MESSINA. Le due scosse di terremoto tra i 4 e 5 gradi della scala Richter registrate venerdì 23 a largo delle Eolie si inseriscono in una sequenza iniziata nella notte del 20 ottobre, nel Tirreno meridionale, circa 30 chilometri a nord-ovest di Alicudi. La concentrazione delle scosse nella stessa zona è quindi confermata dall’INGV. Questo, però, non significa che tutti gli eventi abbiano esattamente lo stesso epicentro o la stessa profondità.
La sequenza comprende, nel conteggio diffuso dall’INGV aggiornato alle 10.30 di sabato 24 un totale di 134 scosse registrate solo venerdì: 6 di magnitudo sotto il 2; 103 di magnitudo tra il 2 e il 2,9; 19 tra il 3 e il 3,9; 4 tra il 4 e il 4,9 e 2 di grado superiore al 5.

Ma cosa significa “sequenza sismica”? Il termine indica una concentrazione di terremoti vicini nello spazio e nel tempo. Gli eventi interessano la stessa area, senza avere necessariamente coordinate identiche o la stessa profondità. Nella configurazione classica si distingue una scossa principale, chiamata mainshock, seguita da repliche, o aftershocks, generalmente più piccole e associate alla redistribuzione degli sforzi nelle rocce dopo la rottura maggiore.
Con il passare del tempo, la frequenza delle repliche tende a diminuire secondo un andamento statistico conosciuto come legge di Omori. Questo non implica una successione regolare: ogni terremoto non deve essere necessariamente più debole del precedente e possono verificarsi nuove fasi di attività.
Lo sciame sismico è invece un particolare tipo di sequenza nel quale manca un singolo terremoto nettamente predominante. La distinzione descrive come si distribuiscono gli eventi e le loro magnitudo; non permette di prevedere che cosa accadrà dopo. Per l’attività in corso al largo di Alicudi, l’INGV utilizza la definizione di sequenza sismica.
Questo settore delle Eolie aveva già registrato un’altra sequenza pochi mesi fa. Nel marzo 2026, circa quindici chilometri a ovest di Alicudi e poco più a sud dell’area interessata oggi, furono localizzati poco più di cinquanta terremoti. Il maggiore avvenne nella notte del 21 marzo, con magnitudo ML 4,6 e Mw 4,7. La vicinanza geografica documenta l’attività ricorrente della zona, ma da sola non dimostra che i due episodi appartengano alla stessa sequenza.
Andando indietro, l’INGV richiama il terremoto del 7 febbraio 2025, Mw 4,7, localizzato tra Alicudi e Filicudi a circa 17 chilometri di profondità e avvertito nell’arcipelago, lungo la costa settentrionale siciliana e in Calabria meridionale. Un altro evento di Mw 4,7 era stato registrato il 7 settembre 2009.
Il precedente storico più significativo fra quelli ricordati dall’Istituto è il 28 maggio 1980, quando un terremoto di Mw 5,7 provocò ad Alicudi danni corrispondenti al VI-VII grado MCS. Nel catalogo figurano inoltre i terremoti del 20 e 21 maggio 1957, rispettivamente di magnitudo Mw 5,2 e Mw 5,3. La magnitudo misura la grandezza dell’evento; i gradi MCS descrivono invece gli effetti osservati nei luoghi colpiti.
Nel settore occidentale dell’arcipelago, l’Osservatorio Etneo individua strutture tettoniche che formano il sistema Sisifo-Alicudi, alla cui dinamica riconduce i terremoti superficiali più energetici del passato, compreso quello del 1980. Questo inquadramento descrive il contesto geologico dell’area; l’attribuzione degli eventi attuali a una specifica faglia richiede analisi dedicate.
Vanno poi distinti i terremoti superficiali dai sismi profondi del Tirreno, legati al processo di subduzione, cioè alla discesa di una placca sotto un’altra. Nell’area eoliana, per esempio, il 5 maggio 2004 si verificò un terremoto di ML 5,3 a 255 chilometri di profondità: una situazione diversa dall’evento di oggi, localizzato a nove chilometri. La dicitura “Tirreno meridionale”, da sola, non basta quindi ad associare tutti i terremoti allo stesso fenomeno.
Lo storico aiuta a ricostruire la sismicità della zona. Non consente però di stabilire quando terminerà la sequenza o quale magnitudo avranno le prossime scosse. Gli aggiornamenti sui singoli eventi sono disponibili nel catalogo pubblico dell’INGV, con parametri che possono essere rivisti man mano che vengono acquisiti e analizzati nuovi dati.





