Questa mattina mi sono sveglia ed ho pensato che è finita, finalmente.
Sono passate quasi due settimane dall’Epifania che tutte le feste si porta via e, come facilmente si intuisce, non mi dispiace per nulla.
Per una non amante delle festività come me, non è forse la fine stessa delle festività l’unica cosa per cui festeggiare? Che poi festeggiare è un parolone, diciamo apprezzare il ritorno alla quotidianità e scrollarsi di dosso le dicerie e false speranze del “a Natale è tutto possibile” e della lista dei buoni propositi per l’anno nuovo. Non c’è niente di nuovo, è solo l’evoluzione di un flusso di continuità o almeno a me piace vederla così.
Domani mattina, però, aprirò gli occhi e realizzerò che la maggior parte dei miei più cari amici è già dislocata in giro per il mondo ed i ritardatari ripartiranno da qua a poche ore. E allora sentirò ancora più freddo.
Come al solito mi mancheranno tutti tantissimo. Non mi piacciono i saluti dell’ultima cena, i saluti dell’ultima birra pre-partenza, mi piace dire “a domani”, anche se domani io mi sveglierò qui e loro dalla parte opposta del paese. È un copione che si ripete ogni anno, solo che quest’anno è stato diverso.

Quest’anno, ovviamente causa Covid, è stato un po’ più triste, è stato come stare a distanza pur essendo nella stessa città. È mancato per forza di cose tutto quel tran tran che da Natale all’ Epifania è una vera e propria rigenerazione, quell’ondata di energia che ti fa sentire meno solo e rattoppa in parte le ferite che hai accumulato nel tempo. Dal 24 Dicembre al 6 Gennaio era un loop infinto di esci-mangia-bevi-balla-torna alle 5-dormi solo tre ore-riesci- “stasera rustici che da quando sono tornato ancora non li ho mangiati?” -ribevi-riballa-ribevi- “ma che meraviglia sono le cozze?” – “passo io? Passi tu?” -le mie amiche sono pazze per fortuna-i miei amici sono pazienti fortunatamente “ah no, l’arancino non si divide” – “granitiamo?” -abbracci-baci- “quanto è bella la focaccia” -riesci-riballa-vai al mare-“ma quindi che facciamo?” – “stasera tutti da me che mia mamma fa le braciole” – “ultima birra che domani parto?”.
Insomma, 14 giorni vissuti tutti d’ un fiato, tutti insieme, in cui era tutto possibile, persino piangere e ridere contemporaneamente.

Dal 14 al 6 Gennaio di quest’anno è stato tutto molto strano, è stato un loop di tampone-booster-mascherina-prenota tampone-“al chiuso ho paura”-“all’ aperto fa freddo”-“quanta gente hai visto?”-“ci vediamo la prossima settimana che ho paura di contagiarmi e contagiare la famiglia ”-“ho la congiuntivite, secondo te ho il Covid?”-DPCM-“non è covid, mi sono affogata con la saliva eh ”-“dunque 120 giorni dalla seconda dose ”-contatto con positivo-contatto di contatto-“non ci possiamo abbracciare”-isolamento-“ci vediamo solo tra di noi ”-ritamapone-risolamento-litri amuchina “sai chi è positivo?”-togli la mascherina “ma come vi siete baciati, siete pazzi?”-metti la mascherina “ma era vaccinato?”-“scusate volevo dirvi che ieri sono stato a contatto con una persona che oggi è risultata positiva ”-incubazione-sediamoci lontani-sono tutti positivi-ne resterà solo uno.
Insomma, 14 giorni di vorrei ma non posso, tanta ansietta, preoccupazione, cose a metà e poi “puff” arriva il giorno della partenza.

Attenzione, però, c’è una costante in entrambi i casi, una domanda che sorge spontanea nella mente di chi rimane, e allora mi sono chiesta: cosa passa e cosa resta quando tutti vanno via?
Resta una città quasi vuota, resta il traffico sempre presente, restano gli addobbi di Natale che se tutto va bene andranno via a fine mese, restiamo noi superstiti rimasti a vivere qua, chi perché non può fare altrimenti chi perché invece lo desidera, resta l’amaro in bocca di tutto quello che potrebbe essere ma non è, resta il dispiacere delle persone care lontane, resta fare gruppo per sopravvivere, restano i sapori di casa, resta la comfort zone che però di botto inizia a starti stretta ed allora è un incubo, resta l’essere campioni di autoironia, resta tenersi impegnati il più possibile, resta unire le forze per combattere (spesso contro mulini a vento) affinché si smuova qualcosa e qualcosa cambi, resta la tristezza quando vedi che non cambia proprio nulla e allora pensi che forse ti stai accontentando e non va bene, resta il saper apprezzare quelle piccole cose che invece qualcuno ha sempre fatto e continua a fare per creare delle realtà stimolanti e piacevoli cercando di alzare il livello dello stile di vita della città.

Cosa passa? Non di certo il tempo, quello sembra non passare mai, passano le stagioni molto lentamente e finalmente le giornate si allungano e si va sempre di più al mare, passano mille idee per la testa, passano mille domande ed incertezze, passa via quella sensazione che tutto può succedere e torni alla tua routine che diventa essere quasi la tua unica certezza, passano le occasioni, passano le persone ma forse non passa mai del tutto quella sensazione di magone che non sai bene da dove e perché ti viene. Quindi faccio un bel respiro, spalanco la finestra e penso che tanto l’importante è che tutto torna.
Prima o poi si torna sempre a casa, anche se per poco, anche se di fretta vale sempre la pena tornare, anche solo semplicemente per un sorriso.
Ed io non lo so, non l’ho ancora mica capito se è più facile rimanere o andare via, se è più difficile partire o restare, credo solo che in entrambi i casi serve tanto coraggio e che proprio in casi come questo ci vuole molto coraggio ad avere coraggio.

 




Foto in copertina di Francesco Algeri

 

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