“Spassu i fora e triulu i casa”

 

Quasi fosse una malìa che ne gravaa i comportamenti, ogni qualvolta il messinese esce da Messina, riscopre gli effetti corroboranti del vivere civile, e l’effetto è tanto più marcato quanto più ci si allontana dal trentottesimo parallelo, quindi compensa con un’ostentazione fuori dal comune e diventa iperzelante.

Fa il biglietto su un mezzo pubblico quando a Messina l’ultima volta è successo in una corsa del 7 sbarrato verso il 1987? Il gesto ha del sacro, è lento, serafico, se ne gusta ogni attimo e si assicura che tutti attorno lo sappiano. Scarta il pacchetto di sigarette e non getta la carta per terra come ha fatto con la plastica degli ultimi settemila pacchetti di Marlboro, tradizionalmente ospitata dalla canaletta di scolo fuori dal tabacchino? Si guarda in giro come solo il capitano Achab faceva mentre tentava di avvistare Moby Dick, trova un cestino, sospira di sollievo e ci si dirige a passo fermo e marziale, come un uomo con una missione. A casa usa l’auto anche per fare i sette metri necessari per il caffè al bar sotto casa, lasciandola in tripla fila a spina di pesce? Ecco, quando è in vacanza, il messinese si trasforma e fa più km a piedi di Maurizio Damilano, compiacendosi del panorama, beandosi del ritrovato esercizio fisico e respirando a pieni polmoni mentre afferma “ah, come mi piacerebbe camminare a piedi”, certo che nessuno, messinese come lui, gli possa dare la scoccia di collo che riceverebbe se una cosa simile la affermasse in Corso Cavour, mentre riprende l’auto parcheggiata in tripla fila (e a spina di pesce).

Sta con due piedi in una scarpa, come si dice in Svezia, e riconosce che, seguendo poche, semplici e basilari regole si vive meglio. Molto meglio. E se ne convince. Se ne convince davvero. Poi, ahimè, la vacanza finisce, il messinese rientra nei confini cittadini. E la malìa ricomincia.

 

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