Ho letto con molto interesse l’intervento di Giovanni Quartarone, pubblicato questa settimana su Letteraemme. Quando a parlare dei nostri villaggi sono persone che, fuori da ogni retorica, ne conoscono la storia e sono mosse da un sincero attaccamento, la mia attenzione è sempre alta.

Tuttavia, credo che contro lo spopolamento e l’attuale marginalità economica e sociale non bastino le “case a 1 euro” o la riconversione del patrimonio edilizio in albergo diffuso. Servono interventi strutturali, sul modello che l’allora Ministro Barca individuò nella SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne) e che andrebbe esteso anche per le frazioni delle città Metropolitane. Se da un lato sono luoghi immersi nella natura e nella tranquillità che possono regalare un soggiorno piacevole a qualche turista, dall’altro tutto questo si scontra con il drammatico bisogno di servizi essenziali dei residenti stabili. Sanità, istruzione, trasporti pubblici, reti stradali, idriche e fognarie efficienti, così come sgravi fiscali e incentivi, sono priorità non più rimandabili.

Allo stesso modo, non bastano le sole opere di manutenzione di torrenti e costoni franosi — interventi che, come è stato sottolineato più volte, si rivelano spesso costosi e poco sostenibili — se non vengono affiancate da politiche lungimiranti per il recupero produttivo dei nostri terrazzamenti. Le aziende agricole che sono riuscite a innovare le loro produzioni sono realtà preziose ed eroiche, ma oggi coprono una superficie troppo ridotta. Non riescono, da sole, a ripopolare i territori come un tempo, quando l’indotto della produzione e della lavorazione delle essenze occupava migliaia di persone, custodendo saperi e competenze oggi quasi scomparsi. Se non si interviene subito, rischiamo di perdere una cultura agricola millenaria.

Condivido l’analisi di Quartarone: l’immenso patrimonio storico-artistico, architettonico ed etnoantropologico dei nostri villaggi costituisce un asset strategico fondamentale. Il problema è che questo valore rischia di cadere in rovina o di rimanere sconosciuto; se resiste, salvo rare eccezioni, è solo grazie all’impegno di associazioni e cittadini attivi. Lo sforzo del volontariato, però, non può bastare: servono modelli strutturati capaci di stimolare il recupero e la valorizzazione per generare nuove economie e occupazione stabile.

Questa settimana, ad esempio, visitando la Chiesa di S. Maria di Mili, oltre a riflettere sulla gestione ordinaria e sulla valorizzazione post-lavori, mi sono chiesto: perché non trasformare i cantieri di restauro di questo magnifico patrimonio in opportunità di apprendimento, progettando nei nostri villaggi laboratori e scuole di alta formazione per la tutela e la conservazione?

Di queste visioni alternative abbiamo parlato molto in questi anni. Con il laboratorio civico Progettiamo Messina e la Coped Summer School, cittadini, studenti ed esperti hanno lavorato fianco a fianco per progettare soluzioni di sviluppo sostenibili e attuabili. Il cantiere delle idee e dei progetti è ancora aperto. È stata offerta un’occasione di crescita importante per l’attivismo locale, ma le resistenze che spesso si incontrano nella politica e nelle Istituzioni sono ancora troppe.

Caro Giovanni, uniamo queste idee e mettiamo in campo tutte le nostre forze per far rinascere davvero tutti i villaggi di Messina. Io ci sono

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