Di Giovanni Quartarone e Giorgio Caprì

 

Rifugio per i messinesi: il ruolo dei villaggi che fanno corona alla città

La Messina di oggi, così imborghesita e protesa verso un modernismo accelerato, rischia di perdere la consapevolezza del suo glorioso passato, quello che l’ha resa protagonista nel Mediterraneo. Abbiamo superato disastri naturali, vicende politiche ed epidemie che nei millenni l’hanno decimata; eppure, ogni volta, la città è risorta come l’araba fenice, grazie alla forza dei suoi figli. Noi siamo parte di questo coraggio: noi, custodi dei casali che fanno corona alla città, affacciati sul Tirreno e sullo Ionio, pronti da sempre ad approvvigionare il cuore della polis.

La storia degli insediamenti appollaiati sulla cresta dei monti Peloritani — da Faro Superiore a Curcuraci, dalle Masse a Castanea, da Salice a Gesso, fino alle Marine sottostanti — è strettamente legata alle vicissitudini della città dello Stretto. Addirittura, un insediamento preistorico è stato ritrovato nelle grotte di Monte Ciccia, ma qui non stiamo ad elencare passaggi storici che dovremmo già conoscere, quanto a riscoprire e rivendicare quel forte legame che un tempo, quando il Senato di Messina era sorretto da “Senatori”, rendeva il territorio un’unica, grande entità. Dai cenobi italo-greci, affiliati al monastero “De Lingua Phari”, fino alle impronte lasciate da arabi, normanni, angioini, svevi, ordini cavallereschi: tutto è ancora vivo nei toponimi, nel parlato e nelle tradizioni popolari.

Nello stemma della “Nobile città di Messina”, a far cornice allo scudo rosso con croce d’oro, spiccano due tralci di vite. L’unica testimonianza scolpita sulla pietra superstite, che richiama questo antico privilegio “Gran Mirci”, campeggia a Castanea sulla facciata della chiesa madre. La vite e il grano sono sempre stati il simbolo del sostentamento che giungeva dalle terre fertili del nord; una simbologia presente, da mille anni, persino sulla facciata della Cattedrale. Quei centri collinari erano rigogliosi di vitigni e gelsi per la seta; i loro uliveti millenari, che ancora sopravvivono sopra le Marine, erano fra le fonti di vita principali per la dinamica città portuale. E oggi? Cosa fa Messina per incentivare, in chiave moderna, la cura di questo tesoro?

Questi luoghi non sono stati solo una dispensa per la città, ma il suo ventre accogliente. Dopo il tragico terremoto e durante le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, gli sfollati messinesi trovarono qui rifugio e conforto, rinsaldando un legame antico. A testimonianza di questo rapporto privilegiato con l’aristocrazia cittadina, ancora oggi, tra Castanea, Spartà e dintorni, si scorgono le eleganti ville patrizie ottocentesche, nobili testimoni di una frequentazione storica che andava ben oltre la semplice gestione agricola.

I casali, con le loro infinite torri — delle quali alcune oggi rimangono cappelle — erano avamposti di difesa contro le scorribande che potevano sopraggiungere dal mare. Era un gemellaggio d’amore tra i figli e la madre; una madre che, da un cinquantennio, li ha abbandonati, lasciandoli morire a sé stessi. Eppure, in quel popolo fiero, sussiste ancora l’humus perduto del vero messinese. Non quello che campeggia su palazzo Zanca, metafora di quel “buddace” che parla, parla e non conclude mai, mentre la cosiddetta borghesia ha dimenticato nei bauli del terremoto la lingua siciliana e quanto di sapiente aveva ereditato dai maestri artigiani, orafi e argentieri. Si sono perse le orazioni contro il maltempo, come quella per “tagghiare a ddraunara” (la tromba marina) fatta dai pescatori di San Saba, e si sono affievolite le tradizioni identitarie, riducendole a una mera passeggiata (tranne la Vara). Ma nei villaggi persiste la devozione ai santi protettori, che ancora oggi prende forma non solo nelle strade, ma nelle case e a tavola.

Pensiamo a Bordonaro, dove ancora oggi si innalza “u pagghiareddu”, o a Massa San Giorgio, dove questa bellissima tradizione — segno della continuità basiliana nei territori — è stata celebrata fino agli anni ’70 del secolo scorso. E quanto al culto del Bambino Gesù, così profondamente radicato a Messina e incentivato sin dal 1712, dopo il miracolo della lacrimazione del simulacro di cera conservato nella chiesa di Santa Maria delle Trombe, dove a pochi passi nacque Sant’Annibale. Una statua del Bambinello trova un posto privilegiato nella Cattedrale, nella cappella adiacente l’altare maggiore, ma trova una delle sue espressioni più alte nel presepe di Castanea: il Comune dovrebbe attivarsi per inserirlo nel REI della Regione, perché non è una semplice rievocazione, ma una testimonianza viva. Lì, il pane, il ferro, i filati e il cuoio prendono forma sotto le mani degli artigiani, in una mostra che pulsa di vita anziché essere una delle tante esposizioni inanimate dei palazzi cittadini.

E se ci affacciamo sulla costa, sotto Capo Rasocolmo, troviamo le “Montagne di Sabbia”, un patrimonio depauperato ma baciato da un mare cristallino, con lo sfondo delle Isole Eolie e di Milazzo. Le campagne danno ancora frutti preziosi: olio, ortaggi, percorsi naturalistici – paesaggistici e saperi che meriterebbero l’attenzione di una politica non più miope. Noi ci siamo; lo abbiamo dimostrato anche in questi lunghi tempi bui in cui ci avete lasciati soli. I tempi ora sono maturi: eccoci.

Giovanni Quartarone

 

La proposta

Il rilancio di un territorio come Castanea passa inevitabilmente anche attraverso le nuove tendenze del turismo contemporaneo, sempre più orientato verso esperienze autentiche, sostenibili e a stretto contatto con la natura. La realizzazione di strutture ricettive sostenibili, perfettamente integrate nel contesto paesaggistico, abitativo e culturale del borgo, può rappresentare un’importante opportunità non solo per lo sviluppo turistico, ma anche per favorire nuove forme di residenzialità e di delocalizzazione delle attività professionali. Oggi, infatti, grazie alle tecnologie digitali e al lavoro da remoto, molte attività possono essere svolte da qualsiasi luogo, senza la necessità di risiedere nei grandi centri urbani.

Si osserva inoltre una crescente propensione, soprattutto tra professionisti, famiglie e lavoratori digitali, a scegliere contesti di vita più sostenibili rispetto alle grandi città, caratterizzati da costi inferiori, una migliore qualità della vita e relazioni sociali più autentiche e significative.

In questa prospettiva, il modello dell’albergo diffuso o del “paese albergo” appare particolarmente adatto a realtà come Castanea e, più in generale, all’intero comprensorio di Montemare. Si tratta di un territorio che coniuga in modo straordinario le caratteristiche dell’ambiente collinare con la vicinanza al mare, alla città di Messina e a numerose località di interesse turistico e culturale. Una posizione privilegiata che consente ai visitatori di vivere un’esperienza immersiva nel borgo senza rinunciare, durante il soggiorno, a momenti dedicati al mare, all’escursionismo o al turismo tradizionale.

È su questa visione di sviluppo che stiamo lavorando: un modello capace di valorizzare le risorse esistenti, attrarre nuovi flussi turistici e favorire l’insediamento di nuove attività economiche e professionali. Affinché ciò possa concretizzarsi pienamente, è tuttavia fondamentale che gli enti locali facciano la propria parte, investendo nel miglioramento dei servizi e creando le necessarie condizioni urbanistiche e infrastrutturali, attraverso strumenti di pianificazione aggiornati, quali il nuovo Piano Regolatore Generale e i relativi piani particolareggiati. Solo attraverso una strategia condivisa tra istituzioni, operatori economici e comunità locale sarà possibile trasformare questa visione in una concreta opportunità di crescita e sviluppo per Castanea e per l’intero territorio di Montemare.

Giorgio Caprì

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