Come si ricorda Franco Battiato? Con che parole, con che canzoni? Sembra tutto così piccolo davanti al ricordo di un uomo così grande, etereo ed eterno. Sembra tutto già stato detto per raccontare la sua affasciante, mistica e sconfinata essenza. È tutto scritto nella sua musica, nei suoi testi, nella sua voce e nelle sue sperimentazioni sonore. Canzoni a volte così dirette da parlare all’ intera umanità, ed a volte così ermetiche da risultare quasi incomprensibili ai più, ma pur sempre ammalianti. Una cura per lo spirito, un carezza per l’anima ed un toccasana per la mente. C’è ancora chi si interroga sul “senso del possesso che fu pre-alessandrino”, ma tutti ci siamo sentiti almeno una volta nella vita alla ricerca di “un centro di gravità permanente”. La verità è che “è bellissimo perdersi in questo incantesimo” ed è, e sarà, sempre la sua voce ad incatenarci come “il coro delle sirene di Ulisse”, spingendoci nei viaggi più intimi e futuristi mai intrapresi prima. Canta e incanta, è capace di evocare mondi lontani, di rassicurare, di ironizzare e fare satira, di entusiasmare e di trasmettere, a volte, la sua profetica indignazione. È piacevole farsi cullare dalla sua prosodia calma e ponderata, dalla sua voce vellutata ed inconfondibile, che si trasforma in guida spirituale attraverso un canto che ricorda quelli della tradizione orientale. Ed è proprio nel suo Oriente che spesso ci fa immergere, grazie all’uso della qâf presa in prestito dall’ alfabeto arabo e all’emissione di trilli, come accade ad esempio in “Luna Indiana”.

I suoi esercizi di allenamento vocale, condotti incessantemente sin da giovane, lo hanno portato ad imparare la famosa emissione di maschera e di petto che amava definire “una diffusione della voce nel corpo”, ed è così che preparava la sua voce per narrare lo stupore, il tempo, l’amore, l’eros, lo smarrimento, ed ancora il potere curativo della musica. Ci ha raccontato la crisi climatica, ambientale, e la politica, fino ad arrivare a parlare di mitologia e magia. Ma soprattutto si prestava nel trattare, in modo semplice ed elegante, un argomento molto particolare ed inedito per il panorama pop italiano, ovvero la ricerca del sacro ed il tema del divino. Tra gli interessi di Battiato, infatti, c’erano la mistica e la meditazione trascendentale, senza mai fare mistero, tra l’altro, delle sue fonti spirituali. Si è sempre definito “un uomo religioso e basta”, per lui più che un Dio esisteva un divino, privo di volto, essenzialmente spirituale e antitetico alla materia, che costituisce una presenza protettrice e salvifica. Argomentazioni come la serena meditazione sulla morte e la reincarnazione, rappresentano dei punti saldi nel suo scenario eterogeneo religioso, ed emergono in suoi numerosi testi, in particolare tra gli anni ’80 e ’90, in modo più o meno allusivo per diventare poi particolarmente espliciti negli ultimi anni, consacrandoli in “Torneremo ancora”, ovvero l’ultimo brano pubblicato nel 2019, tratto dall’ omonimo album, e che incarna l’evidente sapore conclusivo di un intero percorso e rimbomba come un testamento non scritto. “Un suono discende da molto lontano, assenza di tempo e di spazio, nulla si crea, tutto si trasforma” ed è precisamente nell’ assenza di tempo e di spazio che Battiato individua la qualità dell’esperienza mistica, celebrandola non solo nell’ incipit di “Torneremo ancora” ma anche in “No Time No Space”, brano del 1985, pubblicato come singolo estratto dall’ album Mondi lontanissimi. Nel corso della sua lunga carriera ha sperimentato diversi generi, dalla musica classica all’ elettronica, dal rock alla musica leggera, dalla musica etnica alla lirica servendosi di melodie ricercatissime e di un linguaggio micro-polifonico in cui il continuum sonoro riempieogni spazio. La sua è una musica essenziale, fatta di purezza, di armonie tradizionali, di polifonie impercettibili ma soprattutto di avanguardia. In superficie si eleva un suono pacato, mentre in profondità scorre una poliritmia interna fatta di piccoli urti sonori e di impercettibili armonici beat martellanti. Un cantautore arcaico, che utilizza la musica per raggiungere stati primordiali, interessato nel ricreare più che altro un’atmosfera, e non all’ esotismo. Dunque, il risultato, il più delle volte, è un’atmosfera vicina all’ ipnosi, favorita dalle ripetizioni sonore e dalla sua dedizione alla musica elettronica e alla cultura araba. Basti pensare che verso la fine degli anni ’60 fu il primo in Italia a studiare l’uso dei sintetizzatori, proclamandoli sin da subito come strumento chiave del sound della sua discografia. E proprio nel 1972 Battiato è pronto per mostrare le sue qualità artistiche che fanno la differenza pubblicando il 33 giri Fetus, che oltre a fare scandalo per la foto di un feto in copertina, si presentava come una produzione italiana dai ritmi sperimentali totalmente inaspettati, con melodie che, anche grazie ai synth, spaziavano dal rock alla psichedelia. Inizia in questi stessi anni ad interessarsi sempre di più alle immagini in movimento e alla regia, così a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 inizia a dirigere molti dei videoclip delle sue canzoni (Patriots to Arms, Bandiera Bianca), approdando negli anni 2000 alla regia dei suoi primi lungometraggi come Perduto amore nel 2003 dedicato alla sua Sicilia, e Musikanten nel 2005.

Franco Battiato è molto più che un’artista impegnato in una ricerca continua ed infinita, è un profeta, un alieno, un filosofo, un visionario, un maestro, anzi il Maestro per eccellenza. Colui che è sempre riuscito ad andare oltre, con i pensieri e con le sonorità, affermando nel mondo della musica la scuola siciliana, spogliandola dai suoi stereotipi, ed offrendo una visione della Sicilia dal forte potere evocativo descrittivo, onomatopeico ed emotivo. Gli odori, i sapori, i suoni, le sfumature dei colori, le tradizioni ed i ricordi: nei suoi lavori c’ è tutta la poesia della sua terra e nella sua terrà c’è tutto il fascino della sua musica. Basta fare un giro per la Sicilia, guardarsi attorno e respirare, per sentirsi immersi nelle sue canzoni. Dal mercato del pesce in “Giubbe rosse”, ai “cortili e pozzi antichi tra i melograni” e la “sciara delle ginestre esplose al sole” in “Secondo Imbrunire”, alla spiaggia solitaria di Fondachello e al cinema all’ aperto in “Summer on Solitary Beach”, proprio in ricordo di quando si affacciava dalla finestra dell’oratorio per guardare i film senza biglietto, fino “all’ odore delle polveri da sparo e voci dallo Stretto di Messina” in “Risveglio di Primavera”, e ancora la stazione della “littorina” e la Circumentanea in “Stranizza d’amuri”, ed ai “bummi” di Sant’ Antonino e al finale accorato “Sicilia bedda mia, Sicilia Bedda di “Veni l’autunno”.

Era estremamente legato alla Sicilia e alle sue radici, ed infatti, dopo il suo periodo milanese, scelse il paesino di Milo, sulle pendici dell’Etna come propria dimora, ricoprendo il piccolo borgo di un’aura positiva e mistica. E proprio in quel paese, tra le sagre di fin estate, il vino padronale, Lucio Dalla come vicino di casa, ed amici del calibro di Angelo Privitera, suo storico tastierista ed amico intimo, ed il filosofo e caro amico Manlio Sgalambro, passava le sue giornate a ridere insieme a loro, acreare, a scoprire nuovi talenti e ad intrattenere, qualche volta, fan devoti e curiosi che si presentavano alla sua porta.

Battiato cambiava sempre per restare fedele a se stesso. In una intervista rilasciata a Repubblica nel 2012 dichiarò “Gli umani esistono ma non muoiono, come si pensa, ci si trasforma. Sto lavorando per essere degno del passaggio da una dimensione all’ altra”. Adesso le sue ceneri si trovano nel cimitero di Riposto, ad 800 m da dove è iniziato tutto, esattamente a dieci minuti a piedi dal quartiere Scariceddu in cui, quando i paesini di Riposto e Giarre erano fusi in un agglomerato dal nome Ionia, il 23 Marzo 1945, nasceva Franco Battiato. Chissà in cosa si è trasformato, forse nel “fuoco incandescente del vulcano” o nelle “mille bolle blu”, o ancora nella nella “rina”, quella polvere nera, finissima,che piove dall’ Etna in certe giornate e che abbraccia silenziosamente tutto ciò che incontra. Una cosa è certa, il suo ricordo, la sua voce, le sue parole, resteranno immortali per sempre, tra le sue note e nei luoghi in cui havissuto, nella terra su cui ha camminato. Resterà immortale grazie alla bellezza, all’ originalità ed all’ unicità della sua musica. Resterà immortale negli occhi di chi ha assistito almeno una volta ad un suo concerto. Sugli scaffali, nei giradischi, in cuffia, resterà immortale ogni qualvolta risuoneranno i suoi album. “La voce del Padrone”con la sua copertina stupenda ed iconica, disco miliare e capolavoro della musica italiana, che tra la psicologia ed il misticismo, beat sperimentali e super synth, cela un significato esoterico che rimanda alla filosofia del suo di maestro, George Ivanovitch Guerdjieff. La voce del padrone è quella della coscienza, l’unica che l’uomo deve ascoltare. “Orizzonti perduti” con la speranza della “Stagione dell’amore” ed la consapevolezza di “Un’ altra vita”, “Fisiognomica” contenente brani come “E ti vengo a cercare” che cantò emozionandosi in Vaticano davanti a Papa Giovanni II, “Patriots”, “L’ Era del cinghiale bianco”, “Fleur” e tanti altri ancora. Resterà immortale in tutti gli occhi degli innamorati che si dedicano “La cura”, indubbiamente la più bella canzone d’ amore tra tutte le canzoni d’ amore, proprio perché è una dichiarazione di intenti nei riguardi dell’essere umano. Resterà immortale tutte le volte in cui le nuove generazioni saltelleranno sulle note di “Cuccurucucù” o di “Voglio vederti danzare”, ed in tutte le volte in cui inciamperanno nei suoi balletti contagiosi e protagonisti di alcuni videoclip delle sue canzoni. Nei versi de “L’ animale” tutte le volte in cui ci sembrerà di far prevalere tutte quelle passioni e pulsioni, che non ci fanno apprezzare lo stupore della vita. Resterà immortale in quel verso “che non si parli più di dittature, se avremo ancora un po’ da vivere, la primavera intanto tarda ad arrivare” di “Povera Patria”, che adesso, proprio ad un anno dalla sua scomparsa, in un mondo investito dall’ assurdità di una Pandemia, forse, quasi domata, tra mille sacrifici, sofferenze efollie, ma soprattutto travolto da una guerra gratuita, disumana, così vicina, violenta, incivile ed inaccettabile, risuona più attuale che mai. In tutti questi anni ed in quelli che verranno Franco Battiato si è preso e si prenderà cura di noi, e noi non possiamo che fare lo stesso, perché l’unico e vero essere speciale resta e resterà per sempre Lui.

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