I “neomelodici” al Palacultura: il triste presagio di una desertificazione culturale incombente

Il luogo simbolo della cultura ospiterà il concerto di una "star" della musica napoletana (con bibita e panino inclusi nel prezzo). Mentre la città sembra essere divenuta improvvisamente la capitale internazionale della "ciaramedda". Dal blog di Marino Rinaldi

 

All’inizio uno magari crede sia uno scherzo partorito dal “Ruggito del Consiglio”. Troppo caricaturale per sembrare vero, a partire dallo sfondo dai colori fluo, dalla (doppia) foto che capeggia in alto con qualche effetto grafico luminescente, fino alla sfilza dei numeri di telefono degli organizzatori che ricordano i volantini delle serate in disco. Quando poi l’occhio si sofferma sull’offerta musicale e sugli ospiti presenti, quella prima impressione diventa quasi una certezza: insomma, è una goliardata per far ridere la gente.

Poi però, per quanto ci si ostini a mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, sperando di essere colti all’improvviso da una forma di amnesia acuta e non ricordarci nemmeno chi siamo, la verità si palesa con tutta la sua brutalità ferina. Che nello specifico ha le sembianze di una semplice locandina, per certi versi simile a quelle che di solito si appendono ai pali della luce o sui muri per annunciare in pompa magna una gara di karaoke in una sagra di paese.

 

 

Per farla breve: il 18 gennaio si esibirà a Messina un certo Daniele De Martino, che per chi non lo sapesse è il nuovo enfant prodige della canzone neomelodica. Palermitano, poco più che ventenne, è considerato dagli amanti delle canzone napoletana l’erede spirituale dei vari Gianni Vezzosi, Gianni Celeste e Carmelo Zappulla. Per assistere al suo spettacolo servono 15 euro, ma sono comprensivi di panino e di bevanda (apperò!). Non solo: ad accompagnare sul palco De Martino, cantante che ha in media 10 milioni di visualizzazioni per ogni brano pubblicato su You Tube, ci saranno 5 piccoli baby esponenti neomelodici: i giovanissimi, e giovanissime, Gianpaolo Risi, Giada Santoro, Mary Fusco, Denise Marino e Nuccio Costantino, con il loro (poco) variegato repertorio caratterizzato da storie di amori pre-adolescenziali e dal classico andamento cantilenante dal tono marcatamente adenoideo scuola Mario Merola (ma in versione pop).

 

Fin qui nulla di strano, in fondo, se stessimo parlando di un concerto in qualche piazza, in un palazzetto rionale o persino (volendo esagerare) in uno stadio. Il problema, in questo caso, è che il grande spettacolo, come viene definito nella locandina, si terrà al Palazzo della Cultura Antonello. Al Palacultura.

Ovvero quello stesso luogo che dovrebbe rappresentare il biglietto da visita della città e dare voce alla sua massima espressione artistica. Quello stesso palazzo, pieno zeppo di uffici e ufficetti, che dal 2012 ospita, al primo piano, una galleria d’arte moderna e contemporanea, con opere di Mirò, Mazzullo, Schifano e Migneco, che nessuno (o quasi) conosce, a causa di orari proibitivi, mancanza di personale, pubblicità pressoché assente e scelte politiche poco lungimiranti.

Tutto questo mentre la città sembra essere divenuta improvvisamente la capitale internazionale della “ciaramedda” (il fatto che piaccia tanto al sindaco Cateno De Luca forse è solo un caso).

Ne abbiamo avuto un’anticipazione nel corso della memorabile sfilata per le vie del centro degli “zampognari a paro”, con decine di musicisti in fila sulla corsia preferenziale, in mezzo al traffico, seguiti a ruota da uno shuttle (una scena a forti tinte surreali che sembra girata da Federico Fellini dopo un’overdose di cozze andate a male) e ne faremo una grande abbuffata durante le vacanze di Natale, con i concerti di gruppi folcloristici e canterini ciuminisani. Il tutto in attesa della grande notte di Capodanno, che a quanto pare sarà caratterizzata anch’essa dalla riscoperta delle tradizioni e dalla valorizzazione della cultura folkloristica popolare.  Per il resto poco altro. Per non dire il nulla più totale, come se secoli e secoli di musica non fossero mai esistiti. E tutto si limitasse al suono stridente (e alla lunga snervante) di cornamuse e affini.

E il punto sta proprio qui. Perché, accantonando inutili snobismi, e tralasciando i gusti personali, che non si discutono, non c’è assolutamente nulla di male nell’apprezzare la musica neomelodica (che in fondo altro non è che una sorta di risposta italiana al blues afroamericano) o nel valorizzare le proprie radici e le tradizioni più popolane. Anzi, è una cosa persino nobile. A patto però che si prendano in considerazione tutti i “se” e i “ma” del caso, che nella fattispecie riguardano le modalità con le quali la riscoperta del folclore viene messa in atto (il rischio è che si ottenga l’effetto opposto, ridicolizzando tradizioni millenarie), e soprattutto l’eterogeneità della proposta culturale, in una città che dimostra giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, di avere fame, voglia e necessità di un’offerta teatrale varia e all’avanguardia, di proposte innovative (citiamo ad esempio la programmazione di alcuni locali che non hanno nulla da invidiare a un club underground di Londra o di Berlino) e di sempre nuovi “stimoli mentali”.

Detto in maniera facile: il problema non è il cantante neomelodico e le zampogne, il problema è che ci sono solo il cantante neomelodico e le zampogne, o quasi. Come se jazz, blues, rock, cantautorato, metal, hardcore, world music, opera, musica da camera, orchestre, ensamble e chi più ne ha più ne metta fossero state totalmente giustiziate dall’offerta di tempo libero di questa città. Per non parlare poi di tutti quegli artisti, grafici, pittori, scultori, registi, attori e creativi di ogni genere che reclamano spazi, attenzione, visibilità e amore. Lo stesso che forse – probabilmente – potrebbero ricevere più facilmente altrove. 

È a loro (e a tutti quelli che non possono accontentarsi dei pur apprezzabili concertini con le ciaramedde) che la comunità, l’Amministrazione e gli addetti alla cultura dovrebbero dare conto, coinvolgendoli in un circuito virtuoso che li faccia sentire parte di un progetto di crescita. Per non correre il rischio di trovarsi d’innanzi a una totale e progressiva desertificazione culturale di una città autolesionista e disillusa. Che forse, sì, continueremo ad amare lo stesso alla follia. Ma digrignando i denti per la rabbia.

 

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Domenica GilibertoCicciOrazioAlessandro GrussuPino Recent comment authors
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Pino
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Pino

Dove sta il problema dovete sapere che nella grandi città quasi tutti o concerto vengono fatti nei.migliori teatri vedi Palermo Catania Napoli quindi parlate di.meno e i formativi di piu e poi e tutto regolarizzato

Alessandro Grussu
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Alessandro Grussu

Secondo me l’articolo è fin troppo generoso; se la neomelodica è una sorta di risposta italiana al blues, allora i cinepanettoni di Boldi e De Sica sono la risposta italiana a Woody Allen.
In ogni caso il panorama dell’offerta culturale proposta da questa amministrazione è semplicemente desolante. Non mi stupirei se al Palacultura l’anno prossimo si esibisse la “gloria locale” Canazzo.

Orazio
Ospite
Orazio

No comment,il giornalista in questione se come dice lui sta dando risalto ad una serata folkroristica vuol dire che non ha altro di cui sparlare se no non era qui ma su una testata giornalistica più importante solo gentuccia in cerca di considerazione

Cicci
Ospite
Cicci

Purtroppo quando si lascia che l ignoranza prenda il sopravvento perché si continua a considerare una variante della conoscenza, ci si ritrova poi a sguazzare in un mare di letame, corruzione e convenienze. Tutte queste persone vengono mobilitate perché hanno permesso ai rappresentanti politici di salire al trono con i voti loro e delle loro numerose famiglie, voti sporchi di continui favoritismi.

Domenica Giliberto
Ospite
Domenica Giliberto

Bentornato giovane vecchio intellettuale borghese