La sindrome di Stoccolma (delle granite e dei gelati)
La granita migliore del sistema solare si fa a Messina, su questo non c’è più alcun dubbio nemmeno dal punto di vista accademico. Cionondimeno, il messinese in vacanza, a parte vantarsene come se il figlio avesse vinto il premio Nobel, va inspiegabilmente in giro in cerca di conferme alla sua tesi.
Le conferme si svolgono denigrando pesantemente lo scadente prodotto locale, che una forza misteriosa ma pari a quella dell’attrazione gravitazionale, spinge inevitabilmente il messinese a comprarla, la granita scadente (ma anche il gelato). Il canovaccio consiste nell’entrare in gelateria lamentandosi rumorosamente del colore, della consistenza, del gusto, anche se non la si è ancora assaggiata. Quando la si assaggia, il lamento arrivo a vette parossistiche, con versi di sofferenza da muezzin. Il seguito della giornata sarà inevitabilmente scandito da quanto faceva schifo la granita o il gelato che si è gustato la mattina, mentre si va alla ricerca di un’altra gelateria da distruggere.
Perché tutto puoi togliere al messinese, ma le radici culinarie quelle no, sviluppano catastrofici transfert ancestrali che non si placano se non con l’auto fustigazione di una granita (o gelato) scadente.
L’atavica insofferenza alle file
Dovunque ci sia una fila, c’è una certezza: se qualcuno vi si approccia con fare interrogativo, le scorre parallelo, la guarda con curiosità come fosse una bizzarra usanza locale della quale non si capisce bene l’utilità, questo sarà sicuramente un messinese.
Non lo fa per cattiveria, è che il messinese è geneticamente incapace di rispettarle, le file, e quindi gli si aggira intorno, tenta inconsciamente di scavallarle, si fa prendere dall’ansia se quella accanto inizia a scorrere un po’ più lesta, si interroga senza risposta sul suo significato, chiede conforto e conferme da chi in fila c’è già (“scusi, siete tutti in fila per il bagno?“. “No, ci piace il puzzo di piscio, per questo sostiamo qui uno dietro l’altro”..), consapevole o rassegnato, e se proprio vi ci è costretto, esprime tutta la sua sorpresa e perplessità cercando comprensione negli sguardi di chi è accanto, avanti, o indietro, ricevendone in cambio solo la sana indifferenza di chi ha capito, ma già da millenni, che le file, le code, la disciplina, non sono l’imposizione di una divinità cattiva o di oligarchie soggiogatrici, ma uno dei capisaldi del vivere sociale.
Questo non ferma il messinese dallo sbuffare, commentare, infastidire chi è vicino con commenti salaci: dal rassegnarsi alla civiltà, insomma.
“Spassu i fora e triulu i casa”
Quasi fosse una malìa che ne gravaa i comportamenti, ogni qualvolta il messinese esce da Messina, riscopre gli effetti corroboranti del vivere civile, e l’effetto è tanto più marcato quanto più ci si allontana dal trentottesimo parallelo, quindi compensa con un’ostentazione fuori dal comune e diventa iperzelante.
Fa il biglietto su un mezzo pubblico quando a Messina l’ultima volta è successo in una corsa del 7 sbarrato verso il 1987? Il gesto ha del sacro, è lento, serafico, se ne gusta ogni attimo e si assicura che tutti attorno lo sappiano. Scarta il pacchetto di sigarette e non getta la carta per terra come ha fatto con la plastica degli ultimi settemila pacchetti di Marlboro, tradizionalmente ospitata dalla canaletta di scolo fuori dal tabacchino? Si guarda in giro come solo il capitano Achab faceva mentre tentava di avvistare Moby Dick, trova un cestino, sospira di sollievo e ci si dirige a passo fermo e marziale, come un uomo con una missione. A casa usa l’auto anche per fare i sette metri necessari per il caffè al bar sotto casa, lasciandola in tripla fila a spina di pesce? Ecco, quando è in vacanza, il messinese si trasforma e fa più km a piedi di Maurizio Damilano, compiacendosi del panorama, beandosi del ritrovato esercizio fisico e respirando a pieni polmoni mentre afferma “ah, come mi piacerebbe camminare a piedi”, certo che nessuno, messinese come lui, gli possa dare la scoccia di collo che riceverebbe se una cosa simile la affermasse in Corso Cavour, mentre riprende l’auto parcheggiata in tripla fila (e a spina di pesce).
Sta con due piedi in una scarpa, come si dice in Svezia, e riconosce che, seguendo poche, semplici e basilari regole si vive meglio. Molto meglio. E se ne convince. Se ne convince davvero. Poi, ahimè, la vacanza finisce, il messinese rientra nei confini cittadini. E la malìa ricomincia.
Un cuore grande così
Il messinese, nonostante i miliardi di difetti, ha sempre dimostrato un altruismo fuori dal comune. Anche e soprattutto fuori dalle mura domestiche. Quando è in vacanza, il messinese si sente in dovere di bilanciare il karma dell’universo, prodigandosi nell’aiutare chiunque gli capiti a tiro.
Qualcuno gli chiede un’informazione che ovviamente non può sapere? Bene, è destinato a trascorrere la giornata col messinese, che si intesta la missione di risolvergli il problema costi quel che costi, anche e soprattutto se può dare sfoggio di caparbietà e volontà nietzschiana nell’affrontare le temperie della vita. Qualcuno ha bisogno di un consiglio culinario? Nemmeno se ci fosse stato Carlo Cracco in persona sotto mentite spoglie, il turista che chiede aiuto al messinese sarebbe stato più fortunato. Il vicino di villeggiatura vuole una mano per portare sopra una cassa d’acqua? Ercole spostati, fammi il favore: il grande cuore messinese impone che le casse d’acqua si portino a quattro a quattro.
Parola d’ordine? “Ma non lo dica neanche per scherzo, è un piacere“. Magari si bestemmia intimamente, ma fuori sono sorrisoni e dichiarazioni di distensione universale tipo “…fossero tutti qui i problemi…”.
Guai a chi me la tocca
Posto che il messinese in ferie non va in posti di mare, perché di mare come al Pilone non ce n’è, in genere la sua vacanza si concentra in musei, lunghe passeggiate, monumenti, isole pedonali, posticini caratteristici: tutto quello che, nei confini locali, non solo non farebbe mai, ma spesso schifa come la peste.
E infatti, quando è in vacanza, è tutto un recriminare su quanto sia delizioso questo e spettacolare quello, e come sarebbe bello se anche a Messina ci fosse un posticino così, e invece no, “a Messina non c’è nenti”: concetto che si sente in dovere di ripetere over and over, a tutti gli interlocutori, specie se non messinesi.
Però.
Guai se è qualcuno a farglielo notare PRIMA che lo abbia fatto lui. Cioè, al messinese Messina non gliela devi toccare nemmeno per scherzo, che sennò diventa una furia. Lui può, tu no, se non sei nato in quel lembo di terra stretto tra Scaletta e Villafranca. Se lo fai, il messinese è disposto a rispolverare l’antico spirito che fu dei Lanzichenecchi, incurante del fatto che lui per primo denigra, minimizza, presenta in maniera catastrofica il posto in cui vive e del quale ha probabilmente contribuito a fare carne di porco. Ma lui può. E tu no.
Perchè Messina è come la mamma. Non sarà stata esattamente una Montessori dal punto di vista educativo, di possibilità non ne ha mai date molte, è sporca, sciatta e molesta quando invece potrebbe essere una gran dama, ha dato alla luce una prole disastrosamente inadeguata. Ma la mamma è sempre la mamma. E guai a chi la tocca.





