Di Andrea Denaro e Claudia Mangano

MESSINA. Sapevamo cosa fosse la democrazia partecipata, ma ce ne siamo sempre occupati in maniera marginale, limitandoci a non scavare oltre la superficie della notizia. Il problema, però, è che così fanno anche i Comuni (o comunque buona parte, senza fare di tutta l’erba un fascio) che ogni anno potrebbero spendere migliaia di euro coinvolgendo i cittadini, cosa che non fanno. Chi perché non ha ancora capito cosa sia e chi perché ignora del tutto l’esistenza di questi soldi (che, se non spesi, tornano in tasca alla Regione). Ce ne siamo accorti da quando ad ottobre abbiamo cominciato ad esaminare con la lente d’ingrandimento i Comuni messinesi per “Spendiamoli Insieme”, contribuendo alla creazione di un portale che dà conto e ragione su come i fondi vengono (o non vengono) spesi. Colmando le (gravi) inadempienze delle Amministrazioni.

Premessa: cos’è la democrazia partecipata? Per coinvolgere i cittadini nella spesa pubblica la Regione ha stabilito nel 2014 di assegnare ad ogni Comune una somma pari al 2% dei trasferimenti regionali annuali. Questa somma, che alle casse della Regione pesa circa 4 milioni di euro l’anno, andrebbe spesa secondo la volontà dei cittadini, chiamati a decidere sulla destinazione dei fondi. Possiamo individuare tre passaggi chiave (a volte quattro) nella procedura: l’avviso di presentazione del progetto, la pubblicazione dell’esito delle votazioni (il progetto più presentato/votato vince) e la realizzazione dell’opera. Qualche volta, in mezzo, è prevista anche un’assemblea pubblica.

Sembra un procedimento semplice. Però nella provincia di Messina ha avuto poche “perfette” attuazioni nel corso degli anni. Molti comuni, infatti, a volte dimenticano qualche passaggio (o non lo rendono noto, se vogliamo essere ingenui, a discapito della trasparenza).

Dalle ore (tante) passate davanti al pc ad esaminare i documenti pubblicati dai 108 Comuni messinesi per cinque anni, abbiamo capito che: a) le amministrazioni comunali non hanno interesse a coinvolgere i cittadini per la spesa di somme di cui, in questo caso, sono i legittimi proprietari; b) quando sono chiamati, i cittadini dimostrano una sempre maggiore apatia nei confronti della cittadinanza attiva; c) la Regione potrebbe spingere di più i Comuni nel coinvolgimento degli abitanti.

Per giungere a questa deduzione una mano ce l’hanno data i Comuni stessi, i cui siti erano tutto tranne che di facile utilizzo per i visitatori. Persino noi, che siamo cresciuti a pane e internet e che per mestiere navighiamo dodici ore al giorno su siti istituzionali, ci abbiamo messo tre mesi per trovare tutte le informazioni quando, ad esempio, con una sezione dedicata avremmo impiegato forse tre settimane (prendendocela comoda). Eppure nessuno (o quasi) ci ha pensato.

Immaginate un cittadino che entra sul sito del proprio comune per avere informazioni sulla democrazia partecipata, di cui ha sentito parlare o ha letto da qualche parte. Non trova una sezione dedicata e, se ha un minimo di destrezza su internet, utilizza la barra di ricerca (quando c’è. Sì, occorre fare anche questa precisazione). Nella migliore delle ipotesi trova qualche risultato (disordinato e confuso), ma nella peggiore (e anche la più frequente) si trova davanti questa schermata:

Chiunque perderebbe la pazienza e spegnerebbe il pc. Noi, dopo lo sconforto iniziale, abbiamo deciso di continuare a cercare sull’albo pretorio, una sezione che raccoglie tutti gli atti amministrativi di un Comune (come quelli sulla democrazia partecipata). Ammesso che un cittadino sia al corrente di questa funzione (che comunque richiede una ricerca avanzata) pensate che sia un sistema che riesce a coinvolgere tutti?

Delusi dal web, da buoni rappresentanti della generazione Z, abbiamo cercato conforto nel sistema di comunicazione più famoso al mondo: i social. Anche qui alcuni Comuni dimostrano di essere rimasti alla Riforma sulla Pubblica Amministrazione degli anni ’90: in pochi condividono avvisi o risultati delle consultazioni, come in realtà tutta l’attività del Comune. Il che spiega anche perché le pagine non sono molto seguite.

Per sopperire a questa mancanza da parte delle Amministrazioni, qualche cittadino faceva da sé. Soprattutto quando mancava completamente una pagina e si creavano dei “Gruppi Facebook”. Questo è possibile a Roccafiorita, a Gallodoro o a Floresta, che non raggiungono i 500 abitanti. Ma in altri casi rappresenta un limite del Palazzo comunale, e di conseguenza per la democrazia partecipata.

Una curiosità: a volte o si pubblica su Facebook o sul sito. Entrambi no.

L’inadempienza, dovuta alle incomprensioni o alla “strafottenza”, è visibile nel numero di Comuni che effettivamente nel corso degli anni hanno aderito alla democrazia partecipata accogliendo il principio cardine del coinvolgimento dei cittadini. Sono pochi, tant’è che ogni anno circa la metà dei fondi stanziati tornano alla Regione. A dare conforto è un aumento progressivo tra il 2016 e il 2020 delle città che danno conto e ragione di quanto hanno fatto. Anche la provincia di Messina rispetta questa linea, diventando sempre più “verde” di anno in anno.

Fra i più rappresentativi tra quelli che, almeno inizialmente, non avevano capito perché la Regione avesse devoluto questa somma, c’è Milazzo, la cui vecchia Giunta credeva che la spesa non andasse fatta con i cittadini, ma per sostenere i meccanismi messi in piedi per coinvolgerli. Interpretazione che loro hanno convertito migliorando i canali di informazione. Azione “buona e benedetta” che, però, non attua concretamente la “democrazia partecipata”.

Conseguenza di questi “fraintendimenti”? Occasioni sprecate per Amministrazioni (con il solo risultato di una divisione sempre più netta fra Palazzi e popolo) e cittadini, che per una volta in cui sarebbero chiamati in un processo decisionale che non sia quello di mettere una “x” su una cartella elettorale, rimangono tagliati fuori.

Ma invece come, concretamente, sono stati utilizzati i fondi quando i cittadini hanno presentato o votato un progetto? Si realizzano idee che migliorano la vita degli abitanti come palestre all’aperto, aree giochi e spazi verdi. Qualcuno vuole rendere più bello il proprio Comune con nuove pensiline dipinte da artisti. Ma c’è anche chi ha chiesto che la somma venga devoluta per manifestazioni, musei o per viaggi in crociera (ognuno ha le sue priorità).

Un paradosso: le somme di democrazia partecipata servono per interventi differenti da quelli che rientrano nell’ordinaria amministrazione pubblica. A volte, però, capita che i cittadini chiedano la sistemazione di strade, lampioni o della segnaletica. Tutti lavori che dovrebbero essere già previsti, e soprattutto che dovrebbero incidere sulle tasche comunali.

Questo, neanche a dirlo, conviene alle Amministrazioni, che hanno tutto da guadagnare nel non informare correttamente i cittadini su quello che possono chiedere. Ciò (purtroppo) in alcuni casi avviene non dando l’opportunità di presentare idee, prevedendo solo una “x” in un avviso “pre-confezionato” con un paio di progetti già scelti. Spirito che non si sposa con quello della democrazia partecipata.

In conclusione? Esiste una legge che dà la possibilità ai cittadini di scegliere come migliorare il proprio comune. Ci sono Comuni più adempienti di altri ma, per sommi capi, negli anni si è assistito ad un evolversi della situazione che può solo andare a migliorare, anche grazie a progetti come “Spendiamoli insieme”, che raccoglie idee, documenti e testimonianze per attuare la cittadinanza attiva e, soprattutto, per promuovere, informare e coinvolgere i cittadini quando non lo fa chi di competenza.

N.B. Spendiamoli Insieme è un progetto dell’associazione Parliament Watch Italia, nell’ambito delle attività del laboratorio di monitoraggio civico Libellula. Oltre che sui 108 Comuni della provincia di Messina, il sito www.spendiamolinsieme.it pubblica dati e informazioni sul tema della democrazia partecipata che riguardano tutti gli altri Comuni siciliani. 

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