di Alessio Caspanello e Claudia Mangano

MESSINA. Con i tre giorni di zona rossa indifferenziata su tutto il territorio nazionale per le festività di Pasqua, l’Italia ripiomba in quel clima da “arresti domiciliari” che un anno fa ha caratterizzato la primavera del 2020, in conseguenza dell’esplosione della pandemia mondiale da Covid-19, che proprio in Italia, nella prima fase, esigeva il maggior tributo di sangue in termini di vittime.

Un anno dopo la situazione sembra (apparentemente) non essere cambiata, vista la decisione di estendere a tutta la penisola la zona rossa, cioè la massima  misura restrittiva. In un anno di utilizzo “a intervalli”, sia dal punto di vista temporale (in occasione di alcune festività, come a Natale o a Pasqua), che geografico (con la chiusura di determinate province o regioni, a seconda dell’andamento delle singole curve epidemiologiche), hanno funzionato le imposizioni governative? Si, a guardare i grafici. Ma a quale costo?

 

Il grafico, basato su uno studio dell’università di Oxford sulle reazioni di tutti i governi del mondo rispetto alla pandemia (elaborato per LetteraEmme da Antonio Liotta dell’università di Bolzano ed Enrico Ferrara dell’università di Darby), mostra l’andamento dei contagi in relazione alle misure di restrizione prese dal governo italiano, su una scala da 0% (nessuna restrizione) a 100% (divieto di qualsiasi spostamento da casa in qualsiasi caso). In un prossimo articolo, saranno esaminate le misure economiche prese dal governo in relazione ai provvedimenti restrittivi ed ai contagi.

La massima fase di chiusura, il lockdown di marzo, è circa al 90% sulla scala, ed è stata presa in un’escalation di provvedimenti iniziata da gennaio con  allerta rispetto ai voli provenienti dalla Cina, proseguita  con l’istituzione della zona rossa in alcuni comuni del lodigiano e del padovano, e culminata con il lockdown del 9 marzo, che via via è stato reso sempre più stringente (attività motorie e sportive prima permesse e poi vietate, e ulteriori restrizioni dei trasporti).

La curva dei contagi, nel frattempo, ha continuato a crescere: numeri non altissimi rispetto a quelli che si sarebbero verificati qualche mese dopo (paragonabili all’inizio della seconda ondata, ad ottobre), ma tutto il mondo era di fronte a qualcosa di cui non si conosceva quasi nulla, e si andava a spanne un po’ dappertutto. Ad aprile, picco del lockdown (con un livello di restrittività della misure mai più eguagliato), la curva inizia a scendere, segno che la clausura ha fatto effetto: talmente tanto, che a inizio maggio si inizia a riaprire.

Piano, e con una certa attenzione, le limitazioni si allentano, e ad inizio giugno, con curva praticamente piatta, l’Italia sembra essere uscita dall’incubo: si riaprono anche le frontiere e la maggior parte delle attività. E’ il momento, da febbraio 2020 ad oggi, in cui gli italiani godono di maggiore libertà. Ma non dura molto.

Nonostante in Italia i contagi sembrino essere ormai praticamente fermi, dalle altre nazioni, che hanno subito in misura minore la prima ondata, e quindi hanno imposto restrizioni più blande, si assiste a scene come quelle italiane a febbraio e marzo. E quindi, a poco a poco, ricominciano le limitazioni. Prima entrate “contingentate” a teatri e discoteche (poi chiusi definitivamente), quindi di nuovo limitazioni ai voli da e per determinati paesi, quindi il divieto di assembramento. Torna l’obbligo della mascherina. Questo mentre in estate il virus sembra essere scomparso.

E invece no. Tra luglio, agosto e settembre, è un balletto di provvedimenti e aggiustamenti, ma la situazione sembra sotto controllo, quando invece, all’improvviso, tra settembre e ottobre i contagi riprendono a galoppare, e tra ottobre e novembre esplodono in maniera incontrollata. Il governo, anche stavolta risponde reattivamente, prende cioè provvedimenti che inseguono gli accadimenti.

Quello che succede è che da metà ottobre a metà novembre, nel giro di appena un mese, l’Italia registra un numero di contagi fino a sei volte superiore rispetto a quelli della primavera, in regime di lockdown: e il governo, per correre ai ripari, istituisce le zone colorate, senza però chiudere tutto come a marzo. Richiudono molte attività (cinema, teatri, palestre), per i ristoranti, bar e pub inizia il tira e molla (apertura, chiusura, asporto, consegna a domicilio…). I contagi raggiungono un picco mentre si teme per quello che potrebbe succedere con l’esodo di massa di Natale.

Da quel momento, nel paese si entra in un regime di “libertà controllata”, con aggiustamenti solo di dettaglio, e zone rosse mirate per territori con contagi fuori scala (come la Sicilia da metà gennaio), o durante periodi particolarmente delicati: Natale, Capodanno, l’Epifania. Anche in quei giorni, però, le misure non saranno mai rigide come in primavera, in periodo lockdown (e nel grafico lo studio di Oxford le considera infatti in un valore di 80 su 100). E non lo saranno nemmeno quando, tre settimane fa, mezza Italia si ritroverà rossa. E lo diventerà tutta per i tre giorni di Pasqua. E per il prosieguo non ci sono buone notizie all’orizzonte.

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