Lo Stretto di Messina ha alimentato da sempre, a partire da Omero, miti, leggende, storie fantastiche e visionarie. Basti pensare a Scilla e Cariddi, Glauco, Colapesce, la Fata Morgana, il nocchiere Peloro, l’Eneide di Virgilio…  Tantissime sono state le peculiarità dello Stretto indagate, a tutti i livelli: dagli studi più specificamente storici, geografici, sismologici, merceologici, alle ricerche sulle attività che lo caratterizzano, come la pesca del pesce spada, fino ai contributi scientifici sulla fauna marina e sul gioco incessante delle correnti e la navigazione. Tuttavia, stranamente, fino al 1993, non si disponeva di un repertorio iconografico, tra mito e realtà, che documentasse attraverso i secoli l’immagine visiva del nostro affascinante e incantato territorio. Si doveva infatti attendere che Vincenzo Consolo pubblicasse un saggio di 64 illustrazioni in bicromia e 34 tavole a colori fuori testo intitolato “vedute dello Stretto di Messina”, un saggio considerato primo ed unico nel suo genere per la nostra città.

Consolo nasce a Sant’Agata Militello il 18 febbraio 1933 e subito dopo le scuole superiori si iscrive a Giurisprudenza presso l’Università Cattolica di Milano. Costretto ad interrompere gli studi per assolvere il servizio militare a Roma, si laurea in Filosofia del diritto all’Università di Messina nel 1960. Comincia ad insegnare diritto ed educazione civica in diverse scuole agrarie arrampicate sui Nebrodi.

Nel 1963 pubblica il suo romanzo d’esordio “La ferita dell’aprile”. In questo periodo conosce e frequenta Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa, suoi riferimenti umani e letterari.

Cinque anni dopo vince un concorso in RAI. Si trasferisce a Milano, dove vivrà e lavorerà fino alla sua morte, svolgendo un’intensa attività giornalistica ed editoriale, e alternando alla vita milanese lunghi soggiorni nella sua Sicilia. In questi anni non mancherà di dedicare scritti, come fossero improvvise incursioni, alla storia e alla cultura della sua terra d’origine, esaltando l’evoluzione culturale dell’Isola, nella sua dimensione mediterranea, con specifiche ricerche linguistiche e storiche.

Le sue produzioni oscillanti tra la letteratura e il saggio, hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della letteratura Siciliana e non. Sulle sue produzioni letterarie sono stati fatti convegni, studi universitari e saggi. I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Catalogna, Germania, Inghilterra, Portogallo, Olanda, Argentina, Romania, Brasile, Canada, Egitto.

Personaggio di elezione per Vincenzo Consolo è il pittore Antonello da Messina. Gli dedicherà pagine indimenticabili in diversi testi dedicatigli, primo fra tutti Il sorriso dell’ignoto marinaio del 1976, suo primo grande successo editoriale. In Pittore di una città tra sogno e nostalgia confluito poi in Di qua dal faro del 1999 si incontra un passaggio dedicato alla città di Messina, paradigmatico della sua arte evocativa.

“Città di luce e d’acqua, aerea e sicura, riflessione, inganno, Fata Morgana e sogno, ricordo e nostalgia. […] Ma a Messina, dicono le storie, nacque un pittore grande,di nome Antonio D’Antonio [nda ovvero Antonello]. E deve essere così se ne parlano le storie. […] E dipingeva anche la città, con la Falce del porto, i colli di San Rizzo, le Eolie vaganti come le Simplegadi, e le mura, il forte di Matagrifone, la Rocca Guelfonia, i torrenti Boccetta, Portalegni, Zaera, e la chiesa di San Francesco, il monastero del Salvatore, il Duomo, le case, gli orti…

Un’altra descrizione, estremamente potente, della città la troviamo in L’olivo e l’olivastro, del 1994.

“Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del porto, passa sotto la statua della Madonna, alta sopra la colonna, doppia la punta, gira su sé stesso e si dirige verso l’altra costa. La città si allontana, s’allontana l’isola. E’ un pomeriggio d’aprile, di tenero sole, di cristallina luce che irrora i colli boscosi del Peloro, il cielo sopra lo stretto, attonito, sospeso come nel venerdì di Passione, nella Crocifissione di Anversa o di Sibiu (fra un pennone e un altro – in alto si torce il corpo nell’agonia, s’inarca, è vinto, s’allenta – piantato sul colle di calcare, di spini, di crani – scivola il serpe nell’orbita, dalla chiostra dei denti, sta ferma la civetta – si staglia il paesaggio d’amore e di memoria: campi, orti, forti, isole vaganti, nuvole, aironi migranti…). Lungo il molo, la riva, si stende la città, s’incunea nelle gole dei valloni, bassa, bianca, come di baracche, villaggio minerario o coloniale. Città di luce e d’acqua, aerea e sfuggente, riflessione e inganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso. Ma forse vi fu una città con questo nome perché disegni e piante riportano la falce di un porto con dentro galee che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti, coronati da castelli, e case palazzi chiese porte…

Vincenzo Consolo è stato non solo scrittore di successo ma anche una “grande firma” come giornalista. Con il quotidiano siciliano “L’Ora, che reclutava eccellenti cronisti letterati, ha pubblicato articoli di cronaca nera, inchieste, interviste, questioni letterarie, recensioni, ma anche riflessioni civili. Un legame forte con la Sicilia mai spezzato pur abitando a Milano. Nella sua lunga carriera, ha ricevuto moltissimi premi letterari: il Premio Pirandello, il premio Strega, il Grinzane, il Cavour, il Flaiano, l’Internazionale Unione Latina, il Leopardi.

 

Vittorio Nisticò, direttore de “L’Ora” negli anni più gloriosi, offre questa testimonianza della maniera di essere giornalista di Vincenzo Consolo: “Tuttavia un desiderio di giornalismo, sebbene latente, rimase sempre vivo e pronto a venir fuori quando si presentava l’occasione buona. Fu così in quei mesi del 1975, quando facendo la spola tra la casa materna di Sant’Agata e la nostra redazione, si buttò con manifesta gioia in un intenso lavoro giornalistico… Un bel bagno mediterraneo di umile giornalismo, mentre tra un servizio e l’altro trovava il luogo e il silenzio dove ripararsi per dare gli ultimi ritocchi a Il sorriso dell’ignoto marinaio: il capolavoro che da lì a qualche mese lo avrebbe consacrato tra gli eredi della grande letteratura che la Sicilia ha dato alla nazione”.

Vincenzo Consolo muore a Milano il 21 gennaio del 2012 all’età di 78 anni.
I funerali vengono celebrati il 23 gennaio nella sua Sant’Agata Militello nella Chiesa del Sacro Cuore.

FiGi

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Per approfondire:
sito ufficiale https://vincenzoconsolo.it/
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