Il passaggio da Los Angeles a San Francisco è brutale, sembra di essere in una parte di mondo completamente diversa – se non fosse che ci troviamo sempre nello stesso Stato, quello che tutti hanno (abbiamo) imparato a conoscere da centinaia di film, serie e canzoni. Cambiano le leggi, il tempo, le consuetudini -le poche cose che restano le stesse sono i prezzi alle stelle (anche a causa del mondiale) e la fretta di chi ci vive a dichiararsi “americani atipici”, come a distinguersi da quella massa vastissima e indistinta oltre il confine.

A Los Angeles dopo un po’ ti aspetti palme in ogni orizzonte, tanto comuni quanto l’odore di marijuana che caratterizza ogni angolo della città, con negozi in cui improbabili Dr. Green promettono ogni tipo di bong, chillum, caramelle gommose e sigarette elettroniche alla cannabis, e si trovano anche negozi specializzati in funghetti allucinogeni, con cartelli che orgogliosamente ne citano benefici e tipologie.

Il ritmo in città -forse anche dovuto alle sostanze di cui sopra- è davvero tipico di quella California che tutti ci immaginiamo, quasi sentendoci in una spider che lambisce l’oceano anche se siamo solo sull’ennesimo Uber per andare a mangiare l’ennesimo hamburger.

Ma non ci sono solo gli Uber, ma anche Waymo e Zoox – macchine che prenoti e si guidano da sole, lanciandosi senza nessuna timidezza nel traffico di L.A. mentre tu ti stendi dietro scegliendoti la musica che preferisci, e che insieme ai robottini Coco (che portano a domicilio cibo sfilando in mezzo ai passanti sui marciapiedi), ti fanno sentire in una città del futuro -come quelle che, appunto, vedevamo nei film- così come le ville di Beverly Hills, di Venice, di Santa Monica, incarnano l’opulenza ostentata.

A San Francisco c’è anche tutto questo, ovviamente, ma è subito evidente anche l’altra parte. L’operazione di “ripulitura per i Mondiali” (termine che i locali ripetono, e che rimanda a cose decisamente tetre) ha comunque lasciato decine di senzatetto ad ogni angolo della città -più in alcune che altre, come succede anche a L.A.- e mentre sfili attraverso questi slums improvvisati, tocchi l’altro estremo di questo Paese vasto e senza mezze misure, che ti porta porzioni enormi al tavolo anche se hanno sapori discutibili, o fa sì che la differenza tra chi ha una casa e chi non più è, a volte, una semplice assicurazione sanitaria.

Il freddo probabilmente acuisce le differenze col resto della nostra esperienza californiana, con un vento che soffia gelido dalla baia, quasi a far traballare il Golden Gate Bridge, e temperature più basse di quelle che al momento ci sono a Sydney -dove viviamo, solo che lì è inverno. Un giorno andiamo a visitare Twin Peaks per vedere la città da quell’altezza – solo che da lì non si vede una mazza, perchè è scesa una nebbia che non se ne andrà più per i successivi giorni.

Un russo emigrato tanti anni fa, che adesso lavora in una ferramenta che fa anche -per qualche motivo- da deposito bagagli per le nostre valigie, dice che qui c’è un detto: “Il peggior inverno della mia vita è stata un’estate a San Francisco”.

Ce ne sono tanti come lui, milioni di persone venute da ogni parte del mondo. Quando prendiamo gli Uber per spostarci, troviamo cubani, messicani, indiani, colombiani, polacchi -quasi mai anglosassoni. Ogni tanto ci chiedono se possono mettere la partita che c’è in quel momento e noi diciamo sì con enorme entusiasmo, a volte fermandoci con loro nei parcheggi dei supermercati a capire se il Var ci ha visto bene oppure no.

Una sera ci riaccompagna a casa un uomo ecuadoregno sulla cinquantina, arrivato qui quattro anni fa. Ci chiede da dove veniamo, si illumina: avete fatto parecchia strada, eh? Non parla una parola d’inglese, e così mettiamo insieme una lingua confusa a metà tra italiano e spagnolo per parlare di Italia ’90, Baggio e Schillaci. Durante i mondiali ti ritrovi a parlare con chiunque subito, perchè abbiamo tutti un argomento in comune che non sembra esaurirsi mai, almeno per quel mese.

La città viene presa d’assalto dai tifosi di altre squadre e noi ci ritroviamo a fermare sul lungomare tanti tifosi australiani, venuti qui per il big match col Paraguay che potrebbe portarli a qualificarsi ai sedicesimi contro ogni pronostico -e che in patria è vissuto come un affare importantissimo (anche se noi, dall’alto dei 3 mondiali mancati, possiamo permetterci pochissima ironia). Parliamo con loro, brevi scambi o anche semplicemente un “Aussie aussie aussie!” a cui loro rispondono con degli “Oy oy oy!” timidi, captando il nostro accento non esattamente british.

Il giorno dopo arriviamo allo stadio dopo essere rimasti bloccati in strada per due ore e mezza che mi fanno rivalutare la Messina-Villafranca d’estate. C’è il pienone anche stavolta -e verrà ripetuto ad ogni partita, nonostante i prezzi più alti di sempre (ma ci sarà modo di parlare di questo). Lo stadio -che si trova a Santa Clara– è bello ma completamente scoperto e ci espone ancora più al vento gelido. Il pomeriggio prima ci ha investito in pieno nel cortile del carcere di Alcatraz che abbiamo visitato, facendoci immaginare le continue broncopolmoniti di Al Capone.

Adesso indossiamo cinque strati di vestiti, incluso il nostro amico italoaustraliano con cui ci siamo ritrovati, e che solitamente gira in pantaloncini d’inverno. Siamo incastrati tra una donna del Guatemala che fa dirette su dirette Instagram senza mai guardare il campo, e un ragazzone americano -originario del Sud- che si trova lì da solo perchè la ragazza australiana sta guardando la partita con i genitori nella curva dei Socceroos, e sopporta con un sorriso tutte le nostre imprecazioni, abbozzando quando tutto lo stadio esulta al gol della Turchia contro gli Usa della partita in contemporanea, mostrato sul maxischermo.

Non ci vogliono molto bene qui, eh?” ride.

Noi siamo contenti perchè abbiamo una squadra da tifare, anche se restiamo un po’ delusi dagli inni, che cantiamo quasi con più trasporto degli altri australiani. La partita in sè è tirata, poco spettacolare nonostante il bellissimo tramonto ghiacciato che inonda di violetto le curve e le gradinate, con i tamburi dei paraguayani che non smettono mai, nemmeno durante i famosi hydration break. La nostra attenzione va in campo soprattutto ai due italiani, Circati e Volpato -doppia nazionalità, ma che hanno deciso di giocare per gli aussies per avere più possibilità. Ho ascoltato le loro interviste in questi giorni e quelle dei loro padri -delle scelte difficili che hanno dovuto fare, spostando famiglie da una parte all’altra del globo per supportarle, e anche per poter regalare questo sogno, esploso in una notte di giugno, ai loro figli. Volpato (che gioca nel Sassuolo, ma in Australia è visto quasi come una star) racconta di essere cresciuto a Sydney, prima di essere stato rifiutato dalle due squadre di lì. Il padre allora ha deciso: chiudiamo, vendiamo tutto e riproviamo in Italia. Un azzardo che alla fine ha pagato, ma posso immaginare il “prima”, quando stai facendo una scommessa del genere.

Giocano bene in un brutto 0 a 0 ma nessuno si preoccupa dello spettacolo perchè qualifica entrambe le squadre, e noi riprendiamo il lungo cammino che ci porterà fino al nostro hotel. In auto guardo fuori la notte californiana, le pianure gelide che più a sud si perdono nel deserto, visualizzando linee immaginarie che qualcuno ha chiamato “confini” facendoci sentire tutti stranieri, separando figli e culture, dividendo. Ripenso a chi una casa non ce l’ha, e chi ce l’ha invece troppo lontana. A chi si è dovuto spostare, senza mai dimenticare. A chi ha fatto sacrifici, a volte solo per sentirsi dare del criminale.

Ripenso alle storie dei due italiani in campo stasera, a quelle due due italiani in questa macchina, e penso a mio figlio Matteo che adesso sta per svegliarsi a 12.000 chilometri di distanza, penso alle sue due nazionalità e al suo futuro.

Alla fine, quando stiamo per entrare in città, ripenso alla partita che, per quanto non esaltante, ci ha messo tutti insieme per un paio d’ore, stranieri in terra straniera, facendoci dimenticare di qualunque confine o problema. Ci aspettava tutto fuori dai gate ovviamente, ma in quel momento ci stavamo prendendo una meritata tregua, tornando un po’ umani.

Gol a parte, non potevamo chiedere di più a quelle due ore.

Marco Zangari © 2026

www.marcozangari.it

(Fine seconda parte – leggi la prima qui)

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