MESSINA. Quattro giovani donne messinesi hanno partecipato a Maribor (Slovenia) al progetto Erasmus + “Body as our garden: tending inner seasons together” (Il corpo come il nostro giardino: coltivare le stagioni interiori insieme). Il progetto, promosso dall’associazione Crafting Roots – Radici Creative di San Pier Niceto, è durato otto giorni, dal 25 luglio al 3 agosto, a contatto con la natura esteriore ed interiore, ad apprendere la ciclicità del corpo femminile, a riconnettersi con la propria origine attraverso pratiche collettive ed individuali, che hanno avuto come base da cui partire la cultura mediterranea.
«Cosa significa ascoltare davvero il proprio corpo?» Questa è la domanda che si sono poste Helena, Selvaggia, Maria e Freya, le quattro ragazze messinesi che sono state coinvolte nel progetto. «Per attraversarla con consapevolezza, l’esperienza presso Apače iniziata con l’antica e sempiterna pratica del cerchio comunitario -raccontano le ragazze coinvolte- Qui sedersi tutte in cerchio è stato fondamentale per creare un primo approccio neutrale e aperto, al fine di liberarsi dai pregiudizi legati alla sfera femminile, per dare spazio e fiducia alla riscoperta personale. Attraverso pratiche individuali e collettive, come meditazione e movimento consapevole, l’esperienza si è svolta come un workshop in cui ogni giorno si apprendevano nuove informazioni – scientifiche e non – legate alla sfera del corpo femminile».
Il contesto rurale in cui si è svolto il progetto ha invitato ad adottare un atteggiamento più calmo, lento e di presenza consapevole. La natura infatti non è stata soltanto lo scenario del progetto, ma parte integrante del percorso. Soffermarsi a osservare la ciclicità delle fasi lunari, il passaggio dalla luce dell’alba a quella del tramonto, il mutare del paesaggio e persino la presenza discreta degli insetti nei campi ha significato tornare a prestare attenzione a ciò che normalmente attraversiamo senza vedere.
«Le pratiche di consapevolezza corporea hanno mostrato come il corpo non sia solo biologia, ma sia una raccolta di storia, linguaggio, identità di un luogo e di sé. Attraverso il silenzio, il movimento, il contatto e la meditazione, le partecipanti hanno riscoperto un sapere che appartiene a molte culture mediterranee: il corpo come luogo di verità e strumento di relazione, un ponte tra individuo e comunità. Questa prospettiva coinvolge e richiama antiche tradizioni siciliane – dai rituali di cura alle pratiche popolari legate ai cicli naturali – che oggi rischiano di essere dimenticate. Uno dei temi principali affrontato è stato proprio il ciclo mestruale letto non come tabù, ma come ritmo naturale, risorsa culturale e sociale. Le quattro fasi, Primavera, Estate, Autunno, Inverno, sono state esplorate come stagioni interiori, ciascuna con un proprio valore emotivo, energetico e simbolico. Questa lettura ciclica ricorda le logiche della natura mediterranea: la terra riposa, fiorisce, fruttifica e si rigenera. Questi momenti hanno mostrato come il rito non sia un residuo del passato, ma un bisogno umano attuale: creare significato attraverso l’elaborazione di emozioni che connettono gli individui, generando naturalmente il senso di appartenenza e comunità»
Il bagaglio individuale delle concittadine messinesi si è riempito di tutte queste preziose informazioni che vogliono essere condivise con la comunità della città dello Stretto. In un momento storico in cui la salute mentale, la solitudine e la pressione sociale sono temi centrali, esperienze come questa offrono strumenti culturali preziosi per riappropriarsi del proprio benessere insieme al benessere della comunità metropolitana. Qui entra in gioco una cultura della cura che non appartiene solo alla sfera femminile, alla casa, alla famiglia. Sostenere diverse forme di energia e rispettare la propria ciclicità e quella della natura significa imparare nuove modalità di relazione. «Prendersi cura del femminile diventa un modo per costruire comunità più capaci di accogliere, collaborare e sostenere il maschile -spiegano le quattro partecipanti al progetto- anche liberandolo dalle sovrastrutture che lo imprigionano, e senza che nessuna delle due forze che abitano ognuno di noi debba essere definito attraverso la contrapposizione all’altro. Così Messina, con la sua storia di resilienza e bellezza, può essere terreno fertile per nuove forme di educazione, cura e consapevolezza».




