Il “babbio”? Lasciamolo nel 2020

 

Che il 2020 sia stato piuttosto “complicato” non lo scopriamo di certo noi. Fra la tragedia del Covid, la paura, gli addii e le ripercussioni economiche della pandemia, quello che sta per concludersi è stato uno degli anni più nefasti dell’ultimo secolo, che lascerà ancora per chi sa quanto tempo i suoi strascichi. Una ragione in più per mettere da parte tutta la “bruttezza” inutile, quella di cui si può e si deve fare a meno, a 360°, in una città che anche nei momenti più bui non sa resistere alla tentazioni più “trash”, alle esagerazioni, alle polemiche sterili e alle iperboli, senza renderci conto di come la nostra stessa autorappresentazione – costantemente sopra le righe, sguaiata e caricaturale – non faccia altro che rendere più dura e coriacea l’eterna patina di provincialismo che non riusciamo a scrollarci di dosso.

“Andrà tutto bene”, “Ci riscopriremo migliori”, ci siamo ripetuti ogni giorno come un mantra, ma a distanza di 10 mesi dall’inizio dell’incubo ci siamo ritrovati gli stessi di prima, con gli stessi difetti, la stessa rabbia fine a se stessa, le stesse faide fra Guelfi e Ghibellini, lo stesso atteggiamento vittimista e rancoroso da periferia dell’impero.

In attesa del vaccino, e nella speranza di poter finalmente fare ciao ciao con la manina al virus – a mai più rivederci – , l’auspicio è quello di poter riscoprire il senso perduto di comunità, nel segno della sobrietà e della condivisione, mettendo da parte il “babbio” e l’odio sociale che serpeggia per le strade e sulle bacheche virtuali. Meno parole e più fatti, progetti, idee, risultati concreti. Con la consapevolezza che “cchiù scuru i mezzanotti” non può fare.

 

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