PALERMO. Circa l’11,5% dei posti letto disponibili negli ospedali siciliani è destinato alle terapie intensive. È il dato comunicato dalla Protezione Civile, quello più importante durante la fase di gestione della pandemia da Covid-19, visto che l’unico modo per rendere gestibile e sotto controllo gli effetti dell’emergenza è quello di non intasare i posti di rianimazione degli ospedali.

Per quanto riguarda la Sicilia, al decimo posto in tutta Italia (attualmente la regione con più posti è l’Umbria, con il 24,2%, seguita dalla Valle d’Aosta con il 22%), in piena pandemia erano stati previsti 301 posti in più per fronteggiare la “seconda ondata” (che sta già colpendo alcuni ospedali della regione). L’obiettivo era quindi quello di raggiungere la soglia di 719 posti, a fronte dei 418 già previsti. Se non fosse che su 301 ne sono stati realizzati (ad due giorni fa) solo 139, meno della metà, portando il totale a 557 (dei quali 103 sono attualmente occupati). I posti per 100mila abitanti in regione sono quindi 11,14, rispetto a una soglia di sicurezza fissata a 14.

Cosa comporta la differenza nei numeri? Molto. La soglia di pericolo per la saturazione delle terapie intensive è pari a circa il 35% del totale (perché non c’è solo la covid, ma anche tutto il resto delle patologie), secondo molti studi. Oggi i posti occupati in rianimazione sono 103, in Sicilia. Cioè il 53% circa della soglia di pericolo. Se fossero stati realizzati i posti che erano stati promessi, la percentuale sarebbe ovviamente più bassa, ossia circa il 41%, con un margine di più del 10% di posti disponibili per fronteggiare l’emergenza.

LA SITUAZIONE IN ITALIA. Al centro dell’attenzione da marzo fino agli ultimi casi di pochi giorni fa, le terapie intensive in tutta Italia ammontano ad oggi a 6.628. Si parla di circa 1.450 posti in più rispetto ai 5178 del 31 dicembre 2019, ma comunque meno rispetto a quelli prospettati, sebbene i numeri siano in continua crescita.

Con il decreto rilancio di maggio, il Governo aveva stanziato oltre 600 milioni di euro da investire per la creazione di 3.553 posti letto per le terapie intensive italiane (comprendenti strumentazioni costose e sofisticate, come i ventilatori polmonari), e personale medico specializzato (rianimatori e anestesisti in numero superiore a quello dei pazienti). Di questi, ad oggi, non ne sono stati realizzati neanche la metà. ma molti sono in fase di completamento (il totale dovrebbe arrivare a 8.732).

I piani non sono stati rispettati fino ad esso nonostante le regioni avessero preparato e presentato i progetti già a metà luglio, come richiesto dal Governo e dal Commissario straordinario Domenico Arcuri, ricevendo anche una prima approvazione dal Ministero della Salute e dalla Corte dei Conti.

Arcuri, nel mentre, avrebbe dovuto procedere con le gare d’appalto per la realizzazione dei posti, ma ci sono stati dei ritardi nei passaggi e nelle approvazioni tra il Ministero e l’ufficio del commissario (le responsabilità ad oggi non sono molto chiare).

Alcune regioni si sono mosse autonomamente con l’intento di ampliare i reparti dei propri ospedali ma gran parte dei lavori devono ancora cominciare e nel frattempo è alle porte la seconda ondata che non permetterà la realizzazione dei nuovi cantieri.

In questi mesi, poi, sono stati inviati oltre 3mila ventilatori polmonari alle regioni, che però non hanno gli spazi per attivarli.

Ovviamente, i reparti di terapia intensiva sono normalmente occupati da pazienti gravi con molte patologie diverse. Basta quindi che i letti occupati da malati di Covid-19, che si sommano ai pazienti “ordinari”, superino una certa soglia affinché si arrivi al limite massimo della capienza.

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