MESSINA. “Gran Mercè a Messina”. La scritta, che tradotta dal catalano vuol dire “Grande favore per Messina”, è stata incisa sulla la lastra rettangolare che sovrasta il portale principale della chiesa madre di Castanea, la chiesa del Santo patrono “San Giovanni Battista” ed è stata ritrovata nel 2015 dall’appassionato di storia e tradizioni locali Giovanni Quartarone, meglio conosciuto come “Erode” (il ruolo del suo personaggio al Presepe vivente di Castanea).

Proprio in questo paesino, situato a circa 400 m di altitudine sui colli Sarrizzo, Quartarone ha rilevato l’incisione “Gran Mercè a Messina”, l’antico privilegio di cui si erano perse le tracce e che ora apre la strada a nuovi studi.

Chiunque può aver notato l’iscrizione sita sopra i cancelli di Palazzo Zanca, “Gran Mirci” (la traduzione francese di “Gran Mercè”), la stessa che tra il 1512 e il 1528 fu incisa sull’architrave della porta d’accesso all’antica torre campanaria e che poi venne recuperata tra le macerie del sisma del 1908 e restaurata dal Valenti alla base del campanile dove fu conservata fino al 1943. Da allora, non si hanno alcun tipo di notizie su questo emblema che ha scritto una delle pagine della tradizione messinese.

Ma come mai una così importante incisione si trova proprio sulla chiesa di Castanea? Un imponente edificio a tre navate costruito nel 1500 a spese del popolo, che in quel periodo si trovava nel bel mezzo di contese giurisdizionali fra l’Ordine Gerosolomitano e il Vescovo di Messina. “Se risultasse corrispondente al vero che lo stesso privilegio si trovi nella chiesa di “Santa Sofia” a Costantinopoli, un legame possiamo piacevolmente immaginarlo con la devozione alla Madonna della Portella” che fu introdotta in questa chiesa”, sostiene Quartarone. Il culto, infatti, veniva celebrato nella chiesetta bizantina sita alle porte del paese, e da alcune ricerche pare che il titolo della Portella venisse attribuito alla Madonna nera di Costantinopoli che si venera a Rivinsidoli (AQ).

Un po’ di storia. Era il 407 d.C., quando Arcadio, imperatore romano d’Oriente venne chiamato a fronteggiare la ribellione dei Bulgari di Assiriello, un popolo suddito di frontiera che aveva stretto alleanza con gli Arcadi di Catillo. Questi ultimi assediarono la città di Tessalonica, dove l’esercito dell’imperatore venne sconfitto.

Arcadio ottenne, a caro prezzo, una tregua, ma si trovò a dover fronteggiare la carestia e il rischio di epidemia da cui si trovò assediato. Inviò messaggi in ogni parte dell’impero per ricevere soccorso e tale richiesta giunse a Messina, dove lo “stradigò”, Metrodoro, riunì il Consiglio della città. Presa la decisione di partire in soccorso dell’imperatore d’Oriente, Metrodoro arma a proprie spese quattro navi. Successivamente, Aristide, cavaliere messiene, ne arma due, la città di Messina sette, Reggio una, Siracusa tre e Trapani una carica però di frumento. Con un totale di 18 navi, più cinque sventolanti la bandiera messinese e aggiuntesi durante la navigazione, la flotta, capitanata da Metrodoro, si diresse verso la Tessalonica. Catillo, venuto a conoscenza della flotta messinese, salpò al comando di 27 navi contro il naviglio di Metrodoro, ma trovò solo la sconfitta e la morte.

Arrivato in Tessalonica, l’esercito messinese assalì i bulgari di Assiriello e, per ringraziare gli alleati messinesi, Arcadio li accolse al palazzo reale di Costantinopoli, offrendo onori e privilegi a Messina, tra questi, il diritto di fregiarsi dello stesso vessillo imperiale: la croce d’oro in campo rosso. Inoltre, ordinò che si murasse sulla torre campanaria della basilica di Santa Sofia l’incisione “Gran Mirci a Messina”.

Durante il corso dei secoli, diverse sono state le storie intorno a questo oneroso privilegio, riconducendolo ad altri eventi storici in cui la città di Messina si è vista coinvolta

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