Da Lipari a Vijayawada, nel segno dell’Amore: il progetto solidale di due messinesi per i “loro” 500 piccoli indiani

L'esperienza di vita di Shaveh De Francesco e Daniela Topazio, che hanno raccolto più di 25mila euro da devolvere in beneficenza a bambini indiani orfani o abbandonati, costretti a vivere in condizioni di estrema povertà. Il racconto di un viaggio che ha cambiato la loro esistenza. E quella delle 3 ragazzine che hanno adottato

 

MESSINA. Sono partiti da Lipari il 29 marzo e sono rientrati alle Eolie appena qualche giorno fa, con le valigie vuote e l’anima stravolta da un’esperienza che ha cambiato per sempre la loro vita e quella delle tre ragazzine indiane a cui hanno restituito la prospettiva di un futuro.

Lui si chiama Shaveh De Francesco e ha 46 anni, lei Daniela Topazio, 38enne, entrambi originari di Messina ma eoliani d’adozione. Insieme, dopo le nozze a Salina e un recente viaggio spirituale nella Valle Sacra degli Inca, in Perù, hanno deciso di intraprendere un percorso di formazione promosso dall’Accademia Tribeke, partecipando ad un “hero camp” dall’altra parte del mondo, in India, dove per due settimane hanno convissuto con circa 500 bambini orfani o abbandonati all’interno di una struttura dell’associazione Care&share, fondata 25 anni fa da Carol Faison e Noel Harper, due volontari americani che dopo aver perso il proprio bambino decisero di dedicare la loro esistenza ai 6000 minori all’epoca ospitati a Vijayawada.

 

 

«Quando siamo partiti non avevamo idea di cosa ci attendesse», raccontano i coniugi, ancora scombussolati dal lungo viaggio ma felicissimi per essere riusciti a raccogliere in pochi giorni più di 25mila euro da destinare in beneficenza, grazie alla solidarietà di tanti amici, familiari e conoscenti che hanno sposato la loro causa, offrendo il loro aiuto economico ai tanti piccoli indiani costretti a vivere in condizioni di estrema povertà, privi di scarpe, di acqua o di un semplice letto su cui dormire.

«La maggior parte dei bambini con cui abbiamo trascorso le nostre giornate – spiega Shaveh, musicista e studioso di sciamanesimo – sono reduci da esperienze di vita terribili. Alcuni di loro sono stati trovati ancora neonati nella spazzatura e hanno trascorso tutta la loro esistenza in questa struttura, fra i pidocchi e gli stenti. Nel corso delle due settimane passate in India abbiamo assistito con i nostri occhi a situazioni che si fa fatica a descrivere, di cui noi Occidentali non abbiamo assolutamente contezza», prosegue, raccontando per filo e per segno le loro attività quotidiane per rimettere in sesto la sala da pranzo o il refettorio, aiutando il personale a prendersi cura dei bambini, molti dei quali malati di Aids, ai quali hanno donato 600 paia di scarpette e tutto ciò che avevano portato con sé.

 

 

«Per i piccoli ospiti della struttura – racconta ancora la coppia – noi bianchi siamo come delle divinità, perché possiamo permetterci “lussi” per loro inimmaginabili, come dei semplici pennarelli o della frutta, che è un bene molto caro e raro, come ad esempio l’uva, che non avevano mai visto in tutta la loro vita. La cosa che più ci ha emozionato, tuttavia, è la necessità dei bambini di essere riconosciuti nelle loro individualità: se ti ricordi il loro nome si commuovono fino alle lacrime».

Molti dei piccoli cresciuti a Vijayawada, infatti, sono orfani e privi di un cognome, oppure appartengono a una “casta” inferiore, una condizione che rappresenta per loro una condanna alla povertà. «Più scuri sono di pelle più la loro casta è inferiore», spiegano ancora Shaveh e Daniela, che hanno deciso di adottare a distanza tre ragazzine, una delle quali, Zoe, sieropositiva, fu trovata quando aveva appena due o tre mesi di vita chiusa in una busta, in un cassonetto dei rifiuti. «Adottare un bambino di una casta inferiore significa stravolgergli definitivamente la vita, perché cambia il loro status. Un esempio è quello di un ragazzo di 18 anni, che lavora all’interno della struttura come autista: quando ha saputo di essere stato adottato era la persona più felice della Terra».

 

 

Le tre nuove “figlie” di Shaveh e Daniela (“Lì tutti i bambini ti chiamano papà e mamma”, raccontano) non sono però le uniche bambine che riceveranno degli aiuti. Nel breve periodo di soggiorno in India, infatti, la coppia è riuscita a raccogliere più di 25mila euro di donazioni, grazie anche a dei video di sensibilizzazione diffusi sui social network. «Tutt’ora continuiamo a ricevere dei fondi, fondamentali per garantire a tanti ragazzini un presente e un futuro migliori. Senza il necessario sostegno economico tutti loro sono destinati a finire nelle bindoville o comunque a fare una brutta fine», spiegano.

Ma come è cambiata invece la vita dei due messinesi? «Una volta tornati a casa, dopo avere convissuto con dei bambini che non sanno come portare avanti la loro esistenza, ci si rende conto che i veri problemi della vita non sono l’iphone nuovo, le scarpe di marca o il parcheggio. In Occidente stiamo diventando sempre più miopi e non riusciamo più a sentirci interconnessi con tutte le creature. Fare un’esperienza del genere è consigliabile a tutti, perché dà la possibilità di mettersi alla prova sia umanamente che fisicamente, aiutandoci a comprendere chi siamo realmente e quanto possiamo fare per gli altri», concludono Shaveh e Daniela, al lavoro in questi giorni per organizzare un evento a Salina dal 12 al 14 luglio, intitolato “Mathriaka Mother Earth Reunion”, il cui scopo è quello di  raccogliere fondi da devolvere in beneficenza, “ispirando gli altri ad assumere un ruolo più profondo nel proteggere, preservare e custodire il nostro pianeta, le persone e lo spirito in tutta la sua creazione”.

 

Qui per avere maggiori info sul progetto, con i riferimenti per le donazioni.

 

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