I gabbiotti per i vigili urbani
Più che un tentativo malriuscito di offrire un riparo ai vigili esposti alle intemperie meteorologiche agli angoli delle strade, quello dei gabbiotti per la Polizia municipale è stato un esperimento quasi sociologico di redistribuzione del reddito.
Nelle intenzioni, i rifugi sarebbero serviti, oltre che per difendere gli agenti dalla pioggia, anche per dare loro refrigerio durante le lunghe e assolate mattinate trascorse a presidiare gli incroci cittadini: per questo, l’amministrazione comunale aveva provveduto a montare dei condizionatori d’aria. Che ovviamente sono finiti ad ornare le case di qualcuno tra i più intraprendenti dei messinesi. Anche perché, i gabbiotti sono rimasti inutilizzati sin dal principio, visto che la possibilità di avvistare vigili in strada è pari a quella che il mostro di Lockness emerga dalle acque del lago per fare ciao con la zampina.
Dismessi qualche anno fa, di quegli strani artefatti, epoca di spese pubbliche compiute in allegria, ne rimanevano due, a distanza di duecento metro l’uno dall’altro: in via Garibaldi, marciapiedi lato mare, poco dopo la Prefettura, e all’incrocio col viale Boccetta. Andati, come lacrime nella pioggia.

Le scale mobili fantasma
Cosa rimane di un’opera che avrebbe reso la vita un po’ più semplice a un’ampia fetta di popolazione, pronta a partire, e tuttavia mai utilizzata? Cartacce, spazzatura, siringhe ipodermiche e lacci emostatici, resti di “banchetti” improvvisati, reggiseni appesi. E sullo sfondo, i ruderi delle scale mobili che da via XXIV maggio dovrebbero portare in via Peculio Frumentario: una sferzata di civiltà in una città che le barriere architettoniche, lungi dal rimuoverle, le crea ad ogni piè sospinto.
Un progetto che risale al 2001, finanziato con 850mila euro di fondi ministeriali messi a disposizione dal dicastero ai Lavori pubblici, terminato nel 2007, collaudato nel 2009 e mai entrato in funzione, vecchio cavallo di battaglia dell’allora consigliere comunale Piero Adamo e dell’ex consigliere di quartiere Daniele Travisano, quindi del consigliere comunale Dario Carbone (tutti di quell’area politica che oggi è Fratelli d’Italia) e poi degli attivisti del Movimento 5 stelle Gabriele Ferrante (che se ne è occupato anche da consigliere di quartiere) e Marco Bellantone, che sull’argomento hanno girato un video per LetteraEmme, e oggi simbolo del degrado che attanaglia intere zone di Messina.

I totem di piazza Cairoli (e piazza Duomo, e piazzette tematiche…)
Residui dei primi, rudimentali, malfermi e goffi approcci del Comune di Messina alla tecnologia, i totem informativi sono testimonianza di un’era in cui Google non era nemmeno nella mente di Dio: un’epoca in cui i turisti, per orientarsi in città, avevano bisogno della mappa. O di un totem che desse loro qualche informazione.
Sfortunatamente, ogni volta che si abbandona il regno della carta (possibilmente bollata), a Palazzo Zanca si va in affanno. E quindi non solo i totem non sono mai serviti a nessun singolo turista che abbia mai posato piede sul suolo messinese, ma ben presto diventarono, specie quello di piazza Cairoli, acerrimi nemici degli edicolanti della stessa piazza. Perché, in un impeto di zelo, essendo inutili per comunicare alcunché ai turisti, i totem presero ad essere collegati col televideo, rubando la fame di notizie a chi i giornali li vendeva. Durò qualche mese, poi il silenzio.
Quello dei totem a qualcuno, più di uno negli anni, sarà sembrata una splendida idea, perché ne fiorirono parecchi, in giro per il centro: da quello davanti ad una delle piazzette tematiche a quelli di piazza Minutoli, davanti al palazzo Inail, ai piccoli totem di zona con monitor scorticati sparsi intorno al perimetro storico ai grandi pannelli elettronici per info turismo a piazza Duomo. Tutti silenziosamente, mestamente, inevitabilmente muti. E tutti andati, nel silenzio degli schermi vuoti.
Oggi ne sopravvive qualcuno nelle scalinate che da via XXIV maggio portano in zona Cristo Re, che suscita nei turisti la stessa curiosità del monolite nero nei confronti delle scimmie di 2001 Odissea nello spazio.


Gli attraversamenti pedonali di viale Regina Elena
Come si fa a rendere un po’ più sicuro lo sport estremo di attraversare la strada a Messina, oltretutto in una larga semicurva poco illuminata, in cui lo spirito competitivo spinge gli automobilisti ad arrivare sui centoventi all’ora e far partire la vettura in controsterzo? Illuminando le strisce pedonali.
Fu così che, a cavallo tra prima e seconda repubblica apparvero, in prossimità delle strisce pedonali, dei pali che, con un braccio a 90 gradi che protrudeva verso la strada, sormontato da un simbolo luminoso di attraversamento pedonale, illuminavano la carreggiata per dare un suggerimento agli automobilisti: “occhio che qui c’è un povero cristo che vuole andare da un capo all’altro della strada, rallenta così magari non lo stiri“.
La funzionalità dei pali ebbe la stessa vita delle lampadine che c’erano dentro. Un paio di mesi o poco più. Adesso sono praticamente un reperto di archeologia funzionale urbana.
E anche se funzionassero non avrebbero nulla da illuminare: sono sbiadite, consumate dai milioni di copertoni che negli anni ci sono passati sopra, anche le strisce pedonali. Il palo, in compenso, c’è ancora: contribuendo ad aumentare l’inquinamento visivo di una città che ha davvero molti problemi con la segnaletica verticale.

L’occhio indiscreto (e inutilizzato) del photored
Da qualche parte della città, tipo viale Giostra o via Garibaldi, capita, quando si è in auto, di sollevare lo sguardo dal cellulare e vedere, appollaiate sui semafori, un gran numero di telecamere. Niente paura, George Orwell non c’entra niente.
Sono i photored, spauracchio degli automobilisti col vizietto di fermarsi dieci metri oltre il semaforo rosso (o di ignorarlo completamente), ma solo per qualche settimana. Perché, dopo un inizio col botto, usualmente smettono di funzionare dopo qualche giorno. A Messina sono arrivati nel 2005, hanno funzionato ad intermittenza (nonostante in bilancio fossero inserite come poste attive derivate dalle multe parecchi milioni di euro), e nel 2010 sono stati definitivamente accantonati.
Colpa del lassismo di Palazzo Zanca? Stavolta no: colpa di una sentenza della Cassazione, che recitava pressappoco che le apparecchiature eventualmente utilizzate per tale accertamento avrebbero dovuto essere gestite direttamente da parte degli organi di polizia municipale. A trovarne qualcuno.
Nel frattempo, le telecamere sono rimaste a perenne memoria a presidio degli incroci, senza che nessuno sia dissuaso dal passare col rosso: come gli spaventapasseri.




