MESSINA. Doveva concludersi entro fine anno il processo Fenapi, procedimento che ha visto nel banco degli imputati l’attuale sindaco di Messina Cateno De Luca, fondatore del patronato nel 1992 e direttore generale dello stesso fino alla sua candidatura all’Ars nel 2007. Il giudice monocratico Simona Monforte, al termine di una lunga giornata incominciata alle 11:30 e conclusasi pochi minuti fa, ha però rinviato l’udienza al 10 gennaio per eventuali repliche e per la decisione finale riguardo i reati imputati al primo cittadino dal Pubblico Ministero, Giuseppe Massara, per la gestione della Fenapi. In particolare, i capi di accusa sono l’utilizzo di fatture false ed evasione fiscale dal 2009 al 2012.

Oltre che per De Luca, anche per l’ex presidente della Fenapi, Carmelo Satta, è stata richiesta la condanna a tre anni; mentre per il commercialista Giuseppe Ciatto il pm ha chiesto due anni (qui il link).

Per tutti gli altri imputati, invece, stamattina è stata richiesta l’assoluzione dal pm Massara (accolta dal giudice). EliminatoMassara oggi è stato il primo a parlare, ricostruendo le vicende del processo e ritenendo Cateno De Luca il “dominus” della società. Versione della storia che è poi stata raccontata in un soliloquio da Cateno De Luca nel pomeriggio (qui il link), offesosi per essere stato definito come “amministratore di fatto” del CAF Fenapi.

L’accusa affonda nei rapporti fra la Fenapi e i Cas decentrati, con la lente d’ingrandimento del capitano Salvatore Lo Gatto, investigatore della Guardia di finanza, sulla legittimità di una parte di pagamenti che riguardano i conti del personale dei centri di assistenza fiscali, i canali di pagamento, le voci conteggiate nelle pezze d’appoggio, i movimenti dalla struttura centrale alle sedi periferiche e le relative attività dei patronati, oltre che le fatture per le forniture con una galassia di società che secondo la Procura erano comunque riconducibili a De Luca.

Un processo a più round che si consuma dal luglio 2018, quando il giudice per le indagini preliminari Simona Finocchiaro aveva escluso i reati di associazione a delinquere e di evasione fiscale. Decisione che la Corte d’Appello era stata chiamata a riesaminare dalla Procura Generale. A maggio 2019 i giudici confermavano il non luogo a procedere per il reato di associazione a delinquere, ma hanno anche disposto il rinvio a giudizio per gli altri due capi di imputazione riguardanti proprio l’evasione fiscale.

In questi anni, non sono mancati i soliloqui, come quello dell’imputato principale Cateno De Luca a dicembre 2018, quando ha ricostruito la sua versione dei fatti dichiarando di aver lasciato la gestione della Fenapi agli albori della sua carriera politica nel 2007 con la nomina all’Ars (la tesi della Procura è che il vero leader della galassia Fenapi fosse rimasto sempre e soltanto lui).

Ma ci sono stati anche momenti di tensione, primo fra tutti quello del dicembre 2019, quando sul banco dei testimoni è stato invitato a presentarsi l’avvocato Giovanni Cicala, uno dei principali “accusatori” del sistema Fenapi: al termine del rapporto professionale con De Luca ha segnalato una serie di presunte irregolarità riscontrate alla Guardia di Finanza.

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