MESSINA. Nuovo “entusiasmante” capitolo della faida sul quadro di Luca Giordano affisso nell’Aula consiliare di Palazzo Zanca. Dopo le polemiche dei giorni scorsi e l’intervento dell’associazione “Sicilia ai siciliani”, a rilanciare la propria tesi è il consigliere comunale Salvatore Sorbello, secondo il quale l’opera (che in realtà è una copia) non rappresenterebbe affatto la città dello Stretto. Mentre Nino Principato, preso di mira dall’esponente del Gruppo Misto, affida la sua replica alla propria pagina Facebook (in fondo all’articolo), non risparmiando critiche feroci ai “contendenti”: «Se avete un minimo di dignità, espatriate da questa città».

«Il mistero della tela di Luca Giordano realizzata nel 1678 a Napoli è a una svolta» spiega Sorbello, che si affida al parere dello scrittore Alessandro Fumia, autore di un lungo testo che riportiamo di seguito. 

«Una settimana fa ho spedito alla testata di ‘Agora Metropolitana’ un articolo in cui segnalavo le tracce che, a mio parere, mi portavano a osservare una discrasia, fra l’opera posta in visione, oggetto della diatriba politica, e la fonte prodotta dal figlio Lorenzo Giordano che ragionava su un’opera rapportata a galvanizzare la gloria della monarchia di Spagna.

Il testo del figlio – prosegue Fumia -, in realtà segnalava una scena precisa, da me stigmatizzata per trovare in questa la chiave necessaria interpretata legata a un’opera postuma, rispetto alla prima tela. In questo caso, quando a celebrare quel quadro interviene la fonte del 1729, stabilisce il criterio che tutto quello che venne prodotto puntava ad esaltare la Spagna e giammai la rovina di una sola città. In mio aiuto interviene il sonetto di Giuseppe Artale che ci consente di osservare esattamente quegli schemi dipinti dal Giordano a Napoli nel 1678, schemi iconografici peraltro, già presenti nelle opere precedenti a quella del 1678 (Venere-Marte). E’ l’Artale a segnalare nel suo sonetto che la donna svestita al centro della scena con corona triturrita rappresenta la dea Cibele, divinità che nelle intenzioni mostrando le sue grazie invita alla grandezza del regno (nel mondo classico di età romana, Cibele turrita rappresentava l’impero); divinità in vero, osservata in altre opere di Giordano nelle sembianze di Venere. Soltanto in quel caso compare questa corona di tre torri, come suggerita dall’Artale indicando propriamente la monarchia.

In questo modo – prosegue la nota – fu istituito un modello singolare e mai più recuperato dall’artista, infatti, lo studio esercitato da alcuni studiosi spagnoli sul lembo della tela in questione, con apposita apparecchiatura a raggi infrarossi, non stabilisce altro che la teoria rivolta a portare il Giordano a Madrid, rispetto al periodo storico realmente vissuto, ma tre lustri successivi a quella data. Neppure la sigla voluta portare a suffragio di quello studio del pittore spagnolo riesce a determinare con certezza la presenza di Giordano in Spagna nel 1678. Specularmente facevano notare quegli studiosi,  il sonetto trovato nel margine della tela è scritto in spagnolo e non in italiano. Per questo motivo sono propensi a credere che quest’opera, oggetto del contendere, sia quella che originariamente fu costruita dal pittore in quell’anno.

Voi potete capire da soli che questa ipotesi, non suffragata da documenti, non regge al confronto con la messe di codici di spesa, di soggiorno, di contratti che allocano l’autore in Spagna non prima del 1692 – fa presenta Fumia – In tale funzione questo documento non ha peso scientifico pur se lascia aperte delle ipotesi di studio che non sono state completate e che necessitano di ulteriori valutazioni.

L’articolo proposto dall’associazione ‘Sicilia ai siciliani’ pone questo elemento come la dimostrazione fondante che il quadro, posto nell’aula del consiglio, sia esattamente quello che si pretende essere un oltraggio alla città di Messina. Ma la cosiddetta Allegoria delle restituzione di Messina alla Spagna è stata realizzata nel 1692, così come viene descritta, dove si sarebbero dovute osservare, dai particolari segnalati dalla nota in spagnolo presente nell’articolo testé segnalato.

Anziché fare chiarezza, la questione sfugge di mano. Infatti, l’allegoria della restituzione di Messina alla Spagna, non coincide con le immagini proposte da quella stampa, celebrata dal De Dominici che riassume quello che si dovrebbe trovare nella tela qui ripresa in lingua tradotta, determinante la seguente versione: ‘Sulla tela che De Domici descrive era il viceré il marchese de los Velez, a cavallo, e una complessa allegoria con tutto l’Olimpo attorno alla Monarchia spagnola’.

Questa visione è estrapolata da uno dei tre quadri prodotti dal Giordano nel 1678: ‘Artale …Zeusi, Parrasio, Appelle hor trino un raggio Nutre in faccia a più tele un spirto ignoto; Che di tre gran pennelli occhio, ch’è saggio, Scopre in larve dipinte anima, e moto’.

Viceversa, nella tela conservata presso il Museo del Prado, ovvero quella che dovrebbe indicare la caduta di Messina oltraggiata da un soldato Francese, viene mostrata nuda con capo cinto di torri (fin qui avrebbero ragione i desperados), ma poi si aggiunge nella medesima scena che dovevansi osservare la presenza di una nave (per evocare la fuga dei messinesi verso la Francia) e la caduta di un Tempio abbattuto  (per evocare la disfatta di Messina).

Ora mi domando e dico: questa scena evocata nel quadro conservato al Prado, che si impone come l’allegoria delle restituzione di Messina alla Spagna, in che misura si può associare alla crosta posta nell’Aula del Consiglio di Messina? Da altre fonti – riporta Fumia -, sembrerebbe che questa tela conservata al Prado così delineata con tempio e nave, oltre alla vergine scalciata dal Francese, non trova continuità con la scena evocata nel poster, che mostra l’esaltazione di una scena bucolica attraverso le figure di divinità pagane,  che nulla hanno a che vedere con la tela presente al Prado, in rapporto allo schema evocato.

‘Nella tela del Prado si può vedere la Spagna o la Monarchia seduti sulle quattro parti del mondo e incoronati dal genio della Vittoria’.

La scenografia è differente e questa tela, cioè quella conservata nello stesso Museo madrileno, non fa il pari con quella che dovrebbe oltraggiare Messina. In effetti presso lo stesso Museo ci stanno decine di tele del Giordano; sarebbe il caso di verificare queste osservazioni.

Dunque – spiega ancora lo scrittore  – cosa voglio affermare con questo ragionamento? Il cartiglio passato ai raggi infrarossi chiarisce che, il quadro del 1678 firmato da Giordano, non ha nulla a che vedere col sonetto scoperto, essendo che gli studiosi affermano che è stato apposto dopo la stesura della pittura.

La fotografia a infrarossi ci ha permesso di scoprire sotto il sonetto (che è stato indubbiamente dipinto a Madrid all’arrivo della tela alias, per conoscenza in versione spagnola) la fotografia infrarroja ha permetido descubrir debajo del soneto – que fue sin duda pintado en Madrid a la llegada del lienzo. Devo ricordare – precisa – che Luca Giordano giunse la prima volta a Madrid proveniente da Firenze nel 1692, ergo, la data in essere non si può agganciare a quella del 1678.

Quindi la tela osservata nell’aula messinese non corrisponde con quella in cui si osserva la descrizione assoggettata all’allegoria della restituzione di Messina conservata al Prado, che altre fonti segnalano dipinta nel 1692. E neppure la tela segnalata dal De Dominici e dal figlio Lorenzo coincidono con questa oggetto dello scandalo, in quanto non compare il cavallo bianco sul quale vi è assiso il vicerè de Las Vilez. Pertanto,  così come ha confermato l’indagine a infrarossi prospettata da quello studio scientifico, in questa compare la data e il nome del pittore Jordanus 1678. Scena quest’ultima che coincide con quella emendata dall’Artale, che pone al centro della scena Cibele, così le altre figure divine che devono essere interpretate seguendo un altro filone, legato alla concezione dei modelli classici conosciuti in quel dato periodo storico in cui Giordano realizza le sue tele.

Mi riferisco alla collaborazione che Luca Giordano compie nell’opera scritta da Camillo De Notariis e pubblicata nel 1677. In quest’opera il nostro pittore realizzerà un centinaio di disegni che serviranno per accompagnare il racconto epico delle divinità al cospetto di un condottiero romano qui immortalato e posto sotto il titolo di ‘Flavio Costantino il Grande’.

Siccome nessuno ha la palla di vetro, sarebbe preferibile incominciare ad osservare che l’elemento iconografico, assoggettato al soldato, sia in realtà il dio Marte, così come anticipato dal figlio Lorenzo, e la sua figura di riferimento, Venere. Questo binomio sarà più volte recuperato nelle tele di Giordano come ad esempio ‘Venere, Cupido e Marte’, 1663, o ‘Venere Marte e Vulcano’ 1670, o anche ‘La gloria della monarchia’, 1678.

Studiando la composizione anatomica delle figure, l’elaborato delle vesti sul personaggio femminile, così l’uso cromatico dei colori, come analogamente accadrà per l’elemento maschile, troviamo nel tempo e in queste opere continui richiami al mondo pagano, simulando sontuose scenografie a tema corrispondenti a una costante che ci permette di individuare un modello pittorico che Giordano utilizzava ripetutamente nelle sue opere, via via che passavano gli anni e aumentavano i suoi estimatori e i relativi committenti.

Devo dirlo con rammarico e senza sarcasmo – conclude Fumia -, le vostre certezze fanno acqua da tutte le parti, se a queste sarete costretti ad associarvi quello che le caratteristiche iconografiche aggiungono. Detto ciò è palese che il titolo dell’opera “Allegoria della restituzione di Messina alla Spagna” non collima con la descrizione della stessa opera nella verifica dei contenuti pittorici, e quel sonetto scaturito da quell’indagine sancisce che è stato creato da mano aliena e giammai dal pugno del nostro pittore».

 

Ad intervenire sulla questione, ieri, era stato anche l’architetto Nino Principato, che sostiene invece una tesi del tutto opposta: 

«Sorbello e Fumia scrive –se avete un minimo di dignità, espatriate da questa città, chiudetevi la bocca per sempre e non parlate più. A sconfessarvi clamorosamente e senza possibilità di appello è proprio Luca Giordano, lo stesso autore del dipinto. Se il grande “storico” Fumia avesse esaminato con attenzione il dipinto (ma non è cosa sua, essendo al di sopra delle sue modeste possibilità) forse si sarebbe accorto che in basso a destra è riportato un sonetto dipinto dallo stesso Luca Giordano che inizia richiamando proprio Messina e la fallita rivolta antispagnola: “MESINA HERIDA, TRISTE E INJURADA…” (“MESSINA FERITA, TRISTE E DISUMANA…”). E allora, magnifici maestri di cultura Sorbello e Fumia, come la mettiamo con tutte le colossali castronerie che avete scritto e riferito in conferenza stampa e che cioè il dipinto non ha nulla a che vedere con Messina offesa e vilipesa? Questa è la madre di tutte le prove perché è lo stesso autore, Luca Giordano, a confermare che il soggetto del suo dipinto è proprio Messina vilipesa, offesa, oltraggiata. Non posso fare a meno di citare Gianluca Castriciano, Giuseppe Giannetto e Serena Giannetto (Consigliere Comunale che ha sollevato la questione della rimozione della copia dalla Sala del Consiglio Comunale) dell’Associazione “La Sicilia ai Siciliani”, insieme abbiamo lavorato per stabilire, una volta e per sempre, la verità. Pubblico il sonetto di Luca Giordano a disdoro e vergogna di Sorbello e Fumia, il primo che ha voluto attaccare per motivi politici, invano, la Consigliera Serena Giannetto che ha sollevato meritoriamente il caso, il secondo che da sempre mi attacca in maniera scorretta su tutto quello che faccio per Messina, per invidia e gelosia. Adesso, la strada verso il cassonetto dell’immondizia per accogliere questa riproduzione fotografica senza alcun valore e altamente diffamatoria per Messina, è ampiamente spianata», conclude.

 

La scheda originale con la riproduzione del sonetto e il commento

 

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