Cosa c’entra un notaio presso la corte di Federico II, citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia al Canto XXIV del Purgatorio, con Messina?

Dante Alighieri lo contempla come il “notaro” iniziatore della Scuola siciliana. Giacomo da Lentini codificò, infatti, le forme metriche in diversi generi: la canzone aulica (nei diversi schemi), la forma nella quale lasciò le sue produzioni migliori, ma anche la canzonetta di genere popolaresco e il discordo. Portò temi e modi provenzali nella poesia siciliana e fu tra i primi a utilizzare il sonetto nelle tenzoni scolastiche se non fu addirittura l’inventore del genere. La sua produzione poetica è di straordinario rilievo nell’ambito della letteratura delle Origini.

Nato a Lentini tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, secondo Bruno Panvini (Poeti italiani della corte di Federico II, Napoli 1994) gli esordi di Giacomo da Lentini avvennero negli anni in cui Federico II, appena sposato e ancora soltanto re di Sicilia, tenne stabilmente corte a Messina, città fulcro e chiave del regno e forse culla della prima poesia siciliana. Il fatto che nel manoscritto Vaticano 3793 i più antichi poeti siciliani, oltre a Giacomo da Lentini, siano tutti messinesi confermi l’ipotesi che la Scuola siciliana sia sorta quando la corte reale, sia di Federico, sia di Costanza aveva avuto sede in Messina.

Esistono tre privilegi, apparentemente scritti di pugno dallo stesso Giacomo: quello di Policoro datato marzo 1233 e quello di Catania sempre del 1233. Del 5 maggio 1240 invece è quello di Messina; Giacomo da Lentini appose la sua firma («Iacobus de Lentino domini imperatoris notarius») ad una raccolta di scritti dal greco in latino facenti parte di un privilegio di Guglielmo I del 1157, eseguito alla presenza sua, di Guglielmo da Leontino giudice di Messina e di altri testimoni.

Ego Jacobus de Lentino domini Imperatoris notarius

Messina viene citata anche in una famosa poesia: Dolce coninzamento.
Dolce coninzamento
canto per la più fina
che sia, al mio parimento,
d’Agri infino in Mesina;
cioè la più avenente:
o stella rilucente
che levi la maitina!
quando m’apar davanti,
li suo’ dolzi sembianti
m’incendon la corina.

«Dolce meo sir, se ’ncendi,
or io che deggio fare?
Tu stesso mi riprendi
se mi vei favellare;
ca tu m’ài ’namorata,
a lo cor m’ài lanciata,
sì ca difor non pare;
rimembriti a la fiata
quand’io t’ebi abrazzata
a li dolzi baciarti».

Ed io baciando stava
in gran diletamento
con quella che m’amava,
bionda, viso d’argento.
Presente mi contava,
e non mi si celava,
tut[t]o suo convenente;
e disse: «I’ t’ameraggio
e non ti falleraggio
a tut[t]o ’l mio vivente.

Al mio vivente, amore,
io non ti falliraggio
per lo lusingatore
che parla tal fallaggio.
Ed io sì t’ameraggio
per quello ch’è salvaggio;
Dio li mandi dolore,
unqua non vegna a maggio:
tant’è di mal usaggio
che di stat’à gelore»

Nelle composizioni lentiniane si può segnalare una tendenza del linguaggio poetico con abbondanza di figure retoriche quali il poliptoto, le derivazioni e le ripetizioni sinonimiche, che favorirono lo sviluppo di un repertorio concettuale autonomo e di un ricco corredo lessicale. I potenziali rapporti di significato delle figure retoriche nelle opere di Giacomo da Lentini si aggiungono quasi al significato filtrato o nascosto di quelle parole che in questi casi si formano: anzi, l’abbondanza di similitudini, paradossi e sinonimi a volte determina l’oscurità del messaggio poetico. Quando i rimatori della scuola sicialiana vogliono trasmettere un concetto che abbandona le stereotipie già cristallizzate e che quasi sempre è difficile da illustrare essi, con risorse pressoché infinite, creano un abisso tra le forme espressive e i concetti da esprimere, che comunque restano insignificanti, per quantità, rispetto alle forme espressive.

La lingua poetica di Giacomo, per certi aspetti, anticipa anche quella del Petrarca, che con un lessico relativamente esiguo e uno stile di esemplare semplicità, crea un mondo poetico animato da un contrasto interno originato da elementi lessicali essenziali sempre in evidenza e dalla ricchezza di soluzioni metriche. Mediante quindi sinonimi e antonimi, varianti e ripetizioni, parole e intenzionalità delle situazioni verbali, i campi di significato si moltiplicano e si amplificano.

Di Giacomo da Lentini si annoverano almeno 40 componimenti conosciuti e certi.

La Storia della letteratura italiana, con il sigillo del notaro poeta Giacomo (Iacopo) da Lentini e l’invenzione prestigiosa del sonetto con la caratteristica strutturale delle due quartine e due terzine, meravigliosamente domiciliate dentro le mura di quattordici versi che sembrano cantare e suonare.

Ammirazione e rispetto per Giacomo da Lentini furono manifestati non solo da poeti siciliani, ma anche dai toscani della generazione successiva. Giacomo da Lentini muore attorno alla metà del XIII sec.

FiGi

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