MESSINA. Dieci anni di musica, ricerca e contaminazione culturale. È questo il traguardo raggiunto dal Mish Mash Festival, la manifestazione che dal 10 al 12 agosto torna a trasformare il Castello arabo-normanno di Milazzo in uno dei palcoscenici più suggestivi e riconoscibili dell’estate musicale italiana. Nato e cresciuto in provincia di Messina, il Mish Mash negli anni è diventato molto più di un festival: è un progetto culturale che racconta il melting pot culturale della Sicilia, attraverso l’incontro tra generi, linguaggi ed esperienze diverse. Un appuntamento capace di unire musica indipendente, elettronica, club culture, arti performative e nuove forme di espressione, mantenendo sempre uno sguardo rivolto alla ricerca e alla sperimentazione. Organizzato dall’Associazione Mosaico, il festival ha costruito la propria identità su due elementi fondamentali: il legame profondo con il territorio e l’obiettivo di creare una finestra sul panorama musicale nazionale e internazionale. Il Castello di Milazzo, infatti, non è mai stato soltanto una location, ma un elemento centrale del racconto del Mish Mash, un luogo storico e suggestivo che negli anni è tornato a vivere attraverso la musica, la cultura e la partecipazione del pubblico. Proprio questa connessione con il territorio rappresenta una delle grandi sfide e, allo stesso tempo, uno dei punti di forza del festival: valorizzare un patrimonio storico e paesaggistico unico, trasformandolo in uno spazio contemporaneo di incontro e condivisione, capace di attirare pubblico e artisti in un contesto lontano dai circuiti tradizionali. Fin dalle prime edizioni, il Mish Mash ha portato nella provincia di Messina artisti e sonorità che difficilmente sarebbero arrivati attraverso i normali circuiti dei tour. Il festival si è distinto per una costante attività di ricerca musicale, diventando negli anni un vero e proprio talent scout: molti degli artisti ospitati quando erano ancora emergenti hanno poi raggiunto una grande popolarità, confermando la capacità della manifestazione di intercettare nuove tendenze prima che diventassero fenomeni consolidati e dando la possibilità a chi vive in Sicilia di sentirsi parte di quel movimento artistico-culturale già consolidato nel resto del paese., dunque, Anche la line-up del decennale racconta questa filosofia: un equilibrio tra ricerca e contaminazione, con artisti come Tony Pitony, Tutti Fenomeni, Yin Yin, Ditonellapiaga, Turbolenta, Bouganville, Nico Arezzo, Le Feste Antonacci, Sam Ruffillo, Amore Audio, faccianuvola e Pufuleti, insieme ai dj set e ai nuovi talenti emersi dal contest Figli delle Stelle. Per questa decima edizione, inoltre, il festival guarda alle proprie origini attraverso un concept ispirato al viaggio, alla mitologia greca e all’epica omerica, richiamando il legame tra Milazzo, il Mediterraneo e le grandi storie del passato. Un filo narrativo che attraversa non solo la musica, ma anche le arti visive e performative, con una mostra dedicata al decennale con gli scatti di Francesco Algeri e con l’installazione itinerante di Andrea Sposari, ed ancora due palchi, video mapping, danza e momenti dedicati alla scoperta del territorio. Il Mish Mash continua così a essere un viaggio collettivo tra passato e futuro, tra identità siciliana e apertura internazionale, tra musica e valorizzazione dei luoghi e delle radici. In occasione dei dieci anni del festival abbiamo incontrato, quindi, Lucrezia Muscianisi, Gabriele Gaipa, Pietro Rotella e Fabio De Pasquale, ovvero alcuni tra gli organizzatori, per ripercorrere la storia del Mish Mash, raccontare le sfide affrontate, il rapporto con il territorio, il lavoro di ricerca musicale e la visione che accompagnerà il festival negli anni futuri.

Dieci anni di Mish Mash. Come siete arrivati fin qui?
“Il segreto è stato il gioco di squadra. All’inizio non è stato semplice: qualcuno ha lasciato il progetto, ma nel tempo sono entrate nuove persone che hanno condiviso la nostra visione. Abbiamo saputo dialogare con amministrazioni diverse, mantenendo sempre lo stesso obiettivo: far vivere la Cittadella Fortificata di Milazzo attraverso la musica e la cultura. Quando siamo partiti, la musica dal vivo sul territorio era praticamente scomparsa. Crediamo di aver contribuito a riportarla al centro della vita culturale della città. È un risultato costruito con passione, impegno e costanza.”
Quali sono sempre stati i punti di forza del Mish Mash Festival?
“Aver portato in Sicilia artisti che difficilmente sarebbero arrivati sull’Isola e aver ridotto, almeno in parte, la distanza con i grandi circuiti musicali nazionali. Molti di noi erano studenti o lavoratori fuori sede e vivevano realtà dove era normale assistere ai concerti di artisti emergenti. Riportare quella musica a casa è stata una delle motivazioni che ha dato vita al festival. Un altro punto di forza è il legame con il territorio. Organizzare un festival in Sicilia significa affrontare ogni anno difficoltà logistiche e infrastrutturali, ma continuiamo a lavorare perché l’Isola sia sempre più presente nei grandi tour.”
10 candeline: vi aspettavate di raggiungere questo traguardo?
“Nel gruppo c’erano sensibilità diverse: qualcuno era convinto che il progetto sarebbe cresciuto, altri erano più prudenti. Di certo nessuno immaginava un percorso così lungo. Il risultato più bello non è soltanto aver raggiunto i dieci anni, ma aver costruito un’identità riconoscibile e una comunità che continua a credere nel festival.”
È stato difficile conquistare il pubblico e far crescere la cultura del festival?
“È stata probabilmente la sfida più importante. In questi dieci anni è cambiato il modo di vivere la musica dal vivo, non solo in Sicilia ma in generale. All’inizio dovevamo far conoscere il Castello come luogo dedicato alla musica e alla cultura. Ancora oggi vediamo arrivare persone che scoprono il Mish Mash per la prima volta: ad esempio, la giornata dedicata a Tony Pitony ha portato circa 800 nuovi spettatori che non avevano mai acquistato un biglietto del festival. È un dato significativo, anche se la vera sfida resta trasformare chi arriva per un artista specifico in un pubblico affezionato al progetto. Per questo abbiamo sempre insistito su un concetto: non organizziamo concerti singoli, organizziamo un festival. Vogliamo educare il pubblico a vivere un’esperienza completa, non soltanto il live dell’artista preferito. Un festival permette di scoprire nuova musica, nuovi linguaggi e nuove esperienze. Dieci anni fa questa cultura, nel nostro territorio, praticamente non esisteva.”

Le line-up proposte dal festival di anno in anno sono sempre più belle ed interessanti…
“È un lavoro che richiede mesi e coinvolge più persone. Si parte dal nostro gusto musicale, che resta il punto fermo del festival, e poi si valutano disponibilità degli artisti, produzioni, logistica e sostenibilità economica. Cerchiamo di costruire una line-up equilibrata, capace di mettere insieme nomi affermati e nuove scoperte. Chi arriva per un artista spesso finisce per innamorarsi anche di altri progetti: è questa la filosofia del Mish Mash. Anche il nome del festival racconta questa idea di contaminazione. Non ci poniamo limiti di genere, perché crediamo che la musica sia fatta di continue mescolanze.”
Perché avete scelto la mitologia come filo conduttore di questa edizione?
“Ogni anno costruiamo un immaginario diverso attorno al festival. Questa volta ci siamo lasciati ispirare anche dall’attenzione che il nuovo film di Christopher Nolan ha riportato sul Mediterraneo sui suoi miti. Organizzare il Mish Mash in un castello, nel cuore della Sicilia, richiama naturalmente racconti come il viaggio di Ulisse o le fatiche di Ercole. In fondo realizzare un festival assomiglia proprio a un lungo viaggio: pieno di ostacoli, ma anche di scoperte.”
Oltre alla musica, quali saranno i protagonisti dell’edizione 2026?
“Per i dieci anni abbiamo voluto raccontare la storia del festival con una mostra fotografica e video dedicata al Mish Mash, alla Cittadella Fortificata e al rapporto costruito negli anni con l’Area Marina Protetta. Ci saranno poi una performance visual dei Pixel Shapes sulla facciata del Monastero delle Benedettine, un’installazione itinerante di Andrea Sposari e una performance di danza che, per la prima volta, uscirà dagli spazi tradizionali per coinvolgere tutto il festival. Senza dimenticare i due palchi.”
Quali sono gli artisti più attesi?
“Tony Pitony è sicuramente il nome che sta attirando maggiore attenzione. Il suo percorso, da artista indipendente a protagonista della scena nazionale, rappresenta bene la crescita che ci piace raccontare. Ma per noi ogni artista ha lo stesso valore. Un festival non vive di un solo nome, bensì dell’equilibrio dell’intero cartellone. Tra le esibizioni che aspettiamo con più curiosità ci sono anche gli Yin Yin, band internazionale dal sound ispirato al rock anatolico. Siamo convinti che, grazie anche alla cornice del Castello, sarà una delle sorprese più affascinanti di questa edizione.”
Nel tempo avete spesso portato artisti ancora poco conosciuti che poi sono esplosi. È stato il pubblico a fidarsi di voi o il contrario?
“È stato un percorso reciproco. Prima ancora del Mish Mash organizzavamo eventi dedicati alla musica indipendente e questo ci aveva permesso di creare una piccola comunità di appassionati. Negli anni il pubblico ha iniziato a fidarsi sempre di più delle nostre scelte. I primi sold out sono arrivati solo nelle ultime edizioni, ma vedere oggi quegli stessi artisti riempire grandi venue conferma che il lavoro di ricerca è stato riconosciuto.”
Dopo dieci anni l’emozione della prima sera è cambiata?
“L’ansia è sempre la stessa, solo che ormai abbiamo imparato a conviverci. Ogni edizione è diversa dalla precedente e il Castello presenta ogni anno nuove sfide organizzative. Non è mai un evento che procede in automatico, ed è forse proprio questo a renderlo speciale.”
I volontari sono diventati uno dei simboli del festival. Come è nato questo legame?
“All’inizio è stata una necessità: uno spazio come il Castello richiede tante persone e da soli non avremmo potuto gestirlo. Con il tempo, però, il volontariato è diventato uno dei punti di forza del Mish Mash. Molti ragazzi e ragazze hanno iniziato dando una mano durante il festival e, anno dopo anno, sono entrati stabilmente nell’associazione. Oggi rappresentano anche il nostro ricambio generazionale e dimostrano quanto questo progetto riesca a creare senso di appartenenza.”
Il Mish Mash si è sempre contraddistinto per il suo impegno nel sociale…
“Per noi il festival è molto più di una rassegna musicale. È uno spazio in cui far circolare idee, stimolare riflessioni e affrontare temi che riguardano la società. Da anni collaboriamo con Amnesty International Italia, contribuendo a diffondere messaggi legati ai diritti umani. Crediamo che anche un evento culturale possa avere un ruolo importante nel promuovere consapevolezza e partecipazione.”
Anche l’offerta del festival è pensata per essere inclusiva?
“Assolutamente sì. Fin dall’inizio abbiamo cercato di costruire un festival capace di accogliere esigenze diverse. L’area food propone opzioni vegetariane e vegane, così come alternative per chi preferisce bevande analcoliche. Sono attenzioni che fanno parte della nostra idea di accoglienza e che contribuiscono a rendere il Mish Mash un’esperienza aperta davvero a tutti.”
In Sicilia l’estate è sempre più ricca di festival, ma in autunno e in inverno la musica dal vivo rallenta. Cosa manca?
“Manca soprattutto una visione politica. La Sicilia è ancora una delle poche regioni italiane a non avere una Music Commission e questo pesa molto sulla crescita del settore. I festival indipendenti continuano a sostenersi quasi esclusivamente con le proprie forze, mentre i live club sono pochissimi e spesso lavorano in condizioni difficili. Se esistesse una strategia condivisa per sostenere la musica dal vivo durante tutto l’anno, siamo convinti che festival e operatori culturali risponderebbero con entusiasmo. La volontà, però, deve partire anche dalle istituzioni.”
È arrivato il momento dei regali: esprimete un desiderio per le prossime edizioni…
“I sogni non mancano. Tra gli artisti italiani ci piacerebbe ospitare Iosonouncane e Andrea Laszlo De Simone, che seguiamo da tempo, ma anche i Verdena o gli Afterhours. Guardando all’estero, nomi come Parcels o gli Strokes rappresentano sicuramente dei desideri importanti. Sognare, in fondo, fa parte del percorso di ogni festival.”
Foto in copertina di Francesco Algeri





