MESSINA. La Sicilia sarà zona “arancione”, in base all’ultimo dpcm firmato ieri sera dal premier Giuseppe Conte, e per questo subirà restrizioni intermedie tra quelle leggere delle zone gialle e quelle severe delle zone rosse. Come mai è stata inserita nella fascia arancione (con tanto di proteste da parte del presidente Nello Musumeci) nonostante i posti letto occupati, di terapia intensiva, siano al di sotto della soglia d’allerta fissata al 30%?

La spiegazione è nell’ordinanza del ministero della Salute, che tiene conto di 21 parametri, e che non è stata divulgata. Le terapie intensive sono comunque il nodo principale. Come è messa quindi la Sicilia?

Apparentemente non così male da dover giustificare la misura restrittiva, soprattutto in relazione alla Campania o alla Toscana, che sono state invece inserite in zona gialla nonostante una performance, nel numero di terapie intensive, nettamente peggiore di quella siciliana e di un numero di contagi molto più alto (a fronte, però, di un più elevato numero di tamponi).

 

Il piano sanitario regionale prevede, per l’emergenza Covid-19, 2.550 posti in tutto: 270 in terapia intensiva, 1.600 per la degenza ordinaria e 680 per i malati di “bassa complessità”. Il piano dovrebbe venire completato entro metà mese ma dall’assessorato regionale alla salute informano che buona parte delle previsioni potrebbe essere attuata sin da subito.

Entro fine mese, l’Assessore alla Salute Ruggero Razza prevede di poter aumentare i posti ad un totale di 3.600: 420 per la terapia intensiva, 2.400 per la degenza ordinaria e 800 per i pazienti a bassa intensità. Questo perché si prevede di raggiungere alla fine del mese il livello massimo di gravità

Secondo il piano regionale, infatti, le strutture ospedaliere possono aumentare i posti nel reparto di terapia intensiva (e anche quelli in degenza ordinaria) man mano che servono, concetto previsto già a giugno nella pianificazione ospedaliera post-emergenziale, quando erano stati ridotti i posti perché i contagi erano in calo.

E’ il sistema che alla Regione definiscono “a fisarmonica”: fin quando la curva epidemiologica non cresce, si devono assicurare tutte le prestazioni, perchè in terapia intensiva non ci finisce solo chi è malato di covid-19, e dato che il coronavirus è trasmissibile via aria, non è possibile avere terapie intensive “promiscue”.

Alla base della scelta della Regione ci sono ragioni ben precise: gli ospedali non sono ancora in sofferenza, i ricoveri hanno un turn-over over più frequente, i tempi di dimissioni sono più veloci della scorsa primavera.

In primavera, come stima prudenziale, nel momento peggiore si stimava che sarebbero finiti in terapia intensiva il 7% dei ricoverati, numero arrotondato prudenzialmente al 10%. Un dato che oggi è, seppure di poco, stato superato: sui 1253 ricoveri per covid-19, 148 sono in terapia intensiva. Un numero che non preoccupa la Regione. Ma il ministero della Salute sì.

Stando così le cose, perchè non ci si è mossi per tempo? Per la burocrazia, fanno sapere dalla Regione: l’adozione del piano di potenziamento delle terapie intensive risale all’8 luglio. Piano, per il quale erano in ballo quasi 130 milioni di euro, che è stato esitato tre mesi dopo: l’8 ottobre.

 

 

 

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