In Sicilia il cambiamento climatico non si vede soltanto negli invasi vuoti, nelle autobotti o nelle ordinanze dei sindaci. Si vede anche nei campi. Lungo alcune fasce costiere, dove per generazioni hanno dominato agrumi, olivi, viti e seminativi, sono comparsi mango, avocado, papaya, lime, litchi, anona. Non è folklore esotico, ma il nuovo spazio occupato da piante sensibili al gelo invernale, in passato molto frequente e oggi quasi del tutto scomparso, e soprattutto una risposta imprenditoriale a un clima in continua evoluzione e a mercati che pagano meglio.
Il fenomeno non riguarda solo la frutta fresca. Ad Avola è stata recuperata anche la coltivazione della canna da zucchero per la produzione agricola di rum, richiamando una tradizione documentata in Sicilia già nell’Ottocento. Sono esempi diversi, ma raccontano la stessa trasformazione: il clima sempre più caldo dell’isola, unito alla ricerca di colture più remunerative, sta spingendo alcune aziende agricole verso produzioni tropicali e subtropicali ad alto valore aggiunto. Coldiretti segnala addirittura la nascita di filiere di prodotti trasformati ad alto valore aggiunto, come quella del caffè nel ragusano, e dell’olio ottenuto dall’avocado ai piedi dell’Etna. Al di là dei rimpianti nostalgici di chi ricorda la Sicilia come il granaio dello Stivale, la domanda che in tanti iniziano a farsi è una: questa nuova agricoltura è compatibile con un’isola che ha sempre meno acqua disponibile?
La risposta, se si guarda ai numeri, non autorizza né l’allarme facile né l’assoluzione preventiva. I numeri infatti dicono che le colture tropicali non sono certamente la causa della crisi idrica siciliana: la loro estensione resta ancora minima rispetto alla superficie agricola dell’isola. Però sbaglia anche chi li liquida come irrilevanti. Il problema non è solo quanti ettari occupano oggi, ma dove si impiantano, in quali mesi chiedono acqua, da quali fonti la prelevano e quali sono i trend che ci autorizzano ad intravedere il futuro.
La Sicilia agricola è ancora, nei numeri, una regione di colture tradizionali. Secondo il rapporto CREA “L’agricoltura in Sicilia in cifre 2024”, la superficie agricola utilizzata regionale è pari a 1.347.098 ettari, cioè circa il 52% della superficie dell’isola. Nel 2022 i cereali occupavano 280.578 ettari, le foraggere avvicendate 214.868, l’olivo 161.137, la vite 138.124, gli agrumi 86.078, i fruttiferi 74.754 e le ortive 71.112. In questa fotografia, le colture tropicali sono ancora una presenza puntuale, si parla probabilmente di meno del 0,1% del suolo agricolo regionale (non ci sono stime precise), non il corpo principale dell’agricoltura siciliana.
La stessa Regione Siciliana, attraverso Terrà, il portale online dell’agricoltura, descrive il fenomeno come una trasformazione in forte evoluzione che “sfugge alla catalogazione e alle statistiche”. Nei comuni messinesi di Caronia, Acquedolci, Sant’Agata di Militello e Torrenova, la superficie destinata a colture tropicali viene stimata in circa 100 ettari, prevalentemente a mango, con altri 50 ettari in corso a Tusa e altri 20 tra Caronia, Torrenova e Capo d’Orlando. A livello nazionale, Coldiretti parla di oltre 1.200 ettari di tropicali concentrati soprattutto fra Sicilia, Puglia e Calabria. Il primo punto, quindi, è netto: non si può raccontare che mango e avocado abbiano prosciugato la Sicilia. Sarebbe una scorciatoia narrativa. Ma il secondo punto è altrettanto importante: le superfici piccole non rendono automaticamente piccolo l’impatto locale. In agricoltura irrigua contano la scala regionale, ma anche il bacino, la falda, il pozzo, l’invaso, il calendario irriguo.
L’impronta idrica
Nel dibattito scientifico si usa spesso il concetto di water footprint, o impronta idrica, in analogia a quanto si fa con l’impronta del carbonio per il cambiamento climatico. L’impronta idrica è una misura del volume d’acqua usato direttamente e indirettamente lungo la produzione di un bene. Non indica dunque semplicemente quanta acqua viene versata su un campo, ma tiene conto di tutte le fasi per la produzione di un determinato prodotto. La sua utilità sta soprattutto nella distinzione fra tre componenti: acqua verde, acqua blu e acqua grigia.
L’acqua verde è la pioggia trattenuta nel suolo e poi utilizzata dalle piante. L’acqua blu è quella prelevata da fonti superficiali o sotterranee: fiumi, invasi, pozzi, falde. L’acqua grigia è il volume teorico necessario a diluire l’inquinamento generato dalla produzione, per esempio da fertilizzanti e fitofarmaci. Questa distinzione è decisiva per un territorio come la Sicilia. Un ettaro di grano duro in agricoltura asciutta, sostenuto dalla pioggia invernale, non ha lo stesso peso idrico di un frutteto irriguo che chiede acqua nei mesi estivi. E due colture con fabbisogni simili possono avere impatti diversi se una usa soprattutto acqua verde e l’altra acqua blu. Se l’acqua verde è sostanzialmente a costo zero per l’impianto produttivo, l’acqua blu viene sottratta agli altri usi, entrando in competizione diretta con il consumo civile o industriale.
In Sicilia la competizione tra acqua per uso irriguo e acqua per uso idropotabile non passa solo da un generico conflitto tra campi e città, ma spesso da fonti, invasi e infrastrutture condivise o coordinate dentro lo stesso sistema regionale: lo mostrano le decisioni recenti sugli invasi Fanaco, Leone, Ancipa, Pozzillo e Castello, in cui le assegnazioni al comparto agricolo vengono valutate rispetto alla tenuta dell’approvvigionamento idropotabile, ma anche casi locali più antichi come quello della sorgente Petroieni, a Santo Stefano Medio, nel Comune di Messina, dove secondo ricostruzioni della stampa locale una causa civile degli anni Trenta tra il Comune e i proprietari dei terreni avrebbe riconosciuto la priorità stagionale dell’uso irriguo al consorzio “Petroieni e Fontana”, destinando all’acquedotto comunale la portata eccedente: un esempio minuto, ma eloquente, di quanto il confine tra acqua dei campi e acqua delle città possa dipendere da diritti d’uso, turnazioni, eccedenze e condizioni idrologiche concrete.
Nel 2022, le precipitazioni regionali sono state misurate intorno a 515 mm con un deficit medio di 165 mm, pari a -24% rispetto al clima di riferimento; anche nel 2023 e nel 2024 sono state inferiori alla norma: quantitativi insufficienti a costituire nel periodo invernale riserve idriche adeguate ad affrontare l’estate, quando la scarsità delle piogge è la norma. La fotografia più recente è ancora più severa. ISTAT, nel report 2025 sulle statistiche dell’acqua, segnala che nel 2024 il 99,2% delle aziende agricole siciliane, praticamente la totalità, ha dichiarato difficoltà d’irrigazione. Questo è il contesto in cui ogni nuova scelta colturale diventa anche una scelta idrica.
Il rischio del dibattito pubblico è costruire una contrapposizione troppo comoda: da un lato le colture “siciliane” tradizionali, dall’altro quelle “esotiche”. Ma dal punto di vista dell’acqua questa divisione regge poco. Alcune colture storiche dell’isola sono largamente irrigue. ISTAT rileva che, nell’annata agraria 2019/2020, tra le coltivazioni permanenti gli agrumi avevano l’83,8% della superficie investita irrigata; gli alberi da frutta il 47,9%; la vite il 35,5%; l’olivo il 12,6%. Tra i seminativi, le ortive all’aperto arrivavano all’80,6%.
La differenza vera, dunque, non passa fra “autoctono” e “tropicale”, ma fra sistemi produttivi: colture asciutte o a basso fabbisogno estivo da una parte; colture irrigue, intensive e permanenti dall’altra. Un agrumeto tradizionale può essere molto più dipendente dall’irrigazione di un oliveto estensivo. Un campo di ortive può chiedere molta più acqua di un vigneto in asciutta. E un mango non è automaticamente più problematico di qualsiasi coltura tradizionale: diventa critico se si inserisce in un’area dove la risorsa blu è già saturata.
Perché allora i tropicali fanno così discutere? Perché sono un simbolo perfetto. Raccontano insieme il riscaldamento climatico, la crisi degli agrumi in alcuni areali (che è una crisi soprattutto economica), la ricerca di reddito da parte degli agricoltori e il rischio di spostare la pressione idrica su colture più remunerative ma a elevato fabbisogno idrico. Terrà riporta che in alcuni ambienti siciliani gli impianti intensivi di mango, a 6-7 anni, possono produrre fino a 150 quintali per ettaro, con prezzi medi al produttore di circa 3 euro al chilo nel convenzionale e 4 euro nel biologico. In ordine di grandezza significa 45.000-60.000 euro lordi per ettaro, prima dei costi, valori ben superiori a quanto possa rendere una coltura ad agrumi.
È qui che si capisce la razionalità economica della conversione. Per un’impresa agricola, sostituire una coltura poco remunerativa o un agrumeto in crisi con un frutto ad alto valore può significare restare sul mercato. Non si può dunque colpevolizzare l’agricoltore, bensì il colpevole diventa, eventualmente, una riconversione delle colture se non è accompagnata da dati idrici trasparenti, pianificazione territoriale, limiti di prelievo, riuso delle acque reflue depurate e sistemi irrigui ad alta efficienza.
Quanto beve un mango siciliano?
Calcolare l’impronta idrica di un prodotto tropicale coltivato in Sicilia non è banale. Il mango di una determinata località non avrà necessariamente la stessa impronta di quello coltivato altrove: cambiano suoli, piogge, salinità, qualità delle falde, tecniche di irrigazione, densità d’impianto e soprattutto rese. Inoltre, non esiste ancora un quadro statistico pubblico e consolidato sul fabbisogno idrico dei tropicali coltivati nell’isola. Per questo la letteratura internazionale può essere usata come benchmark, non come prova diretta. Uno studio sul mango prodotto nella regione semiarida del Vale do São Francisco, in Brasile, ha stimato per la sola produzione agricola un consumo medio annuo di acqua di circa 13.048 metri cubi per ettaro. Nello stesso lavoro, la piena produzione è indicata intorno a 40 tonnellate per ettaro l’anno. Tradotto in modo prudente, si tratta di un ordine di grandezza vicino a 300-400 metri cubi per tonnellata in quel contesto produttivo. Se però la resa per ettaro scende, l’impronta per chilo aumenta.
Il confronto con altre colture mostra quanto il dato dipenda dal contesto. Uno studio australiano su nove produzioni agricole riporta valori molto diversi: 212 metri cubi per tonnellata per il pomodoro, 226 per le patate, 329 per carote e rape, 681 per le arance, 743 per l’uva, 827 per le mele, 1.777 per pesche e nettarine, 2.116 per le ciliegie e 6.672 per le mandorle. Sono numeri riferiti a un altro ambiente produttivo e non possono essere trasferiti direttamente alla Sicilia. Servono però a evitare semplificazioni: non basta dire che una coltura è “tropicale” per stabilire che sia automaticamente la più idroesigente.
Il vero nodo, per la Sicilia, è un altro: il mango e le altre colture tropicali hanno bisogno di irrigazione affidabile proprio nei mesi più sensibili dal punto di vista climatico. La loro sostenibilità non va quindi valutata solo in metri cubi per tonnellata, ma anche in termini di acqua blu disponibile, fonte del prelievo, efficienza irrigua, produttività economica per metro cubo e compatibilità con gli altri usi agricoli, civili ed ecosistemici.
C’è un altro elemento che ridimensiona l’allarme selettivo sui tropicali: la pressione idrica agricola siciliana esiste già da tempo nelle colture protette e nell’orticoltura intensiva. Uno studio (di Cellura, Ardente e Longo del 2012) sulle colture protette in un distretto del Sud Italia analizza un’area tra Licata e Palma di Montechiaro: 18 chilometri quadrati, circa 150 piccole e medie imprese agricole, 700 lavoratori, 75 milioni di chili l’anno di produzione protetta e un output economico di circa 40 milioni di euro. Già nel 2008 la Sicilia era indicata come la principale regione italiana per colture protette, con circa 53 chilometri quadrati di serre e circa 440 milioni di chili di ortaggi protetti. Nel caso studio, il consumo idrico per 1000 chili di prodotto varia sensibilmente: 84,3 metri cubi per il pomodoro in serra pavilion, 136,6 per il melone in pavilion, circa 104-105 per il peperone, fino a circa 155-158 per lo zucchino in tunnel. In scenari di diversa produzione, il range può allargarsi molto: per il melone, ad esempio, da 91,3 a 238 metri cubi per tonnellata; per il peperone da 71,5 a 240,7. Questo dimostra che resa, tecnica e gestione aziendale possono contare quanto la specie coltivata.
La lezione è utile anche per i tropicali: non basta dire “mango sì” o “mango no”. Bisogna misurare. Un impianto con microirrigazione, monitoraggio dell’umidità del suolo, pacciamatura, cultivar adatte e prelievo regolato non ha lo stesso impatto di un impianto realizzato senza una vera contabilità dell’acqua.
La guerra tra campi e città
Quando l’acqua manca, il conflitto fra usi agricoli e usi urbani diventa inevitabile. Ma va spiegato bene. Le risorse idriche per uso idropotabile e quelle per uso irriguo non coincidono sempre: possono provenire da fonti diverse (sorgenti, pozzi, gallerie, corsi d’acqua, laghi naturali e artificiali) ed essere raccolte e trasferite alle utenze tramite infrastrutture e reti idriche distinte. La competizione diventa concreta quando insistono sulle stesse fonti e/o sugli stessi sistemi di approvvigionamento idrico. In Sicilia questo conflitto potenziale è aggravato da sistemi idrici poco efficienti, oltre che da una persistente frammentazione gestionale.
ISTAT segnala inoltre che al Centro e nel Sud prevalgono forme di autoapprovvigionamento irriguo, rispettivamente per il 69,2% e il 49,8% delle superfici irrigate. Questo significa che una parte rilevante dell’acqua agricola non passa necessariamente da grandi sistemi collettivi, ma da pozzi, falde, piccoli bacini e risorse aziendali (e, perché no, anche da allacci abusivi alla rete e volumi non conturati, come si rilevò sulla condotta Fiumefreddo a seguito della frana del 2015). La domanda da porsi non è solo se l’agricoltura consumi troppa acqua, ma se il prelievo complessivo sia noto, autorizzato, sostenibile e compatibile con il rinnovo naturale delle risorse. Anche perché, va ricordato, anche quando il pozzo è privato, la falda acquifera è è condivisa: chi attinge da un bacino finisce per prosciugare anche i pozzi “degli altri”.
Nel dibattito siciliano manca spesso un indicatore decisivo: il valore economico prodotto per metro cubo d’acqua. Una coltura può consumare molto per ettaro ma produrre un reddito elevato; un’altra può consumare meno ma generare poco valore; una terza può essere poco redditizia ma essenziale per paesaggio, biodiversità, suolo o identità territoriale. La politica agricola non può ridursi a una classifica meccanica dei “litri per chilo”. Deve combinare fabbisogno idrico, fonte dell’acqua, periodo di prelievo, reddito, occupazione, rischio ambientale e resilienza climatica. La politica deve anche assicurarsi che le colture a maggior profitto debbano assicurare i necessari reinvestimenti per garantire la sostenibilità delle colture stesse.
Condanna o assoluzione?
Possiamo dunque affermare che il mango e l’avocado non sono i colpevoli della sete siciliana. Le superfici tropicali sono ancora troppo limitate per spiegare la crisi idrica di una regione agricola da oltre 1,3 milioni di ettari. Ma, proprio per questo, sono un ottimo campanello d’allarme. Ci obbligano a guardare dentro un cambiamento più grande: la Sicilia agricola si sta adattando a un clima più caldo e a mercati più selettivi, mentre la disponibilità d’acqua diventa più incerta.
La scelta non è tra nostalgia e innovazione. Non è tra arance e avocado, tra grano e mango. È tra una riconversione guidata dai soli prezzi di mercato e una riconversione governata anche dalla contabilità dell’acqua. In una Sicilia dove quasi tutte le aziende agricole segnalano difficoltà d’irrigazione e dove i cittadini conoscono sempre più spesso il razionamento, ogni ettaro irrigato è una decisione pubblica oltre che privata. La domanda, allora, non è se l’isola debba coltivare frutta tropicale. La domanda è quanta acqua può permettersi di destinare a qualunque coltura, con quali limiti, con quali controlli e con quale idea di futuro agricolo.





