di Mauro Caratozzolo, Carlo Bramanti e Carmelo Abate*
Questa campagna elettorale ha un tema centrale e una grande voragine. Il tema è il Ponte, la voragine è tutto il resto. Il problema più grave a Messina non è la crisi in sé, né il suo racconto. È la sua normalizzazione. La politica messinese ha trasformato il declino in un fatto quasi naturale, come il vento che soffia dallo Stretto. Si citano i dati dello spopolamento, si ammette la fuga dei giovani, si promette di invertire la rotta. E subito dopo si parla tranquillamente d’altro. La normalizzazione non è negare il declino: è trattarlo come sfondo invece che come urgenza principale. Da questa normalizzazione nasce esattamente la debolezza dei programmi che hanno caratterizzato la corsa a Palazzo Zanca.
I numeri che la campagna non affronta
Dal 2014 al 2024 Messina ha perso circa 25.000 abitanti. Non si tratta di un calo uniforme: la fascia tra i 20 e i 39 anni si è ridotta del 22,6 per cento, più del doppio del calo demografico generale. Significa che Messina non si restringe soltanto, si svuota nella parte che produce, che innova, che paga le tasse, che potrebbe costruire il futuro. Nel 2014 c’erano 156 anziani ogni 100 giovani, oggi siamo oltre quota 200. L’età media nel frattempo è salita da 44 a oltre 47 anni.
Un giovane messinese su quattro non studia e non lavora. Il tasso NEET ha raggiunto il 28,1 per cento, contro una media nazionale del 15 per cento. L’abbandono scolastico tocca il 14,6 per cento tra i 18 e i 24 anni. Messina è 91ª su 107 province per qualità della vita, secondo la classifica 2024 del Sole 24 Ore, e scende al 104° nella sottocategoria dedicata alla condizione di bambini, giovani e anziani. Questi numeri convivono, nei programmi elettorali, con promesse di “Smart City”, “Hub del Mediterraneo”, “Capitale della cultura”: slogan che descrivono una città immaginata, non quella che esiste.
Il Ponte non fermerà chi parte, i dati lo dimostrano
Come ha chiarito su queste pagine il professor Giacomo Risitano, la rottura con il territorio avviene al momento dell’iscrizione universitaria, non alla ricerca del primo impiego. Per una quota crescente di giovani messinesi, la scelta migratoria comincia prima ancora di laurearsi. Il Ponte, in quel momento della vita, non esiste ancora neanche come cantiere. I dati SVIMEZ confermano la direzione: la quota di laureati meridionali che emigra è passata dal 20 per cento del 2002 al 60 per cento del 2024. Tra chi si forma in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5 per cento lavora ancora lì a tre anni dalla laurea. Solo il 6 per cento torna. Il differenziale è strutturale: chi lascia il Mezzogiorno accede a retribuzioni più elevate, e lo sa prima ancora di scegliere dove studiare. C’è di più: un territorio ben collegato ma privo di un ecosistema produttivo perde il suo capitale umano più velocemente, non meno. La connettività abbassa il costo dell’emigrazione, non quello del restare. Presentare il Ponte come risposta alla fuga dei giovani non è una semplificazione: è semplicemente un errore di diagnosi.
Tre narrazioni da superare
La prima. “L’amministrazione crea lavoro.” Negli ultimi anni, migliaia di assunzioni tra Comune e partecipate. Nel frattempo, la città ha perso oltre diecimila occupati nell’arco di un decennio: da 66.000 nel 2015 a 55.000 nel 2023. Il tasso di occupazione è al 37,9 per cento, tra i più bassi d’Italia. Il dato strutturale che nessun candidato cita è che circa il 90 per cento dei contribuenti messinesi dichiara redditi da lavoro dipendente o da pensione: la radiografia di un’economia che stenta a produrre ricchezza privata e la compensa con redditi fissi e redistribuzione pubblica. Una politica che risponde a questa struttura produce inevitabilmente ciò che vediamo: bandi assegnati per ordine cronologico senza merito, nomine nelle partecipate per fedeltà, programmi misurati in inaugurazioni e non in posti di lavoro qualificati creati.
La seconda. Nessuna delle promesse in campo fa i conti con i conti. Il centrodestra annuncia voucher fino a 25.000 euro per i commercianti senza indicare le fonti di finanziamento. Il sindaco uscente promette continuità su un sistema di partecipate che costa oltre 100 milioni l’anno, oltre alle agevolazioni fiscali su TARI e servizio idrico già deliberate a ridosso del voto. Il centrosinistra chiede una legge speciale da 700 milioni che dipende da una maggioranza parlamentare che non controlla. Nessuno ha pubblicato un’analisi di compatibilità con il Piano di Riequilibrio Finanziario Pluriennale ancora in corso: il rendiconto 2024 chiude con uno squilibrio superiore a 78 milioni e un disavanzo di amministrazione di 93 milioni. Ogni promessa non finanziata in questo contesto è una cambiale emessa sul futuro dei messinesi.
La terza. Nessun programma risponde alla domanda concreta su quale filiera produttiva ad alto valore aggiunto Messina può sviluppare, con quali strumenti, con quale struttura di incentivo per il capitale privato. L’83 per cento dell’economia messinese è concentrata in commercio e servizi a basso valore aggiunto. Il 97 per cento delle imprese ha meno di dieci dipendenti. Non sono numeri che cambiano con uno slogan. Cambiano con scelte difficili che in questa campagna non ha avuto ancora il coraggio di nominare nessuno.
Quello che serve davvero. ORA! Messina non è in corsa in questa tornata. Ha però il dovere di indicare la direzione senza retorica, e di farlo con la stessa chiarezza con cui si analizza il problema. Messina non ha bisogno di più sussidi ai settori che sono rimasti: ha bisogno di investire in quelli che possono trattenere chi sta partendo e richiamare chi è partito. Non esiste al mondo una città diventata economicamente competitiva scommettendo sul turismo come asse primario di sviluppo: il turismo è una conseguenza della prosperità, non la sua causa. Singapore non è diventata Singapore con i tour gastronomici; Torino non ha fermato il proprio declino post-industriale con le sagre. Lo ha fatto costruendo un ecosistema di imprese tecnologiche attorno all’università, attrarre capitali privati, premiare il merito nella selezione dei manager pubblici. Messina ha il punto di partenza: un ateneo con laboratori attivi in bioingegneria, tecnologie navali, materiali avanzati, sistemi energetici. Quello che non ha è la strategia che trasforma questa ricerca in impresa, e il coraggio istituzionale di costruirla.
L’innovazione non è un edificio. È un ecosistema fatto di relazioni sistemiche tra chi fa ricerca, chi costruisce imprese e chi investe. Senza questi tre attori che si parlano, qualsiasi struttura fisica — per quanto inaugurabile, fotografabile, politicamente spendibile — resta un contenitore vuoto. La domanda giusta non è “dove mettiamo l’I-Hub”: è “chi ci sarà dentro nel 2030, e perché sceglierà Messina?”. A questa domanda nessun candidato ha ancora risposto.
La risposta dipende da una sola precondizione: il merito. Non nella sua versione retorica, ma come principio operativo concreto. Bandi assegnati per competenza dichiarata e verificabile, non per ordine di arrivo. Nomine nei consigli di amministrazione delle partecipate basate su criteri pubblici, non su fedeltà politica. Una pubblica amministrazione che misura i propri risultati in output reali. Senza merito, tutto il resto è narrazione. E Messina — come ha dimostrato il decennio che abbiamo alle spalle — sa già costruire narrazioni. Il problema è che le narrazioni non trattengono i talenti.
Il treno che parte carico di giovani non si ferma costruendo un ponte. Si ferma costruendo ragioni economiche per rimanere. Costruire il proprio futuro a Messina deve tornare a essere una scelta libera. Questa campagna, fino ad oggi, non ha mai affrontato davvero i temi strutturali per il futuro di questa città.
*Segreteria ORA! Messina


