Ci ho messo otto anni a finire il mio secondo romanzo, “Quando piove, diluvia”, pubblicato qualche mese fa.

Ce ne ho messi tre in più per ritornare a presentare un libro nella mia città, dopo aver letteralmente fatto il giro del mondo.

Undici anni separano infatti il lancio del mio primo romanzo, “Latinoaustraliana”, al Lucky Beach di Messina, da quello del mio ultimo libro alla libreria Colapesce, che mi ha gentilmente permesso di rompere l’incantesimo.

In mezzo ci sono state serate a Brisbane e Firenze, Sydney e Roma, conferenze su letterature e migrazioni a Melbourne, recensioni su Internazionale, articoli, podcast, serate di poesia e musica…

Eppure niente, in fondo, è come tornare a casa.

Arrivavo a quel pomeriggio in libreria dopo essermi fatto il primo vero giro per la città – perchè, subito dopo il volo dirottato da Catania a Palermo per i motivi che sappiamo, un’attesa estenuante all’aeroporto di Instabul e un’assenza dalla mia Isola di tre anni, avevo scelto deliberatamente di passare le prime settimane con la famiglia, riprendendo confidenza con la spiaggia di Orto Liuzzo che è lì dove mi portano sempre tutti i miei viaggi, non importa quanto lontani.

Tre anni non sono pochi e la città mi aveva colto un po’ di sorpresa, probabilmente perchè distratto da quello che stavo andando a fare. Ha finito per prendermi per stanchezza e per caldo, costringendomi a guardarla davvero, non solo come panorama di corsa da un finestrino tra un arrivo e una partenza.

Ho notato cambiamenti, mi sono sorpreso di non ritrovare più alcune cose e di scoprirne altre, ho ascoltato critiche aspre e commenti speranzosi, ho sentito accenti ed espressioni familiari, ho disperatamente provato a non essere turista in casa mia -anche se credo sia esattamente quello che è successo.

Mi sono diretto alla libreria, ormai già settato verso quello che stavo per fare, ma con la sensazione scomoda, inconscia, di sentirmi un po’ estraneo nella mia città.

La presentazione ha seguito lo schema delle altre: ci metto sempre qualche minuto a capire dove sono e cosa ci faccio lì, a convincermi che non mi coprirò di ridicolo nemmeno stavolta (ma a grande fatica). Una volta partito, tutto è andato liscio, indubbiamente aiutato dal fatto che a chiacchierare con me c’era Michelangelo -amico che conosco da quando eravamo compagni di banco alle medie al Verona Trento, e che aveva già fornito le foto per un’altra mia pubblicazione, il romanzo di poesie e immagini “Chi ha bisogno di Rivoluzione quando invece può andarsene al mare?” (già dal titolo, il mio libro più siciliano fin qua).

Ma non solo. Tutto è andato liscio dopo quel primo attimo, soprattutto perchè parlavo di qualcosa che amavo profondamente, in cui avevo messo tutto il mio impegno, e ne parlavo a persone che stimavo (anche solo per aver sfidato l’afa impossibile per essere lì), il tutto in una città che -lo sapevo- non sarebbe mai stata come le altre.

Non avevo problemi a parlare di “Quando piove, diluvia”, l’unico dubbio era: da dove cominciare?

È un libro doloroso, perchè racconta di come persone comuni affrontano dolori comuni, con tante domande difficili che si aprono e che rischiano di travolgere tutto. Il romanzo diventa la ricerca di risposte di un emigrato siciliano in Australia, sotto una pioggia familiare che a volte viene giù tanto impetuosa da allagare tutto quel che conosciamo della nostra vecchia vita.

Ma è anche un libro su chi va via e, come sapevamo bene, a Messina (e non solo qui) sono in tanti. Per alzata di mano, ci eravamo resi conto che l’emigrazione era un tema che riguardava anche quel piccolissimo campione: se non il diretto interessato, qualcuno nella sua cerchia di affetti. La crisi migratoria crea spazi vuoti, riempiti per qualche settimana o mese nei mesi estivi o per Natale, ma che lascia comunque il solco -sociale, economico, ma anche culturale, mentale e affettivo in tutta la comunità. Ci sono padri e madri, sorelle, amici di chi va e viene – e ci sono poi quelli come me, bloccati in questo va e vieni da così tanto che non ricordano quasi com’era prima. O com’era la città, prima.

Il libro esplora anche questo: cosa significa trovarsi lontani da casa (e nel caso dell’Australia, trovarsi DAVVERO lontani da casa) quando il tempo scorre e succedono le cose della vita? Quando una relazione importante finisce, quando ti ritrovi da solo in un ospedale dove la lingua che si parla è un’altra, come si gestisce?

Guai che capitano a tutti, anche a chi resta in casa -ma chi gioca in trasferta aggiunge un altro strato di incertezza, confusione -in ultima analisi, di paura.

Quel pomeriggio mi chiedevano se avrei rifatto tutto, dove mi sentivo a casa. Domande che avrebbero avuto bisogno di risposte ampie, sempre incomplete – o magari solo parzialmente vere. Provavo a rispondere usando le parole del libro, appoggiandomi al braccio che conoscevo bene del mio amico, scherzandoci sopra -perchè tutto quel dolore potesse essere lavato via da una risata, un abbraccio all’aeroporto, qualcosa che conforti in questa lunga strada.

Perchè nessun uomo è un’isola, anzi, un’Isola con la maiuscola, trovandoci dove ci trovavamo. Quelle che nel romanzo ho chiamato “tribù”, formate da famiglia e amici, quelle che accorrono quando ci troviamo nel momento del bisogno, che non conoscono distanze.

Rivedendo parte della mia tribù quel pomeriggio, i curiosi venuti a sfidare il caldo, man mano che ci avvicinavamo alla fine, mi guardavo intorno e capivo che Messina poteva cambiare quanto voleva, o potrà non saldare mai il suo debito personale, ma sarà sempre l’arrivo di tutte le mie partenze.

Sperando che non ci vogliano altri 11 anni per tornarci a parlare di libri.

Per chi non c’era, trovate qui il video intero YouTube della presentazione.

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