“La fine dei vent’anni”

Stagione piena di eventi di grande rilievo quella del Retronouveau. Nell’anno del quinto anniversario il locale di Via Croce Rossa inanella infatti un altro “colpaccio” ospitando, sabato 18 febbraio, uno dei fenomeni cantautoriali più importanti dell’anno appena passato. Per chi non lo conoscesse, infatti, Francesco Motta è il vincitore del Premio Tenco 2016, cosa che ne garantisce già un indiscutibile livello qualitativo, ma la genesi del suo successo è tutt’altro che semplice. Come si sarebbe detto un tempo, infatti, siamo di fronte ad uno che “ha fatto la gavetta”, muovendo i primi passi come “lavoratore della musica” (era fonico degli Zen Circus e chitarrista di Nada) e parallelamente portando avanti la creazione musicale con i suoi Criminal Jokers. Solo dopo anni di fatiche ed impegno “on the stage” giunge, quindi, ad essere prodotto da Riccardo Sinigallia (Tiromancino), che rendendosi conto di avere davanti una promessa interessante e meritevole, non se lo lascia sfuggire e lo aiuta a realizzare un lavoro, “La fine dei vent’anni”, denso di interessanti suggestioni sia sul versante dei testi che della musica. Dai pezzi più romantici o adolescenziali (“Sei bella davvero”, “La fine dei vent’anni”) a quelli più impegnati (“Se continuiamo a correre” per il quale si avvale della collaborazione di Alessandro Alosi dei Pan del Diavolo, o “Maternità”), a quelli più rock e filosofici (“Del tempo che passa la felicità”) il cantautore livornese sa realizzare una intelligente coniugazione del verbo pop e di quello post-indie riuscendo a trovare una strada che non disturba le “tifoserie” dell’una o dell’altra parrocchia. Scaltro, si dirà, ma estremamente curato nel gusto e di  grande qualità… per quanto riguarda l’averlo a due passi da casa, si può quindi tranquillamente aggiungere “imperdibile”.

 

 

Ma c’è di più. Il pregio più grande de “La fine dei vent’anni”, infatti, potrebbe essere quello di far parte di quella lista – striminzita, purtroppo – di album che, aldilà del genere e del periodo in cui vengono incisi, indipendentemente dal contesto musicale e delle tendenze in voga, riescono a parlare a una generazione intera, divenendo una sorta di manifesto culturale. Così, più che una semplice raccolta di canzoni, ci troviamo di fronte ad un’esperienza che spinge alla voglia di dire “io c’ero!” travalicando il concetto stesso di “disco” e assumendo una valenza quasi letteraria. Da segnalare, “last but not least”, la partecipazione nell’album del grande Giorgio Canali (ex Consorzio Suonatori Indipendenti), la cui impronta è udibile nelle ultime due tracce impreziosite dal suono inconfondibile della sua chitarra.

 

 

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