e dunque inattivi. Si propongono iniziative valide per formazione e contrasto alla dispersione scolastica. Quelle di rilievo per questo articolo sono due: il “fondo futuro Messina under 40”, e la “Messina Startup City Competition”. Il primo evoca produzione di confetture gourmet come tipo di progetto da sostenere con il fondo. Si capisce che lo spirito è quello di animare i villaggi con attività economica, ma è chiaro che non salveremo Messina e i suoi giovani con la marmellata. E no, neanche quella gourment. Come sempre, si tratta di stabilire come spendere risorse limitate. La seconda sembra una buona iniziativa, anche se molto dipende ovviamente da come verrà strutturata.
Il programma di Antonella Russo:
Anche qui, fortunatamente, nella sezione “Sviluppo, Università,Innovazione e Investimenti” si parla di “promuovere una reindustrializzazione sostenibile fondata su manifattura avanzata, energia, economia circolare, servizi ad alta intensità di conoscenza e innovazione tecnologica”. Non si specifica bene come questo verrà conseguito, ma è comunque un bene. Il programma inizia affermando che “non c’è attrazione di investimenti senza qualità della vita”, ma questo va preso con le pinze. Gli investimenti sono un mercato. Alla radice, si investe laddove esiste la possibilità di acquistare oggi aziende che potranno essere rivendute ad un valore superiore (o che genereranno una qualche altra forma di reddito) domani. Affinché il valore di un’azienda cresca o ridistribuisca ricchezza agli investitori, è necessario alla base che questa abbia un forte vantaggio competitivo in un grande mercato. La puntualità degli autobus, la disponibilità di asili, e il costo della spesa, purtroppo, sono secondari.
Per un investitore, per esempio, sarebbe persino più importante sapere che, se volesse investire, diciamo, in una startup fondata da ingegneri civili messinesi che reinventa il modo di costruire gli edifici, quella startup non perderà tutte le gare d’appalto perché vengono assegnate sempre ai clan mafiosi. Finché non guarderemo ai fattori realmente strutturali, non staremo realmente aiutando le nostre aziende a diventare più investibili.
Naturalmente l’amministrazione ha poteri limitati, e non ci si può aspettare che crei mercati (anche se può acquistare servizi) o vantaggi competitivi. Il messaggio che qui si vuole far passare è che un’amministrazione più consapevole su queste tematiche potrà direzionalmente muoversi in una direzione migliore rispetto ad un’amministrazione che usa i soldi dei contribuenti per azioni inefficaci. Il resto deve essere fatto dalle aziende del territorio, che sono in primo luogo le uniche responsabili dirette della propria competitività.
Proseguendo, si legge che si intende, “mettere in rete università, ITS, centri di ricerca, incubatori, grandi player, piccole e medie imprese”. Questa menzione ai grandi player è molto importante per il ruolo giocano nei cluster, come detto sopra. Non è chiaro cosa si intenda per “mettere in rete”, ma il proposito è sano.
Ancora: “Sostenere, insieme a università, fondazioni e soggetti privati, cattedre di eccellenza e progetti di alta qualificazione, in particolare negli ambiti STEM”, e poi anche “Sostenere startup, trasferimento tecnologico e innovazione utilizzando fondi europei e strumenti della ZES Unica per creare occupazione stabile, non solo progetti temporanei”. Ottimo! Ma non si spiega sempre come, e questo rende difficile valutare l’effettiva bontà della proposta. Ha senso usare fondi europei e strumenti della ZES, ma bisogna assicurarsi che quei fondi vengano usati per instaurare progetti ed aziende capaci poi di proseguire sulle proprie gambe, senza la necessità di ulteriore finanziamento. Altrimenti non staremo generando nuovo valore. Non è detto che questo rientri nei poteri dell’amministrazione.
Programma di Lillo Valvieri:
Anche qui si assiste ad una miope, pressoché esclusiva ossessione per il turismo. Particolarmente divertente la “costruzione di grattacieli moderni, alberghi, lidi attrezzati, aree verdi e spazi turistici. L’obiettivo è restituire alla città il suo rapporto con il mare, creando lavoro, sviluppo economico, turismo e una nuova immagine moderna e competitiva di Messina”.
È però degno di nota il “Rilancio della Zona Artigianale e Industriale di Larderia: Recuperare e riqualificare gli spazi abbandonati della zona artigianale e industriale di Larderia per favorire la nascita di nuove fabbriche e attività produttive di beni di prima necessità. L’obiettivo è sostenere l’impresa locale, attrarre investimenti, creare nuovi posti di lavoro e trasformare l’area in un polo produttivo moderno e strategico per lo sviluppo economico della città.” Non è chiaro perché dovremmo produrre i beni di prima necessità, e non è chiaro neanche come si intenda favorire la nascita di attività produttive e l’attrazione di investimenti. È difficile entrare nel merito di dettagli che non vengono forniti. Però uno è meglio di zero, no? No?
*Giacomo Risitano è è Professore Ordinario di Ingegneria all’Università di Messina e ha co-fondato due spin-off universitari. Ogni anno, puntualmente, vede centinaia di allievi lasciare la città.
Paolo Pino è stato uno di quegli allievi. Oggi dirige un’azienda aerospaziale in Nord America.


