MESSINA. Centosessantasette provvedimenti di sfratto, 164 richieste di esecuzione e 61 sfratti eseguiti con l’ausilio delle forze dell’ordine, la quasi totalità dei pignoramenti pendenti riguarda il settore residenziale e i lotti del comune capoluogo rappresentano storicamente tra il 35% e il 45% dell’intero volume provinciale, e la morosità rappresenta il 90% del totale.
Sono i numeri che testimoniano la grave crisi abitativa di Messina (città e provincia), nell’elaborazione dell’Unione inquilini, ulteriormente aggravata dalla disastrosa situazione economico-finanziaria del territorio: “Messina sconta una condizione strutturale penalizzante, collocandosi al 98° posto in Italia per livello salariale, con tassi di crescita debolissimi. La fiammata inflazionistica e il rialzo dei tassi BCE hanno ridotto il potere d’acquisto, appesantendo le rate dei mutui variabili”, spiega il documento dell’Unione inquilini.
Il risultato è che la scarsa liquidità locale e il costante calo demografico hanno inoltre generato un paradosso sul fronte delle aste giudiziarie: moltissimi immobili pignorati restano invenduti. Le ripetute aste deserte provocano forti svalutazioni, con appartamenti nei rioni cittadini o in provincia messi in vendita a basi d’asta ridotte a cifre irrisorie, tra i ventimila e i 45mila euro. Oltre al danno, la beffa: spesso la svendita non riesce nemmeno a coprire il debito residuo, lasciando le famiglie senza casa e ancora indebitate.
Non va meglio, anzi, sul fronte degli affitti: secondo i dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, a Messina la locazione a porzioni degli alloggi è aumentata del 200% rispetto al 2018, la crescita più alta in Italia dopo Padova, e il costo di una singola stanza può arrivare anche a 400 euro al mese. Non solo. “Si registra una progressiva chiusura del mercato privato attraverso la ricerca spasmodica del cosiddetto “inquilino ideale”. Questa prassi estromette le categorie considerate “impegnative”: famiglie numerose con minori, anziani o portatori handicap, lavoratori privi di garanzie d’acciaio (contratto di lavoro a tempo indeterminato, meglio se nel pubblico impiego) e cittadini stranieri, in particolar modo provenienti dall’Africa subsahariana, sottoposti a velati quanto sistematici filtri”, spiega il documento.
Come se ne esce? Una delle proposte dell’Unione inquilini è il riutilizzo del patrimonio pubblico deteriorato, i vuoti urbani: “ex caserme, ex sedi ferroviarie, immobili demaniali e comunali vuoti da anni. Non serve costruire nuovo cemento, serve riuso – spiegano – Osservando il rapporto 2025 della fondazione IFEL emerge una quota di alloggi privati non occupati che varia sensibilmente tra le diverse città metropolitane: le incidenze più alte si registrano a Reggio Calabria (40,2%) e Messina (39,8%), seguite da Palermo (32,5%). In queste città quasi 1 abitazione su 3-4 risulta vuota. Agli immobili privati vuoti si aggiungono le botteghe IACP e comunali in disuso che potrebbero essere riconvertite e destinate alla sofferenza abitativa e gli alloggi IACP fatiscenti, quasi a fine vita, in zona Giostra, Camaro, Gazzi, Fondo Fucile”.
Le altre proposte, coerenti con quelle della piattaforma europea per il diritto all’alloggio sono la sospensione degli sfratti per morosità incolpevole quando non sia garantito un effettivo passaggio «da casa a casa», prevenzione dei pignoramenti della prima casa, il rifinanziamento stabile dei fondi nazionali e regionali per il sostegno all’affitto e alla morosità incolpevole, un piano straordinario di edilizia residenziale pubblica e sociale con riqualificazione del patrimonio pubblico, regole efficaci sugli affitti brevi e sulle piattaforme digitali, tutela dei contratti di lungo periodo e contrasto alla turistificazione, il potenziamento della residenzialità universitaria pubblica e degli alloggi a canone sostenibile”.



