Fetus, Pollution e il progressive

 

Anno di grazia 1972. David Bowie pubblica il suo capolavoro The rise and fall of Ziggy Stardust, i Popol Vuh inaugurano la stagione del rock cosmico tedesco con Hosianna Mantra e Nick Drake fa appena in tempo a pubblicare il suo Pink Moon prima della sua prematura scomparsa. È un anno di fermenti culturali e di sperimentazioni musicali che cominciano pian piano a lasciare il segno anche nel Bel Paese, con l’esplosione del progressive e album di debutto seminali come quelli della Premiata Forneria Marconi e del Banco Del Mutuo Soccorso, sebbene le hit parade italiane siano dominate da Nicola di Bari, vincitore del Festival di Sanremo con I giorni dell’arcobaleno, e dai successi di Mina e Battisti.

In questo contesto in cui convivono tradizione e innovazione, fa il suo esordio sulle scene un tizio strano e segaligno con la voce monacale. Nato il 23 marzo 1945 a Ionia, in provincia di Catania, porta degli occhiali più grandi della faccia, ha i capelli lunghi e ricci e il suo profilo è contraddistinto da un naso pronunciato e aquilino. Emigrato prima a Roma e poi a Milano, dove incide i primi singoli, fra la fine del 1971 e il 1972  Franco Battiato pubblica quelli che a tutt’oggi sono considerati come due degli album più sperimentali, folli e avanguardisti dell’intera storia della musica leggera italiana. Il primo si chiama Fetus, il secondo Pollution, e contengono al loro interno un inaudito miscuglio di progressive ed elettronica che in Italia (e non solo) non si era mai sentito.

Fetus (con in copertina l’immagine di un feto, all’epoca censurata), è una sorta di psichedelico viaggio interiore ispirato al libro Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley e un concept-album dalla forma ambigua e dissacrante, volutamente sospeso fra canzone d’autore e acerba kosmische musik che in quel periodo impera in Germania. Il successivo Pollution è forse meno sperimentale (e ciò la dice lunga su quanto lo fosse il primo) e più coeso, caratterizzato da sonorità più vicine al rock. Descritto dallo stesso autore come un “gesto sonoro in sette atti dedicato al Centro Internazionale Studi Magnetici”, è  uno dei long playing di Battiato presenti nella guida “I 100 migliori dischi del Progressive italiano”.

 

 

L’influenza di Stockhausen e la musica ambient

 

Forte delle nuove esperienze internazionali (come i concerti in supporto di Brian Eno, Tangerine Dream, John Cale e Nico), e influenzato dalle lezioni musicali del sommo Karlheinz Stockhausen, il cantautore siciliano si converte a una forma d’avanguardia persino più intellettuale e intimista. Nel 1973 pubblica Sulle corde di Aries e l’anno successivo Clic, che contiene la straordinaria Propiedad prohibida, in bilico fra l’elettronica e i Pink Floyd più cosmici, ancora oggi utilizzata come sigla d’apertura del programma Tg2 Dossier. Dopo varie collaborazioni, altri album all’insegna della sperimentazione e l’incontro con il violinista Giusto Pio, nel 1978 la sua incessante ricerca musicale culmina nell’album L’Egitto prima delle sabbie, il cui titolo è ispirato a un racconto di Georges Ivanovič Gurdjieff, guru armeno che sarà uno dei massimi punti di riferimento dell’autore catanese. L’album contiene solo due brani strumentali, il primo dei quali, la title track, si aggiudica l’anno successivo il premio Stockhausen di musica contemporanea. Uscito appena qualche mese dopo il celebre e discusso Music for Airport di Brian Eno, caposaldo della nascente ambient music, L’Egitto prima delle sabbie è un album talmente estremo (per poco non fece fallire la Ricordi…) quanto imprenscindibile per comprendere il Battiato più innovativo e minimale.

 

 

 

La voce del padrone, ovvero come ti stravolgo il pop

 

Siamo alla fine degli anni ’70 e con un colpo di teatro improvviso il cantautore catanese abbandona la ricerca sperimentale e decide di stravolgere per sempre la grammatica della musica leggera italiana. Una rivoluzione che inizia con L’era del cinghiale bianco (1979), prosegue con Patriots (1980) e si consacra con La voce del padrone (1981), pietra miliare della canzone d’autore e primo long playing a superare il traguardo del milione di copie vendute in Italia.

Il disco, composto da otto brani, si abbatte come un tornado nella radio di tutto il paese e riesce nell’arduo intento di unire citazioni coltissime e riferimenti popolari, accenni proto punk e pop raffinato, impegno e leggerezza, esoterismo e divertissement, costringendo milioni di italiani a canticchiare sulle spiagge le imprese di “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”.

Sei i singoli estratti dall’album: Centro di gravità permanente (ancora Gurdjieff…), Bandiera Bianca, Cuccuruccucù (che riprende il celebre brano di Caetano Veloso), Summer on a solitary beach, Gli uccelli, Sentimento Nuevo. Sembra incredibile ma non è un best of.

 

 

L’incontro con Sgalambro e la svolta filosofica

 

Sono trascorsi 13 anni dall’exploit nazionalpopolare e il Maestro nel frattempo ha avuto modo di inanellare album capolavoro come Mondi Lontanissimi, Café de la Paix e Fisiognomica e brani indimenticabili entrati di diritto nell’immaginario collettivo. La grande svolta (l’ennesima) nella carriera del cantante avviene nel 1993, quando, durante una presentazione di una raccolta di poesie, conosce il siciliano Manlio Sgalambro, con il quale inizierà una lunga e proficua collaborazione che avrà fine solo con la morte del filosofo, nel 2014 . Un sodalizio che ha inizio l’anno successivo con l’album L’ombrello e la macchina da cucire, uno dei lavori più impegnativi e criptici prodotti dall’artista e che prosegue nel 1986 con L’Imboscata, caratterizzato da sonorità più rock e dai testi aulici di Sgalambro. Fra i brani del disco svetta La cura, considerata dall’unanimità come una delle composizioni d’amore più belle dell’intera musica italiana (sebbene il riferimento sia “più alto” e trascendente).

 

 

Oltre la musica: il cinema, la pittura e la politica

 

Nel corso della sua carriera Franco Battiato non si è fatto mancare nulla. Dal minimalismo alla riscoperta dei grandi classici della melodia italiana (la trilogia Fleurs), il magrissimo cantautore siculo ha esplorato un’infinità di generi e di tendenze, passando dalla musica sacra al rock più energico, fra influenze world, derive elettroniche e opere concettuali. Una frenesia intellettuale così impellente da spingerlo a mettere da parte chitarre e sintetizzatori per impugnare pennelli e cineprese.

La passione per le arti visive nasce intorno al 1990, quando il musicista inizia a percorrere altri campi espressivi, avvicinandosi con curiosità all’esercizio pittorico. Con lo pseudonimo di Süphan Barzani, in oltre vent’anni di attività, produce circa ottanta opere, eseguite su tele o tavole dorate, che raffigurano per lo più figure iconiche come sufi e dervisci, con uno stile che rappresenta una sorta di reinterpretazione dell’arte bizantina.

L’esordio cinematografico avviene invece nel 2003,  con il lungometraggio Perdutoamorcon il quale si aggiudica il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente, seguito da Musikanten, con Alejandro Jodorowsky nei panni di Beethoven, Niente è come sembra, e Attraversando il Bardo, docufilm sulla morte ambientato in parte nell’altopiano dell’Argimusco, nei pressi di Montalbano Elicona.

Last but not least, la breve e controversa esperienza in politica: nominato assessore al Turismo della Regione Siciliana da Rosario Crocetta nel novembre del 2012, sarà rimosso dall’incarico appena quattro mesi dopo, in seguito alle polemiche suscitate da una frase rilasciata nel marzo 2013: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa».

 

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