MESSINA. Nella città dello Stretto si spaccia, si gioca d’azzardo e si gestisce la sicurezza dei locali. Sono queste le principali attività svolte dai clan mafiosi a Messina, dislocati in tutta la città e che coprono in modo capillare i quartieri messinesi. Un po’ meno significativa la presenza di organizzazioni criminali straniere sul territorio, anche se sono attive nell’immigrazione illegale e nella tratta di esseri umani, purché non si calpesti l’attività delle mafie locali. Talvolta si sfruttano anche donne straniere per attività di prostituzioni.

Nel centro di Messina, il quartiere “Provinciale” è appannaggio del clan Lo Duca, attivo nel fenomeno della “messa a posto” e nel traffico di sostanze stupefacenti. L’operazione “Provinciale”, spiega la Dia nel suo rapporto, ha evidenziato l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso composta da “…tre gruppi associativi stanziati in diverse parti centrali della città che cooperano tra loro, invece di fronteggiarsi, secondo un patto tacito di pace reciproca: un gruppo è stanziato nel territorio di Provinciale, un altro gruppo coesiste nel territorio di Provinciale (e in particolare nel rione denominato “Fondo Pugliatti”, ndr). Infine, un terzo gruppo opera nella zona di Maregrosso”.

L’attività investigativa che ha coinvolto numerosi affiliati, se da un lato ha confermato la presenza “dominante” del clan Lo Duca nel quartiere “Provinciale” grazie al controllo del traffico di sostanze stupefacenti proveniente da Reggio Calabria e delle estorsioni, dall’altro ha appurato la presenza nella zona di altre consorterie. Quella attiva nel rione “Maregrosso” nel tempo ha gestito, mediante una rete di accoliti, il controllo della sicurezza nei locali notturni e il traffico di sostanze stupefacenti. L’altra, egemone nella zona denominata “Fondo Pugliatti”, mediante un’impresa operante nel settore dei giochi e delle scommesse fittiziamente intestata ma di fatto riconducibile al sodalizio in parola, ha rimpinguato le casse del sodalizio attraverso i rilevanti introiti derivanti dalla criminale “gestione aziendale” nello specifico settore. Inoltre il capo di quest’ultimo clan si è reso responsabile di scambio elettorale politico-mafioso fornendo sostegno a un politico locale nel corso delle elezioni amministrative di Messina svoltesi il 10 giugno 2018.

Nel centro cittadino, nel rione “Camaro”, pur in assenza di recenti evidenze investigative, opererebbe il clan Ventura-Ferrante, mentre nel quartiere di “Mangialupi” risulterebbe operativo il clan omonimo Mangialupi, sodalizio rappresentato da storiche famiglie e attivo soprattutto nel traffico di stupefacenti per l’approvvigionamento dei quali si relaziona con i vicini clan calabresi. L’operazione “Dominio” del 2017 ha acclarato l’interesse del clan Mangialupi anche per il settore delle scommesse clandestine e del gioco d’azzardo. Al riguardo, lo scorso semestre, è stato eseguito un sequestro di beni tra i quali fabbricati, società e imprese operanti nel campo delle scommesse e degli alimentari/tabacchi per un ammontare superiore a 10 milioni di euro riconducibili a storici esponenti del clan. Il patrimonio è stato sottoposto a confisca il 24 marzo 2021.

Altro clan operante nella zona centrale in particolare nel rione “Gravitelli” sarebbe quello riconducibile ai Mancuso, sebbene nel semestre non si sia registrato il coinvolgimento di propri affiliati in attività investigative. Nel quadrante settentrionale della città, specificatamente nel rione “Giostra”, risulta radicato il clan Galli-Tibia, avvezzo all’illecita organizzazione di corse clandestine di cavalli, nonché al narcotraffico perpetrato in collaborazione con consorterie catanesi e calabresi, come dimostrato dalle recenti operazioni “Festa in maschera” e “Scipione”. Quello di “Giostra” è un contesto criminale particolarmente delicato ed in continua evoluzione nel quale in passato si sono registrati violenti episodi delittuosi. Si sottolinea come nel dicembre 2019, l’indagine “Predominio” aveva represso sul nascere un nuovo clan mafioso facente capo a due ex collaboratori di giustizia che una volta consolidatosi avrebbe potuto determinare situazioni conflittuali con gli altri sodalizi criminali operanti nel contesto cittadino. Tuttavia, l’operazione “Plaza”, conclusa il 19 febbraio 2021, ha appurato l’operatività del clan nel controllo di alcune attività economiche. In particolare proprio i due ex collaboratori di giustizia, eludendo le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, hanno attribuito fittiziamente la titolarità di un esercizio pubblico di fatto nella loro disponibilità a una “testa di legno”. L’indagine ha poi evidenziato una serie indeterminata di delitti contro la persona ed il patrimonio, nonché l’acquisizione della gestione, o comunque del controllo, di attività economiche specie nel settore delle sale giochi.

Reati attuati con “metodo mafioso”, diretti al conseguimento di profitti illeciti che confluivano in una cassa comune e finalizzati al controllo del quartiere “Giostra”. In tale contesto, inoltre, il 3 maggio 2021 nell’ambito dell’indagine denominata “Market Place” scaturita a seguito di un agguato originato da contrasti maturati nell’ambito del traffico di droga, è stato eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di numerosi soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, lesioni personali gravissime, porto illegale di arma da fuoco e riciclaggio.

Costante, inoltre, la volontà delle consorterie mafiose di infiltrare o condizionare l’attività politico-amministrativa degli Enti territoriali del messinese. Si tratta di attività delittuose che spesso portano allo scioglimento degli Enti amministrativi per accertate infiltrazioni mafiose, come accaduto nel semestre scorso a Tortorici, laddove gli esiti dell’indagine “Nebrodi” hanno portato all’accesso ispettivo e al successivo scioglimento del consiglio comunale per ingerenze mafiose. Nel semestre, inoltre, l’indagine “Chair” conclusa nel giugno 2021 dalla Dia di Messina ha fatto emergere ripetuti episodi di corruzione elettorale e di estorsione aggravata dal metodo mafioso, registrati nel corso delle elezioni svolte nel 2017, per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Altro fenomeno rilevante, sebbene non sempre riconducibile alle affermate compagini criminali, risulta quello degli episodi corruttivi posti in essere da spregiudicati imprenditori e pubblici funzionari che perseguono il facile arricchimento derivante dall’aggiudicazione di pubblici appalti. Ulteriore attività di contrasto alle organizzazioni criminali è rappresentata dai provvedimenti ablativi che colpisco i patrimoni criminali nel tempo illecitamente accumulati. Nel semestre, infatti, oltre ai provvedimenti effettuati dalle Forze di polizia nell’ambito di indagini giudiziarie, la Dia ha eseguito due sequestri e una confisca. Il 4 febbraio 2021 è stato sequestrato un immobile e le risorse finanziarie nella disponibilità di un imprenditore ritenuto essere esponente del clan dei “batanesi”, condannato per associazione di tipo mafiosa e già sorvegliato speciale con precedenti giudiziari per usura e sfruttamento della prostituzione.

Il successivo 19 febbraio 2021 è stato eseguito il sequestro di due unità immobiliari nella disponibilità di un sodale alla consorteria operante nel rione “Giostra”, già sorvegliato speciale. Il 5 marzo 2021 è stato confiscato l’intero patrimonio per un ammontare di circa 8 milioni di euro nella disponibilità del nucleo familiare di un imprenditore condannato per usura e ritenuto vicino a esponenti di vertice della criminalità organizzata “tortoriciana”.

La presenza di organizzazioni criminali straniere sul territorio peloritano non è significativa. Tali consorterie, infatti, risulterebbero attive in dinamiche attinenti all’immigrazione illegale e alla tratta di esseri umani laddove non si registrano cointeressenze delle mafie autoctone. Quest’ultime, come rilevato da recenti indagini, assoldano spesso cittadini extracomunitari per lo spaccio al minuto di sostanze stupefacenti nei quartieri cittadini e in provincia. Con specifico riferimento allo sfruttamento della prostituzione, si ricorda l’operazione eseguita il 3 febbraio 2021 dai Carabinieri, i quali hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque persone di origine cinese per associazione per delinquere finalizzata alla prostituzione. L’attività investigativa è scaturita da un controllo eseguito presso un centro estetico che pubblicizzava, attraverso uno specifico sito internet, foto inequivocabili di giovani donne orientali.

Alla luce di quanto sinora esposto, si ritiene che “Cosa nostra” messinese continuerà a manifestare notevoli potenzialità organizzative ed elevate capacità rigenerative, frutto di uno stabile e consolidato radicamento sul territorio. Permarranno verosimilmente le cointeressenze con le altre organizzazioni criminali confinanti avuto riguardo alla gestione delle classiche forme di profitto illecito, così come il traffico di stupefacenti tenderà a proseguire attraverso accordi con sodalizi anche di altre regioni evitando per quanto possibile scontri cruenti.

E in provincia? In ragione della sua particolare posizione geografica, il messinese rappresenta lo spartiacque tra varie organizzazioni di tipo mafioso. Posta al centro delle aree di interesse di “Cosa nostra” palermitana e catanese, nonché della ‘ndrangheta, la mafia messinese viene influenzata a seconda della contiguità l’influenza dell’una o dell’altra organizzazione criminale. Ne consegue che i gruppi mafiosi “barcellonesi” e quelli dell’area “nebroidea” attivi nella zona al confine con la provincia di Palermo hanno strutture organizzative e modus operandi analoghi a quelli di cosa nostra palermitana.

In tale ottica appaiono plausibili le ingerenze delle consorterie catanesi nelle aree di confine tra le province, nonché nel Capoluogo. Riscontrati da pregresse attività investigative sono stati i rapporti dei criminali peloritani con le vicine cosche calabresi, con particolare riferimento al settore dell’approvvigionamento di sostanze stupefacenti. In tale contesto criminale nel cui ambito si manifestano continue interazioni tra sodalizi, vige una sorta di pax mafiosa finalizzata alla vicendevole convenienza, alla soluzione di problematiche comuni e alla riduzione o alla completa rinuncia di cruenti azioni criminali che inevitabilmente susciterebbero l’interesse istituzionale e mediatico.

Inoltre, si evidenzia la capacità di alcune organizzazioni mafiose messinesi di espandersi in altre province confinanti, dove hanno esportato una specifica competenza nell’acquisizione illecita di finanziamenti pubblici destinati al settore agro-pastorale. Tale aspetto, unitamente alla gestione del gioco d’azzardo, sottolinea l’evoluzione di alcune consorterie messinesi che appaiono capaci di affiancare ai reati tipici dell’associazione mafiosa specifiche capacità imprenditoriali nella gestioni di attività criminali più remunerative e meno esposte al rischio di contrasto da parte delle forze di polizia. Al riguardo, sebbene incentrata sulla provincia etnea, l’operazione “Apate”, conclusa il 27 maggio 2021 dalla Dia di Catania, ha consentito di svelare una vasta rete di agenzie di scommesse e giochi ubicate a Catania e in provincia, nonché a Messina, e in altre province siciliane riconducibili direttamente o in via mediata a esponenti mafiosi. Nella circostanza sono state sottoposte a sequestro 38 agenzie di scommesse con il relativo indotto per un valore complessivo stimato in circa 30 milioni di euro.

Nel semestre, la ripartizione delle aree di influenza dei gruppi messinesi risulta sostanzialmente invariata. Nella parte settentrionale della provincia opera la “famiglia barcellonese”, che include i gruppi dei “Barcellonesi”, dei “Mazzarroti”, di “Milazzo” e di “Terme Vigliatore”. Nel territorio dei Monti Nebrodi risultano attivi i sodalizi dei “tortoriciani”, dei “batanesi” e dei “brontesi”, nei confronti dei quali recenti investigazioni hanno evidenziato l’accaparramento dei terreni agrari e pascolivi per beneficiare di fondi comunitari destinati allo sviluppo delle zone rurali. Nella “zona nebroidea” risulta presente anche la famiglia di Mistretta, legata al mandamento palermitano di San Mauro Castelverde e nel cui ambito opererebbero soggetti di origine messinese. Assunto confermato dall’arresto eseguito il 19 gennaio 2021 di un esponente di spicco del mandamento di San Mauro Castelverde, accusato di essere il mandante dell’omicidio di un soggetto ritenuto vicino ad ambienti mafiosi nebroidei. Il delitto è stato consumato ad Acquedolci nel settembre del 2001.

La “fascia jonica” che si estende dalla periferia sud di Messina, fino al confine con la provincia di Catania, costituirebbe area di influenza delle organizzazioni mafiose etnee, in quanto fondamentale area di spaccio e potenziale bacino di reinvestimento di capitali di provenienza illecita. Nel capoluogo si registrerebbe l’operatività di una “cellula” di “Cosa nostra” catanese riconducibile ai Romeo-Santapaola, capace di coesistere con altri clan di livello rionale che risultano proiettati verso forme più classiche di profitto illecito tra le quali figurano il traffico di stupefacenti e la gestione di scommesse clandestine.

Nella zona sud di Messina, nel quartiere “Santa Lucia sopra Contesse”, risulta egemone il clan Spartà, gruppo criminale attivo e di indole sanguinaria, come dimostrano gli esiti dell’attività investigativa “Red drug”, conclusa il 18 giugno 2021, che ha consentito di disarticolare una consorteria criminale contigua al clan mafioso messinese, nonché operante nel capoluogo peloritano ed in quello etneo con propaggini a Roma e a Pescara, peraltro dedita alla commercializzazione di elevati quantitativi di sostanze stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati eseguiti due distinti interventi repressivi culminati, con il sequestro di oltre 65 Kg di marijuana. Durante il lockdown, nonostante le restrizioni previste da specifiche norme che hanno precluso qualsiasi spostamento, gli indagati hanno trasportato e distribuito importanti partite di sostanze stupefacenti utilizzando l’autoambulanza di una onlus messinese al fine di eludere i controlli di Polizia intensificati dalle misure restrittive per l’epidemia da Covid 19. In definitiva, l’indagine, oltre ad aver represso un lucroso traffico di droga sull’asse Roma-Pescara-Messina, ha evidenziato la capacità del clan Spartà di interagire con altri sodalizi criminali mantenendo un consolidato e stabile collegamento criminale con un clan pescarese ed esponenti contigui ai Santapaola-Ercolano di Catania.

Riguardo alla capacità di intrattenere rapporti con altre consorterie, l’attività investigativa “Provinciale”, conclusa nel semestre, ha evidenziato come un esponente del clan Spartà avesse fornito in passato un sostegno economico al capo clan del quartiere “Provinciale” una volta scarcerato.

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